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Così lontani, così vicini

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30 Luglio 2012 Redazione
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Oggi è nostro ospite Abdoulaye Thiam, senegalese, laureato in fisica e chimica, infermiere diplomato e studente alla Facoltà di Intermediazione Culturale dell'Università Statale di Milano. Ci racconta il suo rapporto con le tecnologie e come queste possano aiutarci ad annullare le distanze...

Ho il piacere di riportarvi un dialogo realizzato con Abdoulaye Thiam, studente in intermediazione culturale, sul tema dell'integrazione, su come si realizza e su quali strumenti la rendono più semplice da realizzare.

Abdulaye è nato a Ziguinchor, nel sud del Senegal, il 9 agosto del 1964. Nel 1985 ha conseguito la maturità scientica, poi la laurea breve in fisica e chimica.
Nel 1989 è immigrato in Italia, dove ha conseguito il diploma di infermiere professionale nel 1995. Adesso è iscritto alla facoltà di mediazione linguistica e culturale dell'Università Statale di Milano. E parla correntemente 5 lingue: francese, inglese, italiano, mandingo e wolof.

 

D. Abdoulaye, in base alla tua esperienza personale e agli studi che hai potuto realizzare in paesi differenti, credo che non sia un azzardo presentarti come una persona "multiculturale" in se stessa! Da esperto in mediazione culturale, come definiresti la Cultura, che cosa è per te la Cultura?

R. La cultura è un concetto complesso e ha continuato a cambiare di significato. Diverse scuole hanno cercato di ridefinirla. Gli antropologi intendono la cultura come un insieme che include il sapere, l'arte, la morale, il diritto, il costume cioè una "totalità del sapere e delle usanze". Noi ci riferiamo a un gruppo specifico nel caso in cui noi consideriamo la cultura come tutto ciò che possiede un determinato significato. La specificità introdotta nella definizione della cultura ha portato i teorici a commettere grossi errori, distinguendo tra alta cultura e bassa cultura. Oggi, nell'era della globalizzazione, sappiamo che le culture appartengono alle relazioni sociali e ai network, che esprimono in modo concreto queste relazioni.


D. Quotidiamente ti relazioni con persone provenienti da paesi differenti, con lingue, credenze e tradizioni differenti: quali sono gli aspetti più complessi e critici del tuo lavoro?

R. In Italia, la figura del mediatore culturale è misconosciuta o mal usata nelle strutture in cui è presente. Tanti confondono mediatore culturale e interprete. Mediare non si limita solamente tradurre, ma andare alla ricerca delle cause di un problema e trovargli  soluzione. E' come muoversi da un insieme ad un altro, creando un terzo insieme, che è l'insieme d'intersezione. La mia esperienza si limita nell'ambito scolastico ed ospedaliero, nei quali ho notato che la flessibilità nel dialogo è scarsa, perchè il personale non ha il training per accogliere in modo efficace lo straniero, che si sente già pregiudicato prima del suo inserimento.


D. Quali tecnologie usi per il tuo lavoro e nel tuo tempo libero?

R. Nessuno può negare il grande apporto del digitale nel mondo di oggi. Rifiutare di farne uso è come non partecipare al rendez-vous dei progressisti. Per questo faccio molto uso del telefono e del computer. Il mio lavoro senza queste due devices funzionerebbe a passi di camaleonte. Uso anche l'Ipod per riascoltare discorsi, musica, telegiornali. Uno può aggiornarsi continuamente, se ne ha voglia, avendo tutti questi apparecchi alla nostra portata.

 

D. In concreto, quanto le tecnologie mobile, i social network e le comunità virtuali ci stanno aiutando a colmare le distanze culturali?

R. Si può dire che le tecnologie mobili stanno distruggendo le frontiere tra le nazioni, smantellando le barriere tra i popoli. Stiamo comunicando più di quanto abbiamo mai fatto in passato. Le tecnologie mobili hanno di fatto rinforzato il dialogo tra le persone, ci stanno aiutando ad essere consapevoli e responsabili dei problemi che ci circondano, per esempio ''la primavera araba'' o le elezioni presidenziali in certi paesi in via di sviluppo. Possiamo affermare che, in un futuro immediato, riusciremo a fare diagnosi e trattamenti precoci in zone isolate senza che ci sia uno specialista medico e ad insegnare concetti complessi a certe comunità senza aver bisogno di mandare sul posto degli esperti. Abbiamo scoperto la via, il resto è questione di finanziamento.

 

D. Dopo lunghi anni trascorsi a studiare comunità concrete, e a come gestissero beni collettivi come acqua, foreste ed altre risorse condivise, Elinor Ostrom ha curato un libro dal titolo Understanding Knowledge as a Commons, quali sono i principali ostacoli ad uno sviluppo dell'educazione che ci faccia vedere la Cultura come un Bene Collettivo secondo te?

R. Il grosso problema è che tanti governi non hanno un ministero della cultura, cioè una politica sulla cultura. Questo porta ad una carenza di specialisti della cultura in alcune zone ed il lavoro viene lasciato a chi non ha competenza nel campo. Lì si pone il problema di onestà intellettuale. Quanti di voi si ricordano di quello che veniva scritto sul continente africano per giustificare l'imperialismo, il colonialismo ed il neo-colonialismo? ''L'Africa è una tabula rasa, i popoli primitivi bisogna civilizzarli!''. Noi non dobbiamo avere paura di riconoscere quello che c'è di positivo nell'altro. E' solo in questo modo che le culture possono essere considerate come beni collettivi. La mancanza di sensibilizzazione degli abitanti riguardo i nostri patrimoni culturali ed i pregiudizi sono altri ostacoli allo sviluppo dell'educazione.


D. Attraverso questo portale stiamo cercado di far scorgere quante similitudini ci siano tra il nostro modo di relazionarci e il modo in cui progettiamo strumenti di comunicazione... quale credi sia il confine tra la il mezzo e il contenuto della comunicazione?

R. La linea di demarcazione risiede nella mancanza di percezione della tonalità della voce, per cui chi riceve il messaggio perde la prontezza alla scelta della parola giusta per interloquire in modo adeguato, con il rischio che il discorso sia interpretato male. La comunicazione va al di là della semplice produzione delle parole perchè il ricevitore, in certe circostanze, tiene in considerazione le pause, l'intonazione della voce e la mimica dell'emittente.

 

Nel rileggere questo nostro dialogo, vi leggo una profondità nelle risposte che non era nell'intenzione delle domande... oggi ho imparato moltissime cose.

La cultura si replica rapidamente e più allargheremo il diaframma, includendo nuovi pixel alla conoscenza, maggiore sarà la risoluzione con cui potremo comunicare e trovare insieme soluzioni.

Grazie a Abdoulaye Thiam.

Paola De Vecchi Galbiati

 

Questo articolo è tutelato da licenza Creative Commons

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