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Previsioni 2016: scuola, cultura, educazione

Previsioni 2016: scuola, cultura, educazione

17 Dicembre 2015 Redazione
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Obiettivo principale dovrebbe essere la cultura ma cosa fare se non ne esiste la domanda? Gli studenti la cultura se la fanno con Internet e i social network e con un semplice click sembrano sapere più di quanto non sappiano gli insegnanti. Ne deriva un consumismo culturale diffuso che rende complicato all’insegnante parlare, imporre la sua conoscenza e autorevolezza, stimolare curiosità e attimi fuggenti. Sarà così anche nel 2016?

Dopo la legge de #labuonascuola molte narrazioni giornalistiche ci raccontano una scuola finalmente modernizzata e pronta per ripartire. La stessa legge ha prodotto reazioni contrarie e narrazioni opposte che sottolineano le preoccupazione per la perdita di valori e forme della didattica tradizionali. L’unica cosa certa è che la confusione è grande sotto il cielo. Soprattutto perché ogni modernizzazione dovrebbe anche contenere forme di eguaglianza sociale che nella realtà economica attuale e nelle scelte politiche fatte si fa fatica a vedere. Le modernizzazioni del passato hanno permesso a un grande numero di figli di contadini e operai di diventare medici, avvocati, professionisti e docenti universitari o insegnanti. Oggi aumenta il tasso di abbandono della scuola e crescono le difficoltà dei ceti meno abbienti nel garantire ai loro figli opportunità di accesso all’università per una futura e possibile scalata sociale.

Molta confusione attuale nasce dalla percezione che la realtà sia diventata complessa e che la manipolazione semantica della realtà di cui siamo vittime e alla quale partecipiamo da anni abbia reso complicato dare un senso alle parole e condividerne i significati. Cosa significa ad esempio la parola riforma? Che senso ha parlare di #labuonascuola, esiste forse #lascuolacattova? Cosa si intende per modernizzazione tecnologica della scuola? Una didattica tradizionale senza tecnologia è mai esistita o è stata negativa?

Se non c’è accordo sui termini o è impossibile sintonizzarsi cognitivamente diventa oltremodo complicato capirsi, ascoltarsi e dialogare. Ne deriva la difficoltà ad affrontare lo stesso argomento scuola, parlare di didattica, ragionare su ruolo, obiettivi e finalità, condividere una visione della scuola come organismo complesso che mal sopporta interventi dirigisti e imposti dall’alto ma anche visioni alternative ancora tenacemente al passato.

 

La scuola deve oggi fare i conti con la prevalenza dell’economia su tutto il resto, compresa la politica e la società. Ne consegue che la scuola e l’università devono produrre conoscenza utile a formare capitale umano che possa essere valorizzato per i suoi utilizzi futuri in ambito lavorativo ed economico. Un obiettivo con orizzonti limitati ma encomiabile se solo coinvolgesse tutti e non fosse soltanto un mezzo per fornire conoscenze, strumenti e opportunità a un numero limitato di giovani.

E’ in questa direzione che vanno le strategie di modernizzazione che puntano sull’uso delle nuove tecnologie, sulla riorganizzazione in senso aziendale delle scuole, sulla maggiore flessibilità. Il tutto trova un suo significato in un mercato diventato globale e nel quale i giovani che escono dalla scuola saranno chiamati alla mobilità nazionale e internazionale per collaborare con aziende anch’esse alla ricerca di nuove competenze modellate sulla realtà economica globalizzata attuale. Ha meno senso se si traduce in una subordinazione della scuola al mercato, trasformando gli insegnanti in formatori aziendali di competenze specifiche definite da esigenze dettate dall’esterno.

Se questa è la situazione (non tutti sono chiamati a condividerne la percezione e visione) cosa ci prospetta il 2016? Cosa ci si potrebbe augurare? Probabilmente la migliore risposta sta nella comprensione della complessità della domanda. Nulla sembra infatti semplice, anzi tutto è molto complicato, soprattutto perché si sono persi i riferimenti semantici dei termini della discussione.

