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Scuola e tecnologia [16]. Inutile demonizzare la tecnologia, meglio comprenderne il senso!

Scuola e tecnologia [16]. Inutile demonizzare la tecnologia, meglio comprenderne il senso!

09 Novembre 2014 Redazione
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Solotablet intervista Aluisi Tosolini Dirigente Scolastico del Liceo Scientifico - Liceo Musicale - Liceo Sportivo - Attilio Bertolucci - Parma. Da filosofo il Prof. Aluisi sa che ogni trasformazione delle condizioni materiali, degli strumenti dell’apprendimento, delle varie “protesi” di cui ci serviamo per migliorare la nostra vita, i nostri sensi, le nostre capacità, ha sempre generato sconcerto e critiche. Lo stesso sta accadendo oggi. E’ cambiato il paradigma ma siamo ancora troppo immersi nel mutamento per poter dire come andrà a finire. Siamo nella terra di mezzo....

Se sei un/a insegnante e vuoi contribuire alla iniziativa di SoloTablet puoi contattarci a questo indirizzo. Ti verranno inviate le domande utili a comporre l'intervista.

Per l'anno scolastico 2014 proponiamo a tutti gli inseganti  l'ebook 'Tablet a scuola: come cambia la didattica' scritto da Carlo Mazzucchelli. Seguiteci anche attraverso la nostra rivista digitale Flipboard dedicata alla scuola.


 

Buongiorno, la vostra scuola è stata recentemente inserita tra le 22 eccellenze educative nazionali per le sperimentazioni e i progetti di innovazione della didattica anche attraverso le nuove tecnologie ed è protagonista del movimento delle AVanguardie Educative. Ci può raccontare la visione e le iniziative che hanno portato a questo protagonismo e risultato?

Avanguardie educative è un movimento (il suo manifesto), non un premio. Un movimento culturale che dal basso tenta di proporre l’innovazione nelle scuole italiane mettendo in discussion 3 dimensioni chiave: lo spazio, il tempo, la didattica.

Un movimento di innovazione che porta a sistema le esperienze più significative di trasformazione del modello organizzativo e didattico della scuola. Un movimento aperto alla partecipazione di tutte le scuole italiane che lavorano ogni giorno per trasformare il modello tayloristico di una scuola non più adeguata alla nuova generazione di studenti digitali e disallineata dalla società della conoscenza.

Ci può raccontare qualcosa della vostra scuola e di cosa la caratterizza dal punto di vista della didattica e della visione del ruolo dell'educazione per il futuro delle nuove generazioni?

Il nostro è un liceo giovane, nato solo 7 anni fa. Sin dall’origine si è caratterizzato come scuola per i nativi digitali. Ogni aula aveva (ed ha) una lavagna interattiva o un proiettore digitale. Da sempre abbiamo avuto il registro elettronico.

Tutto l’edificio è cablato sia in rete Lan che in wi-fi. A settimane, finalmente, arriverà la fibra ottica tramite la società regionale Lepida. La didattica utilizza il più possibile le risorse del digitale, sia per favorire la comunicazione e la condivisione che per quanto concerne l’elaborazione dei saperi.

A ciò si aggiungono corsi specifici che si sono via via aggiunti nel corso degli anni: dal corso di video making al corso di fotografia digitale, dal corso sul linguaggio html al corso sulla costruzione di ebook in formato ePub, dai corsi di coding ai corsi di linguaggio LaTeX.

L’educazione, nel tempo della postmodernità e della globalizzazione, è chiamata a formare cittadini competenti e critici all’interno della società della conoscenza caratterizzata dalla velocità dei mutamenti e dallc necessità di apprendimento continuo.

Non è più la scuola della società industriale, del taylorismo educativo.

 

 

    Cosa pensa delle nuove tecnologie e che tipo di relazione intrattiene con esse nella sua vita individuale e professionale?

      Siamo immersi nella tecnologia, e lo saremo sempre di più sino a giungere ad indossarla, ad introiettarla. Non si tratta di demonizzarla quanto piuttosto di comprenderne il senso e di apprendere a vivere in modo critico – esplicitando la cittadinanza attiva – all’interno di un modo sempre più tecnologico. Ciò non implica abbandonare il mondo “reale” per starsene solo in un mondo “virtuale”: anzi i due termini oggi tendono a coincidere nelle esperienze dei giovani. Sono piuttosto gli adulti coloro che non riescono a stare al passo. Adulti che, legati ancora ad un sapere solo sequenziale (figlio della tecnologia del libro, occorre pur ricordarlo! e non certo della struttura del pensiero in sé), faticano a comprendere il senso dei saperi immersivi, orizzontali, sistemici, reticolari, connettivi.

      Personalmente ho iniziato, da docente di filosofia, a lavorare in rete e con la rete alla fine degli anni 80. Ai primi anni 90 ho – “grazie” ad un lunga malattia - ho imparato il linguaggio html (Hot Dog di Sausage Software). E poi ho continuato a far interagire didattica, pedagogia e new media. Nel 2001, ad esempio, ho dato alle stampe il volume “New media, internet e intercultura”. Ho poi insegnato metodi e tecniche delle interazioni educative e tecnologie didattiche sia all’Università Cattolica che all’Università di Parma, utilizzando spesso piattaforme di elearning.

