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Innovare la scuola: missione entusiasmante e impossibile?

Innovare la scuola: missione entusiasmante e impossibile?

30 Giugno 2015 Redazione
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Di innovare la scuola tutti ne parlano ma pochi sanno di cosa si tratti. Tutti vogliono cambiare la scuola ma poi finiscono per replicare il già fatto. Tutti sono interessati a una scuola 2.0 capace di sfruttare al meglio le novità della rivoluzione tecnologica in corso ma pochi hanno capito veramente come farlo. Nel frattempo gli studenti continuano a scaldare i banchi di scuola e a giocare con i loro smartphone in classe.

Per Edgar Morin la scuola deve educare a vivere, per molti l’educazione scolastica è la funzione sociale più importante per fornire alle generazioni future gli strumenti di conoscenza adeguati a comprendere la complessità del reale e ad affrontare le crisi di società prossime venture. L’importanza attuale dell’educazione scolastica è tale da essere oggetto costante di discussionie tra addetti ai lavori e studiosi, di investimenti, anche privati, di tentativi di riforma e interventi governativi e di nuove idee.

I risultati sono però spesso deludenti e senza effetti speciali nel modo in cui l’educazione è praticata, erogata e gestita. La delusione sulla mancata innovazione è tanto più grande se si considera il ruolo promettente delle nuove tecnologie applicate alla didattica e al loro scarso e inadeguato utilizzo nelle pratiche formative di tutti i giorni. Ne deriva una scuola sempre uguale a se stessa, con alcune importanti eccezioni, non sufficienti comunque a giustificare ottimismi e entusiasmi diffusi.

I mancati progressi sono stati determinati da una visione della scuola non adeguata ai tempi tecnologici che stiamo vivendo e alle menti cambiate dei ragazzi che con la tecnologia sono invece cresciuti fin dai primi anni della loro esistenza (smartphone e biberon, vagiti e cinguettii, specchi familiari e muri delle facce, libri di testo e Internet). Complici del mancato progresso sono stati anche gli insegnanti, almeno tutti quelli che hanno semplicemente risolto il problema del cambiamento distribuendo tablet e altri dispositivi digitali a scuola, dimenticandosi degli aspetti umani dell’insegnamento e il ruolo chiave che ogni insegnante può giocare nel suo rapporto relazionale con lo studente.

L’allestimento di classi con tablet e iPad e l’innamoramento per le nuove tecnologie sono serviti ad arricchire produttori e loro canali di vendita, hanno fatto nascere nuove startup e società dedicate alla formazione tecnologica degli insegnanti e hanno favorito il nascere di organizzazioni e associazioni legate alla politica e ai suoi finanziamenti per acquisire ruoli pubblici ben visibili e pagati, anche a dispetto dei pochi risultati concreti ottenuti. Il tutto mentre la scuola ha cominciato a soffrire di problemi che sembravano superati da tempo e che sono riemersi per la violenza della crisi economica in corso, come quelli dell’abbandono scolastico e della difficoltà, seprimentate da chi ha meno, a sostenere i costi di università. master o scuole specializzate.

La crisi (una parola di origine greca che non denota soltanto il momento di difficoltà ma anche il suo potenziale superamento) offre oggi la possibilità di ripensare l’educazione e di farlo ritornando alle origini quando la relazione tra docente-discente era coinvolgente e forte con in più la possibilità di introdurre nuove forme di apprendimento personalizzato, imprenditoriale, creativo e individuale reso possibile dalle nuove tecnologie. Il cambiamento è reso necessario dalla trasformazione avvenuta nella testa dei ragazzi a livello cerebrale, cognitivo, mentale e culturale. Sono trasformazioni che hanno mutato i processi mentali e le modalità di acquisizione della conoscenza, anche attraverso l’apprendimento oltre che altre esperienze umane. La macata innovazione può portare come ha prefigurato Peter Thiel alla fine della scuola come la conosciamo oggi, comprese le università.

Il richiamo alla necessità del cambiamento viene fatto spesso, soprattutto dalla politica, rivolgendosi o pensando agli studenti e al loro futuro. In realtà dare maggiore importanza e forza al ruolo dell’insegnante (non solo del preside) è ancor più importante perché significa rivedere e ripensare il modo con cui si pratica oggi l’insegnamento e le varie forme di didattica. Gli insegnanti della scuola 2.0 non hanno bisogno e neppure vogliono diventare delle star del jet set musicale ma aspirano soltanto a dare al loro lavoro nuove prospettive e nuovi contenuti.

Alla tendenza emergente tra politici e imprenditori di imporre alla scuola criteri di efficienza, di redditività e di competitività bisognerebbe contrappore una ritrovata alleanza tra studenti, famiglie e insegnanti per dare forma a un’educazione basata sulla sete di conoscenza, sul dialogo, la collaborazione e lo scambio e sulla possibilità di piegare a questo scopo tutte le tecnologie disponibili, e non solo il tablet, la LIM o Facebook (perché non chiamarlo il Muro delle facce per recuperare e valorizzare la nostra bella lingua?).

Se questa diventasse la tendenza vincente il governo potrebbe contribuire a finanziare iniziative, anche imprenditoriali, capaci di trarre vantaggio dalla tecnologia e dalle nuove capacità dei ragazzi da essa mutuate. Queste iniziative sono già una realtà nei paesi anglosassoni e si traducono in laboratori post-universitari, incubatori di startup e nuove idee, laboratori attrezzati per dare modo di concretizzare la creatività individuale, la collaborazione sociale e lo sviluppo professionale.

La nuova scuola non fornirà un’educazione migliore perché fondata su un’organizzazione gerarchica più efficiente, su classi dotate di tablet o laptop su ogni banco o sull’offerta di corsi online.  Il cambiamento verrà dall’evoluzione e trasformazione nel modo di pensare all’insegnamento e alla scuola nella società tecnologica attuale senza dimenticare l’essenza stessa dell’insegnamento, il suo essere fondato sulla relazione umana tra persone e sul dialogo (ieri socratico oggi cinguettante e tecnologico), entrambe finalizzate al trasferimento di nuove conoscenze e di conoscenza.

Il recupero del dialogo passerà anche attraverso l’adattamento degli insegnanti alle nuove richieste di autonomia dei ragazzi e la comprensione che le loro necessità sono sempre legate alla realizzazione di sé stessi e alla creazione di relazioni sociali all’interno di comunità e reti sociali reali. Il tutto è destinato ad accadere in contesti segnati dalla incertezza e dalla complessità. La tecnologia ha reso tutto più semplice, veloce e facile ma anche molto più complesso. Un sintomo della complessità è la crescente difficoltà degli insegnanti a relazionarsi con i genitori (grazie a Internet sono anche loro diventati insegnanti ed esperti delle forme della didattica) e a ritrovare una nuova autorevolezza che nasce anche dalla capacità di vivere e interpretare il nuovo che avanza, di fare i conti con il surplus cognitivo dei ragazzi e di comprendere i meccanismi che determinano le forme di apprendimento e della conoscenza.

Scegliere il cambiamento e l’innovazione non significa dare forma a una educazione r-innovata così come non impedirà l’emergere di costanti e nuove discussioni su cosa significhi insegnare, educare e apprendere. In un contesto nel quale tutti possono parlare di educazione e tutti pretendono di avere le ricette giuste per cambiarla, agli insegnanti non rimane che partecipare al dibattito e farlo portandovi la loro conoscenza frutto di studio e apprendimento ma soprattutto di molta pratica e relazione diretta con i ragazzi impegnati a formarsi alla vita attraverso l’apprendimento.

Una missione entusiasmante ma praticamente impossibile!

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