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UBER non è una APP ma un trend, meglio saperlo

UBER non è una APP ma un trend, meglio saperlo

15 Ottobre 2014 Redazione SoloTablet
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UBER ha fatto molto parlare di sè per le reazioni, anche scomposte di numerosi tassisti, in Italia e nel resto del mondo. Ciò che non piace di UBER è la sua capacità di rubare quote di mercato e di imporre un nuovo modello di business. La realtà è più complessa e merita riflessioni più approfondite.

UBER non è oggetto di discussione aspra e di contesa solo in Italia. Negli Stati Uniti dove l'applicazione è nata da una startup californiana di San Francisco. L'applicazione Uber permette di usare un dispositivo mobile per connettere passeggeri con autisti di veicoli in affitto e di farlo localizzando il veicolo più vicino e comodo da prenotare. Il servizio è già disponibile in 45 nazioni e più di 100 dittà del mondo e ha generato un volume di affari di quasi 15 miliardi di euro. Il servizio prevede la possibilità di prenotare diverse tipologie si veicoli, dalla limousine e auto di lusso a piccole utilitarie. Il tutto con versioni leggermente diverse della stessa applicazione (UberX, UnerBlack). La diffusione rapida del servizio ha provocato proteste in tutto il mondo da parte di associazioni e/o corporazioni di tassiti che hanno criticato Uber per agire in modo non legale sul mercato dell'offerta.

 

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In Italia può risultare difficile prendere le parti dei tassiti, almeno lo è per chi conosce le situazioni di Milano e Roma, di Malpensa e Fiumicino. Può risultare facile passare a Uber e sperimentarne il servizio per poi praticarlo abitudinariamente. Ciò che sfugge ai più, autisti come passeggeri, è che UBER non è una semplice applicazione ma l'affermazione (l'ennesima) di un modello di lavoro che si sta affermando ovunque nell'economia liberista e senza controlli che caratterizza il terzo millennio.

Su questo tema si stanno interrogando, in modo molto pragmatico, anche negli Stati Uniti e in particolare nella patria delle nuove tecnologie, la Silicon Valley.

I temi in discussione sono due, la competenza e la professionalità degli autisti associati a UBER e il modello di lavoro che propone. Il primo tema è molto sentito in una nazione nella quale si da importanza alla sicurezza del viaggiatore così come alla formazione dell'autista. Molti autisti che operano con UBER non hanno seguito corsi di formazione professionale ma sono spesso tassisti improvvisati, alla loro prima esperienza e poco consapevoli dei bisogni della loro potenziale clientela, come ad esempio il rispetto dell'orario, la conoscenza del territorio e delle mappe, fa rapidità nel servizio, ecc.

Il secondo tema è il modello di business di UBER che prevede un rapporto di lavoro flessibile (precario) basato sulla condivisione del guadagno, con un 80% che va all'autista e il 20% a Uber. Alla base del modello c'è un rapporto di lavoro flessibile che lega un prestatore d'opera o un professionista ad un datore di lavoro. Uber ma non solo visto che sono cresciute in fretta applicazioni prodotte da aziende con modelli simili come ad esempio Airbnb, Washio (l'applicazione Uber per le lavanderie), BlooThat (Uber per i fioristi) e Shyp. Tutte startip nelle quali gli investitori della Silicon Valley hanno investito molti milioni di doallari.

Ciò che Uber sta facend emergere è un nuovo modello di business centrato su un rapporto di lavoro precario e un mercato fatto essenzialmente di freelance. E' un modello destinato a trasformare modelli insutriali tradizionali e a farlo in fretta elimimando quei pochi posti di lavoro a tempo indeterminato ancora rimasti.

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La filosofia a sostegno del nuovo modello si basa sulla considerazione che quello vecchio è divenatato inefficiente e costoso e non è più adeguato a reggere la competizione di una economia globalizzata. Molti sono propensi a credere nella validità di questa visione, peccato che il nuovo modello venga costantemente abusato e che ai lavoratori vengano chieste le stesse prestazioni del modello precedente ma con minori diritti e benefici.

Un modello di questo tipo mette oggi in discussione posizioni di privilegio accumulate in anni di mancate riforme e innovazioni ma rischia anche di essere distruttivo e penalizzante per coloro che oggi lo adottano accettandoe le condizioni e le conseguenze: nessun contratto di lavoro, meno diritti, maggiori costi (sanità, pensione,ecc.) e nessuna certezza.

Nella situazione di crisi occupazionale attuale, molti italiani sono sicuramente disponibili e felici di poter adottare il modello proposto da Uber per procurarsi un reddito mensile. Chi lo ha già fatto sembra essere contento del modello e del guadgano. Nessuno si interroga però sulle conseguenze per i consumatori e su quelle di medio e lungo termine per i lavoratori del settore.

Fermare il cambiamento, quando si è messo in movimento, e bloccare una evoluzione tecnologica che mira al predominio può sembrare folle e controproducente. Si può anche evitare di provarci. Meglio però sapere che UBER non è una semplice startup o una semplice APP, è un trend che indica l'emergere e l'affermarsi di un nuovo modello di business e di lavoro.

Con questa consapevolezza tutti potranno #starepiùsereni!

* Spunti per l'articolo tratti da un articolo de New York Times: “Does Silicon Valley have a Contract  Worker Problem?

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