A scuola con il tablet /

E se smettessimo di parlare di tecnologia e parlassimo di didattica e apprendimento?

E se smettessimo di parlare di tecnologia e parlassimo di didattica e apprendimento?

17 Settembre 2015 Redazione
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Per chi la vede da fuori la scuola italiana è un mondo tutto da scoprire e soprattutto da comprendere. Anno dopo anno si parla di riforme e cambiamenti ma tutto sembra ridursi (grazie anche al contributo dei media) a semplici scontri ideologici e politici tra progressisti e conservatori, riformatori e conservatori. Da anni si parla di rendere la scuola tecnologica ma il risultato è la semplice introduzione di nuove terminologie in lingua inglese e di alcuni nuovi dispositivi in classe.

Lasciando il tema politico ad ambiti diversi, più preparati e agguerriti, occupiamoci del tema tecnologia ponendo una semplice domanda: e se si smettesse di enfatizzarla per focalizzare tutta l’attenzione sulla didattica e l’apprendimento?

Nulla vieta di farlo ma la pratica quotidiana, che vede impegnati migliaia di insegnanti a scuola ma anche nelle loro attività online, indica che l’infatuazione per la tecnologia è così grande da mettere in secondo piano  ciò che veramente conta e interessa, la formazione dei ragazzi e la definizione di nuove forme della didattica capaci di sfruttare la tecnologia come mezzo e opportunità. Possedere un tablet è diventato per molti insegnanti uno stile di vita ma spesso è un semplice oggetto tecnologico che in classe finisce per rimanere spento sulla loro cattedra o nella loro borsa da lavoro.

 

 

In pochi anni, soprattutto dopo l’arrivo dell’iPad, la scuola si è popolata di esperti tecnologi, coach, commerciali di aziende alla ricerca di nuovi mercati, associazioni capaci di sfruttare canali di finanziamento politico e furbastri vari, molti dei quali con importanti e ben finanziati progetti online. Ma la scuola si è anche riempita di nuovi linguaggi, parole e terminologie, quasi tutte in lingua inglese e con significati e analogie che pescano in culture diverse da quella italiana e che avrebbero bisogno di qualche sforzo cognitivo per dare forma a nuovi concetti, analogie e categorizzazione nella nostra lingua, fondamento della nostra cultura e della nostra capacità di produrre pensiero e narrazioni del mondo. Succede così che un professore di lingua italiana non ha alcuna difficoltà a parlare di Facebook (non suona bene muro delle facce…?), di twitter (cinguettare non è forse meglio…?), workshop (laboratori creativi non va bene?), formazione flipped (se non si usano terminologie italiane come  insegnamento capovolto o scuola capovolta si finisce per percepirle come termini insignificanti  e concetti senza senso) o blended (chi ha paura del concetto di formazione mista o di formazione ibrida?). Quando le parole inglesi sono più di una il vocabolario dell’insegnante si arricchisce di acronimi e abbreviazioni che finiscono per sostituire intere categorie di concetti ma per non favorirne la creazione di nuovi e in lingua italiana. Con tutte le conseguenze umoristiche del caso dovute al modo con cui acronimi e parole inglesi vengono pronunciate all’italiana.

Il ricorso a terminologie in lingua inglese finisce per impedire conversazioni e riflessioni e per tenere lontani genitori in palese difficoltà ad ammettere la loro scarsa conoscenza tecnologica e anche linguistica di termini in lingua. Ne conseguono spesso dialoghi surreali nei quali gli interlocutori non sanno precisamente di cosa stiano parlando e interazioni inconcludenti per gli obiettivi che le hanno motivate. Temi e argomenti di questi dialoghi sono spesso la tecnologia e i suoi prodotti, raramente quelli legati alla didattica, all’apprendimento e agli effetti che le tecnologie hanno su di essi e sugli studenti.

 

 

E se si cominciasse a guardare tutti alla tecnologia da una nuova prospettiva? Una visione nella quale la tecnologia diventa semplice strumento per fare più efficientemente e meglio quello che già si sta facendo? Se lo si facesse si smetterebbe di parlare di portafogli digitali e tecnologici degli studenti per mettere in evidenza i loro successi nell’apprendimento, di attività legate a learning management systems per sottolineare l’importanza di una collaborazione tra colleghi per organizzare in modo più efficiente le risorse disponibili. Si sostituirebbero questionari digitali con la raccolta di feedback in tempo reale in modo da ridefinire e migliorare l’insegnamento in classe e le lezioni.  Invece di parlare di classi paperless e digitali collegate in cloud si potrebbe sottolineare l’opportunità derivante dalla possibilità di essere sempre connessi, di disporre di materiali e risorse didattiche nella Nuvola, della loro condivisibilità e dei vantaggi della collaborazione. Al posto di descrivere la classe come flipped (capovolta) per pratiche di apprendimento di tipo blended (ibrido) si potrebbe semplicemente elaborare pensiero sulle scelte fatte per facilitare l’accesso alle risorse e il loro utilizzo grazie a una diversa disposizione della classe, e a un insegnamento che da frontale diventa collaborativo e comunitario.

Riconquistare l’uso della lingua italiana e dei significati italiani delle parole e dei concetti tecnologici è il primo passo per una migliore comprensione della rivoluzione tecnologica in atto. Il secondo passo è quello di dare meno enfasi alla tecnologia in sé e maggiore peso e importanza a quello che gli insegnanti sanno fare, insegnare e educare! Se si cambia prospettiva i presidi, ora eletti a dirigenti privati di una scuola pubblica, e gli insegnanti che presto riceveranno un buono scuola di qualche centinaia di euro all’anno, potranno investire le loro insufficienti risorse in modo diverso. Non più o non solo nell’acquisto di tablet e corsi blended (ibridati dalla tecnologia usata) ma in corsi di formazione sulle nuove forme della didattica da introdurre in classe e sulle metodologie da usare, nella raccolta di informazioni e elaborazione di nuove conoscenze per interagire con ragazzi dalla testa (forse ben fatta) sicuramente mutata dalla tecnologia che utilizzano per più ore al giorno e dall’uso eccessivo degli schermi dei loro dispositivi mobili e connessi e infine per apprendere modi efficaci per erogare lezioni e corsi in classe.

 

 

Se poi questo sforzo di apprendimento avviene attraverso l’impiego di tecnologie e i risultati trovano anch’essi un ricorso a strumenti tecnologici in classe, significherà che della tecnologia viene fatto un uso corretto e adeguato alle necessità dei tempi. Ciò che conta è parlare sempre meno di tecnologia e sempre più di didattica e apprendimento, sempre meno di prodotti tecnologici e sempre più dei loro effetti e delle loro opportunità.

E’ un obiettivo facilmente raggiungibile ma richiede una forte capacità di fare delle scelte e la volontà di distaccarsi dalla attrattività magnetica, affabulatrice e ingannatrice delle sirene della tecnologia e dei loro compagni che, legati come Ulissi per evitarne i pericoli, fanno si che molti altri finiscano nello loro braccia delicate e affascinanti ma stritolatrici.

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