A scuola con il tablet /

Leggere e scrivere nell’era iper-tecnologica

Leggere e scrivere nell’era iper-tecnologica

11 Maggio 2015 Redazione
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Le nuove tecnologie non sono solo potenti strumenti per un ampliamento delle abilità umane e di nuove opportunità. Sono anche motivo di grande inquietudine e incertezza per i cambiamenti profondi che stanno producendo. Lo sono per la loro capacità di cambiare paradigmi, di modificare scenari e di far sperimentare nuove situazioni di vertigine da prestazione o di panico da disorientamento.

Senso di vertigine e panico diffuso

A sperimentare situazioni di vertigine da tecnologia sono soprattutto i giovani nativi digitali. Sempre collegati al loro smartphone e connessi alla rete, interagiscono e dialogano tra di loro sentendosi potenti, euforici e socievoli. Per loro il tempo e lo spazio si dilatano e si comprimono fino a scomparire. Lo spazio/tempo è per loro determinato dalla virtualità globalizzante della rete e del Web che ha ampliato le loro capacità sensoriali, facendo sparire confini geografici e limiti temporali, e dando loro l’impressione di essere ovunque senza limiti di latitudine o di longitudine.

Chi sperimenta il panico è solitamente l’immigrato digitale. Per lui le nuove tecnologie significano soprattutto un cambio di paradigma che lo obbliga a confrontare i suoi orizzonti futuri con qualcosa che è percepito come complicato e a volte incomprensibile. La difficoltà non nasce dalle tecnologie in sé e neppure dal loro utilizzo possibile. Anche per l’immigrato digitale la tecnologia è uno strumento e un mezzo per svolgere meglio ciò che già si faceva.

La vera difficoltà nasce dalle implicazioni culturali, mentali e sociali del nuovo paradigma. E’ un paradigma che, per radicalità e profondità, deve essere paragonato a quello imposto dall’arrivo della macchina per la stampa, più di cinque secoli fa. Ciò che nel paradigma della stampa era lineare e omogeneo, con le nuove tecnologie è diventato simultaneo e circolare, sensoriale e visivo.

Il cambiamento è paradigmatico

Il cambiamento di paradigma tecnologico in atto trova una sua forza particolare nella capacità delle nuove tecnologie di incidere, probabilmente in modo irreversibile, sulle menti delle persone, sul loro apparato cognitivo, sulle capacità linguistiche e anche sui circuiti (hardware) neuronali (sistemi neurali, emisferi cerebrali e aree come quella di Wernicke e di Broca, neuroni a specchio, ecc.). Questa capacità rende le nuove generazioni di nativi digitali incapaci di comprendere fino in fondo la rivoluzione di cui sono vittime e protagonisti al tempo stesso ma offre loro la grande opportunità di sperimentare nuove modalità nell'acquisizione di nuova conoscenza, nello scambio di saperi, nello sviluppo di nuove forme di pensiero e di interazioni (interrelazioni) con la realtà.

Il cambio paradigmatico nello spazio della scuola

Nativi e immigrati digitali hanno modo di incontrarsi e confrontarsi in rete ma anche in spazi più tradizionali come la scuola, spazi nei quali il tema della tecnologia è diventato sia oggetto di seria e profonda riflessione, sia di sperimentazioni concrete e di innovazione.

Comprendere cosa sta avvenendo nella scuola come effetto della rivoluzione tecnologica in atto, significa interrogarsi sulle forme della didattica e sul ruolo della tecnologia nella formazione, sulle teorie pedagogiche, dalla scuola per l’infanzia all’università, sulle nuove forme di apprendimento (da lezioni frontali e libri di testo a lezioni collaborative e crossmediali, Web e dispositivi digitali) e di accesso alle conoscenze ma anche su come fare a far convivere il nuovo con il vecchio, i nuovi paradigmi con quelli tradizionali. Invece di interrogarsi sui rischi associati al cambiamento serve di più chiedersi cosa le nuove tecnologie possano offrire di più rispetto a quelle precedenti e quali strumenti concettuali e pratici siano necessari per sfruttare al meglio le opportunità offerte dalle nuove tecnologie e dalle loro rivoluzioni sociali e culturali.

Lettura, scrittura due facce della stessa medaglia

Una delle rivoluzioni più profonde indotte dalla tecnologia odierna è legata al binomio lettura-scrittura, due pratiche tra loro strettamente collegate che sono alla base di qualsiasi attività scolastica e strettamente legate allo sviluppo cognitivo, alla trasmissione del sapere, alla narrazione mitologica umana e alla storia delle idee. Due pratiche profondamente mutate dall’uso delle nuove tecnologie e che hanno dato forma a nuove forme di apprendimento, a nuovi linguaggi e trasformazioni memetiche delle menti delle persone, soprattutto dei ragazzi nativi digitali.

Mentre tutta l’attenzione mediatica è rivolta alla riforma de ‘Labuonascuola’ (come se un cinguettio e una volontà autoriataria investita sul cambiamento fosse sufficiente) del governo e alle sue implicazioni in termini di posti di lavoro e poteri più o meno centralizzati, si rischia di defocalizzare l’attenzione sulla vera rivoluzione in atto che sta già trasformando la scuola nel profondo.