      Direi, in sintesi, che chi oggi opera nel settore della formazione senza competenze digitali è un’analfabeta a cui non andrebbe consentito di formare nuove generazioni: sarebbe come formare giovani terrestri con insegnanti marziani. Il rischio dell’incomunicabilità e del fallimento non potrebbe che essere enorme.

        E’ favorevole all’introduzione di tablet e applicazioni mobili in aula?

          Si, sono favorevole. Ma solo se all’inserimento dei devices corrisponde una didattica innovativa. Utilizzare un tablet per leggere il libro di testo mentre il docente alla cattedra spiega…. potrà essere anche di moda ma certo non comporta nessuna innovazione.

          Occorre una nuova e diversa didattica. Ha scritto Manuel Castells: “prima di cominciare a cambiare la tecnologia, ricostruire le scuole e di riformare gli insegnanti, abbiamo bisogno di una nuova pedagogia, fondata sull’interattività, sulla personalizzazione e sullo sviluppo di capacità autonome di apprendimento e di pensiero. Rafforzando nel contempo il carattere e la fiducia nella propria personalità. E questo è un terreno inesplorato”.

          Insegnare e apprendere nella network society implica costruire nuovi spazi di apprendimento in cui muta radicalmente sia la figura del docente che la figura dello studente. Le tecnologie definiscono la nuova Galassia Internet mettendo in rilievo nuove tipologie di apprendimento (l’apprendimento di secondo livello o deutero apprendimento di Bateson ma anche quello che Bateson chiama “apprendimento di terzo livello) ed evidenziando la nuova antropologia e le nuove modalità di “essere-nel-mondo” tipici della nostro tempo postmoderno.

          Ovviamente i tablet e gli altri device non cacciano nell’oblio tutto ciò che è stato usato nel passato. Il libro continua ad esistere come libro ma si apre ad una pluralità di utilizzi (ad esempio un libro liquido, per dirla alla Bauman, ovvero un testo che si adatta a diversi “recipienti” contenitori).  Ma ciò non significa che l’apprendimento immersivo e multimediale non necessiti (anzi!) di spirito critico, di problem solving, di capacità di lettura dei contesti e di interazione con altri soggetti, di capacità di dialogo e cooperazione. Senza una didattica che faccia emergere queste dimensioni costruttivistiche e interattive i device rischiano di restare solo moda.

          Non va poi dimenticato che nel tempo digitale cambia, e necessariamente, la funzione e la stessa identità dell’insegnante. Non più il possessore dello scibile, dell’immensità dei contenuti da passare agli studenti, quanto piuttosto esperto in processi di apprendimento. Un coach, una guida, un esperto nel tracciare rotte per il vascello di cui è “il capitano”. Un cybernauta.

           

          Fonte: www.tbam.org

             

            Secondo alcuni la scuola italiana è ricca di risorse, professionalità e competenze ma è mal organizzata e soprattutto incapace di sfruttare le nuove tecnologie. Lei cosa ne pensa? Quali potrebbero essere, secondo lei, le strategie e i programmi da implementare?

              In questo periodo si parla e si discute molto di Buona Scuola. Dal mio punto di vista una buona scuola è come una buona cucina di un ottimo ristorante. Non basta avere una o due eccellenze, un grande chef e due o tre prodotti base di grande qualità se poi il vino è andato in aceto, le tovaglie sono sporche ed i muri scrostati, i camerieri maleducati, il menù limitatissimo ecc..

              La buona scuola è un ecosistema in cui una pluralità di ingredienti viene saggiamente strutturata per dar vita ad una comunità di apprendimento innovativa in cui il clima relazione, la dimensione organizzativa, la didattica, ecc. interagiscono tra loro sinergicamente in maniera sapiente e coerente. Io credo ad esempio che conti moltissimo il clima relazionale e la passione culturale dei docenti: tentare di apprendere con i tablet in un contesto in cui il docente ha pessime relazioni con gli studenti non costituisce certo una innovazione significativa!

              Occorre così procedere di pari passo con la leva dell’organizzazione, quella della formazione dei docenti, quella della trasformazione degli spazi, quella dell’innovazione didattica. La scuola italiana ha grandissime potenzialità e grandi maestri. Occorre che queste ricchezze sappiano cogliere le domande che vengono dalla realtà, dal mondo digitale, per far partire l’innovazione. E ciò già accade in molte scuole a partire dal basso, dagli studenti e dai docenti. Un ragazzino che alle elementari ha lavorato con la lavagna interattiva non accetterà mai di ridiventare passivo fruitore di lezioni frontali alle medie. Chi alle medie e alle superiori ha imparato a lavorare su piattaforme di condivisione di materiali didattici, oppure ha sperimentato la cosiddetta flipped classroom difficilmente accetterà nel successivo corso di studi di cambiare didattica.

