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E’ falso il mito delle applicazioni “mission-critical”?

E’ falso il mito delle applicazioni “mission-critical”?

27 Aprile 2017 Gian Carlo Lanzetti
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Gian Carlo Lanzetti
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Susan Cole è Senior Product Marketing Manager di Dynatrace. In questo spazio accogliamo alcune sue considerazioni, piuttosto sorprendenti, sulle applicazioni “mission critical”, ritenute da questo manager una specie di anomalia dei sistemi IT.

Il termine “mission critical”, dice, suggerisce che le applicazioni si dividano in due gruppi: mission-critical appunto e le altre, che si possono considerare opzionali, marginali o non necessarie?

Si tratta, aggiunge, di un modo di pensare inadeguato: le persone che gestiscono le organizzazioni IT investono in cose che contano per il business. Non adottano applicazioni che non offrono valore, perché sono bravi a gestire al meglio il rapporto costi-efficienza. Così l'idea che solo poche applicazioni veramente critice meritino di essere gestite è illogica. Anche l’email, che rappresenta l’anello inferiore della catena, è oggi essenziale per il funzionamento di un'organizzazione.

“Per questo motivo, puntualizza, sorprende constatare che, secondo gli analisti del settore, la maggior parte delle aziende gestisce meno del 25% delle proprie applicazioni. Chiaramente non tutte le applicazioni sono uguali, alcune possono avere più valore di altre, ma sicuramente nessuno sosterrebbe che tra il 10% e il 20% delle prossime più importanti applicazioni non meritano di essere gestite”.

“Non credo abbia senso scegliere di investire in qualcosa che è importante per la propria attività, ma poi evitare un ulteriore piccolo investimento necessario per garantire che funzioni bene. È un approccio irrazionale; come se una società di autotrasporti non monitorasse il livello dell'olio dei propri automezzi, o un supermercato la temperatura dei congelatori. A un certo punto l'intervento si rende necessario, e quando non è affrontato in maniera tempestiva, i piccoli problemi possono diventare grandi, costosi, e il business può essere seriamente compromesso”.

Ancora: quando le attività sono importanti per il buon funzionamento del business le organizzazioni investono per garantire la continuità operativa e l’efficienza. Nel mondo delle applicazioni sembra non funzionare ancora così e spesso anziché consideralo un valore aggiunto per le app, l’application management è visto come una spesa indesiderata, anche dannosa; ciò che renderebbe le applicazioni più efficaci è considerato una seccatura in grado addirittura di peggiorare la situazione a danno della semplicità del funzionamento.

Che fare? “Credo – sostiene Cole -  che quasi tutti i professionisti IT concordino nell’affermare che i problemi sono inevitabili, compresi quelli di grave impatto per il business. Esiste però un modo per ridurre l'incidenza e l'impatto di questi eventi inevitabili: investire qualcosa in più nel APM, superando la soglia del 25% delle proprie applicazioni. Ritengo che gli ostacoli principali che le organizzazioni devono affrontare per poter raggiungere questo traguardo siano due: la difficoltà di riuscire a quantificare il rischio d'impresa come input di un costo da giustificare, e la complessità nel definire le priorità rispetto alle applicazioni sulle quali investire”.

In sintesi, sarebbe giunto il momento di affrontare con fermezza quei problemi che oggi sono al centro del business dell’era digitale quando gli investimenti nelle applicazioni non sono indirizzati nella giusta direzione per una migliore customer experience e un’efficace digital transformation. In questo contesto, Dynatrace ha ridefinito il monitoraggio per adottare un nuovo modello che vada oltre l’“abbastanza buono” per più del 25% delle applicazioni, indipendentemente dalla loro tecnologia, e per tutte le parti interessate, perché “le applicazioni sono sempre più importanti e la loro gestione non può essere vista come un optional”, conclude la Cole.

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