Una rivoluzione silenziosa ma violenta perchè profonda e gestita dalla tecnologia

E’ una rivoluzione silenziosa che non può essere ignorata perché sta modificando la testa dei ragazzi e il loro patrimonio genetico (cervello e sistemi neurali) e memetico (mente e apparato cognitivo) e impone agli insegnanti, in maggioranza immigrati digitali, il compito di coniugare il patrimonio inalienabile della tradizione con le nuove riconfigurazioni cognitive e mentali determinate dalle nuove tecnologie. Agli insegnanti spetta il compito di tenere insieme il valore contenutistico della tradizione e rinforzare pratiche didattiche e pedagogiche centenarie trasformando le nuove tecnologie in strumenti formativi capaci di consentire agli studenti di imparare meglio di prima.

Nei nuovi scenari tecnologici la scuola deve fare i conti con il cambiamento paradigmatico che porterà dal libro cartaceo al libro digitale, dal testo al tablet, dalla lavagna vista da tutti al megaschermo virtuale generato dalla collaborazione e interazione tra dispositivi e applicazioni diverse. Il futuro scolastico, e non solo, sarà sempre più digitale. Inutile remare contro paventando il grande disastro per colpa della tecnologia così fuorviante investirvi come la soluzione di tutti i problemi. Meglio continuare a focalizzarsi, come molti insegnanti continuano a fare, sul divario tra bisogni degli studenti e offerta culturale, sia nella forma di contenuti offerti che di nuove didattiche capaci di tenere conto delle trasformazioni avvenute.

Non serve più tecnologia, è l'uso che se ne fa a fare la differenza

Non si tratta di portare in classe più tecnologia ma di capire che uso farne, di studiare con attenzione e riflettere in modo critico sulle conseguenze pratiche e teoriche dell’introduzione delle nuove tecnologie nelle scuole.

Sperimentazione pratica (uso delle machine) e teorico-metodologica devono essere un tutt’uno per poter interagire con ragazzi che non sembrano avere più bisogno di maestri o formatori, avendo ridefinito il loro modo di apprendere attraverso lo strumento tecnologico e il web. A questi ragazzi non servono nuovi contenuti ma strumenti cognitivi utilizzabili per capire come fare a usare meglio gli strumenti tecnologici con i quali accedono ad essi e li rielaborano. Ne deriva la necessità di elaborare nuovi modelli didattici capaci di far collaborare strumenti tradizionali (il testo) e nuovi (il tablet e il Web).

Questi nuovi modelli devono tenere conto delle teorie pedagogiche consolidate (Dewey) ma anche ragionare sul ruolo che i nuovi mezzi tecnologici hanno finito per assumere nel sistema produttivo culturale attuale che punta alla creazione di consumatori passivi, incapaci di riflettere criticamente sul loro presente e passato e di proiettarsi nel futuro (the Big Now o eterno presente in cui tutti siamo oggi immersi).

A questi consumatori, nella loro età scolastica, la scuola può indicare quale uso intelligente fare delle tecnologie e quali strumenti, tecnici e cognitivi, usare per elaborare una (auto) riflessione critica capace di ridefinire in continuazione lo spazio del sapere e della conoscenza e soprattutto di imparare a imparare.

Protagonisti per fare la differenza

Protagonisti assoluti nel fare la differenza sono i ragazzi nativi digitali. Lo sono perchè non potrebbero non esserlo visto che sono cresciuti immersi nella tecnologia ereditandone forme e modi di interazione e rappresentazione delk mondo.

Protagonisti forse più importanti sono però i numerosi insegnanti che hanno percepito il cambiamento di paradigma e colto l'inadeguatezza della scuola attuale ad adattarsi evolvendo. Questi professori hanno iniziato da tempo una rielaborazione teorica (vedi i numerosi gruppi Facebook) della didattica e dei modelli pedagogici e si sono proiettati in nuove sperimentazioni per capire quale uso fare delle tecnologie disponibili in classe.

Peccato che alla loro voglia di protagonismo, intuizione e percezione della necessità del cambiamento non faccia riscontro una capacità della politica di intervenire con visioni e idee nuove e di indirizzare gli investimenti nel modo più adeguato ai tempi di cambiamento che stiamo vivendo.

Più che puntare ad una ridefinizione dei ruoli e delle responsabilità basterebbe ridare dignità all'insegnamento e agli insegnanti e dotare le scuole di budget adeguati a rendere la scuola più tecnologica e capace di fornire ai ragazzi nuoci strumenti cognitivi e di sviluppo personale.

Considerando i precedenti non rimane che augurare in bocca al lupo alla scuola, agli studenti nativi digitali e agli insegnanti immigrati digitali ma non ancora pronti per essere rottamati da un semplice cinguettio fuori tempo!


 


* Spunti per questo testo tratti dalla lettura del testo di Loretta del Tutto pubblicato nel libro Il Cammino delle idee, edito da Tangram Edizioni Scientifiche

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