Nessuno si può opporre all’idea di contribuire a fornire delle giuste competenze ragazzi destinati al lavoro cognitivo per un loro futuro inserimento e successo in aziende nazionali e internazionali. Ma cosa succede se queste competenze e le forme didattiche e di apprendimento a esse associate sono dettate dall’esterno, dalle politiche europee o nazionali? La scuola non dovrebbe avere una sua autonomia e avere come obiettivo la formazione, l’istruzione e la cultura? L’insegnante non dovrebbe avere un ruolo particolare e autonomo nella diffusione di cultura e nella trasmissione del sapere?

Un ruolo fatto certamente da nuove forme della didattica, non più frontale ma collaborativa e capace di sfruttare le nuove tecnologie digitali, ma sempre essenziale nel suo fare da collettore delle reazioni degli studenti e impostare una reale interazione e collaborazione con loro dalla quale possano nascere percorsi educativi ma anche la condivisione di uno scopo, la cultura.

 

Se alla scuola venisse garantita l’autonomia e se il dialogo insegnanti-studenti potesse svilupparsi dialetticamente ma in armonia le previsioni per il 2016 sarebbero favorevoli. Dovrebbero però essere affrontati seriamente e gestiti alcuni problemi, innanzitutto quello dell’abbandono scolastico che vi vede maglia nera in Europa soprattutto per la scolarizzazione superiore.

Se si volesse essere profeti, il 2016 non sarà molto diverso dal 2015. Sicuramente non saranno molte le scuole che verranno ristrutturate o costruite così come difficilmente si riuscirà a digitalizzare e a trasformare tecnologicamente la scuola italiana. La legge de #labuonascuola ha comunque fornito numerosi spunti di riflessione dai quali scaturiranno numerose novità.

Ciò che emergerà sarà nel segno dell’innovazione. Con quale verso non si sa ancora ma non sarà certo dettato dai cinguettii, dai sondaggi o dall’opinione media. E’ un’innovazione che nascerà dalla problematicità della scuola e dalle molte devianze in essa contenute che ne fanno una specie di calderone caotico in continua ebollizione e dal quale possono emergere forze realmente trasformatrici (disruptive si direbbe usando un gergo tecnologico di moda). Queste devianze, come direbbe Morin, creano dei fenomeni emergenti che producono a loro volta forme di aggregazione diverse e capaci di dare forma finale a tendenze che si trasformano in forza storica di cambiamento.

Il cambiamento che sta arrivando non ha bisogno di abbandonare il passato e non può essere schiacciato nel tempo presente e della comunicazione istantanea. Deve mantenere le esperienze passate arricchendole di nuove conoscenze, utilizzando in modo intelligente e critico le risorse tecnologiche e di Internet per l’acquisizione di nuovi saperi. A fare la differenza saranno sempre il rapporto e la presenza fisica, il faccia a faccia tra insegnante e discente, la relazione psichica, le reazioni e controreazioni e la capacità da parte degli insegnanti di giocare un ruolo attivo nell’educazione delle nuove generazioni. In questo contesto anche la nuova figura di preside disegnato da #labuonascuola non potrà non essere quella di un direttore di orchestra. Se diventerà quella di un dirigente d’azienda la figura del preside diventerà la metafora perfetta del fallimento di una legge che in molti non volevano ma che è stata comunque imposta perché dettata dalle leggi dell’economia.

 

“Lo scopo della riforma dell’educazione, che è poi il ‘ben vivere’di ciascuno e di tutti, in particolare per gli insegnanti da una parte e gli insegnati dall’altra, richiede una generazione dell’Eros. […]negli insegnanti l’Eros è presente nell’amore del sapere da dispensare […]nei bambini e nei giovani per la meravigliosa curiosità per tutte le cose […] questa meravigliosa curiosità può essere rianimata in desiderio di sapere non solo da un maestro posseduto dell’Eros ma anche da una formazione arricchita da materie appassionanti, come quelle dei sette saperi e quelle dell’educazione alla civiltà.”

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