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CAMBIARE LA FORMA MENTIS

CAMBIARE LA FORMA MENTIS

30 Novembre 2014 Redazione
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Cambiare la forma mentis: è questo che mi sono proposta iniziando “l'avventura digitale” poco più di due anni fa.
Il docente non è il detentore della conoscenza che va riversata negli alunni: ormai questa sembra un'idea comunemente accettata eppure il modo di insegnare non sembra averne risentito.

Svolgendo il mio mestiere, la cosa che più mi piace fare non è insegnare quanto imparare, continuare a studiare.

Ciò non toglie che il docente rimanga un modello per gli alunni. Un modello al pari di altre figure adulte che ruotano attorno al ragazzo (dai genitori all'allenatore, dal catechista alla baby sitter, e così via) e dai quali egli impara qualcosa, di positivo o negativo che sia.

Se l'insegnante si dimostra disposto ad apprendere, a mettersi in discussione, a migliorarsi, l'alunno imparerà a fare altrettanto. Se, al contrario, il docente rimane chiuso sulle proprie posizioni, cercando di mantenere il modello di insegnamento che ha adottato per anni, trincerandosi dietro la cattedra, simbolo di un'autorità che senza autorevolezza ha poco valore, incoraggerà gli alunni ad una rigidità mentale poco proficua e presumibilmente dannosa.

L'uso del digitale implica un grande sforzo da parte di noi docenti: quello di ammettere che non siamo perfettamente “padroni della situazione”, che spesso alcuni ragazzi sono più ferrati e abili di noi a scaricare app, installare programmi, utilizzare siti e social. E' un problema reale però solo se non abbiamo l'umiltà di ammettere che gli alunni possono insegnarci qualcosa e se non siamo disposti ad imparare da loro.

 

Fonte: www.giadabergamasco.com

 

Come educatore perdo credibilità se ammetto di non conoscere perfettamente gli strumenti digitali? O se chiedo agli alunni di spiegarmi alcune funzionalità o alcuni programmi che loro conoscono? Io credo di no.

A mio avviso perdo credibilità invece se pretendo di sapere tutto e non mi metto in discussione di fronte agli alunni perché voglio mantenere la mia posizione “al di sopra” della loro.
Io preferisco scendere dalla cattedra e, perché no, ogni tanto farci salire i ragazzi.

Proprio per questo chiedo spesso ai miei studenti di risolvermi un problema con il tablet o di scovare tutte le opzioni di un programma o ancora di aiutare un compagno che non riesce a registrarsi ad un sito o a scaricare i testi scolastici.

Si chiama problem solving e per me è uno degli indicatori più rilevanti delle competenze digitali (e non solo) raggiunte dai miei alunni!




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