              E lo stesso vale per i docenti. Si tratta di una rivoluzione virale, che parte dal basso, e che ha la necessità di essere accompagnata anche e soprattutto nei confronti dei genitori che spesso non capiscono cosa sta avvenendo. E vivono terribili contraddizioni: magari sono contro il libro digitale ma poi consegnano al loro figlio uno smartphone potentissimo che gli porta in tasca il mondo. Con tutto ciò che ne consegue se non se ne ha consapevolezza.

               

                 

                Ha già sperimentato il tablet in classe? Ci potrebbe raccontare qual’è stata la sua esperienza personale e didattica?

                  Ci sono diversi docenti e classi al liceo Bertolucci che utilizzano tablet in classe. Il modello tecnologico di riferimento è il BYOD (Bring your own device) e ogni studente porta il proprio device. Le esperienze vanno dalla lettura del quotidiano in classe (in questo caso ad esempio il device – un Mediacom - è fornito dalla stessa associazione degli  editori ) al lavoro in gruppo, all’apprendimento delle lingue straniere – inglese – mediante diretto accesso a siti, video, radio, tv inglesi. Due esempi molti interessanti e creativi sono ad esempio la produzione di Book Trailer ed il percorso La città invisibile realizzato con la metodologia iTech. Nel primo caso da tre anni, assieme alle Biblioteche del Comune di Parma organizzaziamo anche un concorso di Book Trailer, ovvero di trailer dedicati a presentare e promuovere un libro. Ne è nato un canale che raccoglie tutti i trailer realizzati dai ragazzi ed un volume in cui abbiamo spiegato le radici, le motivazioni e le implicazioni crossmediali dell’iniziativa .

                  La seconda esperienza è nata dalla volontà di due classi di analizzare e comprendere i luoghi in cui la città (Parma, in questo caso) cambia e si trasforma. I luoghi in cui cresce nuova cittadinanza.  E’ questa, ad esempio, l’esperienza che abbiamo portato alla Fiera ABCD di Genova per evidenziare un diverso modo di rapporto tra scuola e territorio, un modello di interazione in cui la scuola torna a rivestire il ruolo di intellettuale sociale capace di costruire cultura.

                  Tutto ciò comporta evidenti riorganizzazioni degli spazi sia d’aula che di scuola. La nostra è una scuola che per tre pomeriggi alla settimana è aperta e liberamente fruibile dagli studenti che si ritrovano per fare compiti, studiare, portare a termine i loro progetti. Sono stati così creati spazi appositi rimodulando i corridoi e le aree comuni. Da poco abbiamo poi aperto quello che abbiamo chiamato Red Point del Bertolucci, ovvero una spazio in cui è possibile ricaricare i device, connettersi alla rete liberamente, studiare, in piccoli gruppi o da soli.

                  Da sempre poi il liceo si è dotato di una “crossmedial information unit” che cura le realizzazione del giornalino cartaceo, produce gli interventi sul blog di istituto indica i contenuti per i social ecc..

                   

                    Che applicazioni sono maggiormente utilizzate? Se ha sperimentato il tablet in classe ci può raccontare alcuni dei progetti realizzati? (ci interessa conoscere quale tipo di tablet è stato usato, quale sistema operativo ma soprattutto quali applicazioni e per fare che cosa…)

                      La nostra “politica” è quella di usare il più possibile applicazioni free - gratuite. Le app di google app edu ad esempio sono molto utilizzate sia per creazione di testi condivisi che per la gestione delle attività (a esempio iscrizioni a corsi).  Poi ci sono app specifiche quali ad esempio geogebra. Vengono inoltre utilizzate le piattoforme di elearning e/o di gestione dei contenuti e dei percorsi educativi. In questo caso cis i trova spesso, purtroppo, a gestire una pluralità di strumenti. Ogni casa editrice, infatti, colloca i contenuti, gli esercizi, ecc del proprio libro digitale su una propria piattaforma proprietaria. Così se si hanno libri di due o tre diversi editori si è obbligati a giostrarsi tra le diverse piattaforme. Cui spesso noi aggiungiamo una piattaforma più elastica quale ad esempio, in questo periodo, google classroom.

                       

                      Come giudica le reazioni degli studenti?

                      La reazione degli studenti è estremamente positiva. Così come i riscontri sul livello di apprendimento e sulla qualità dell’apprendimento. Abbiamo ad esempio confrontato i risultati dei test Invalsi tra classi che in matematica hanno utilizzato didattiche diverse: le classi che hanno utilizzato in maniera significativa una didattica innovativa “digitale” hanno ottenuto risultati del tutto simili (a volte superiori) alle classi “tradizionali”.

                       

                      Ma, ed ecco il valore aggiunto, questi studenti si sono portati a casa anche delle skills che gli altri non hanno: sanno utilizzare sistemi digitali complessi, hanno imparato a lavorare in gruppo, hanno appreso come si fa una presentazione, hanno imparato a cooperare in rete….

                      Direi competenze estremamente significative, anche e soprattutto in vista dell’inserimento nel mondo del lavoro.

                       

                       

                      La tecnologia sta cambiando la scuola così come la vita delle persone. Effetti e risultati non sono facilmente prevedibili, soprattutto dal punto di vista cognitivo e dell’apprendimento di nuove conoscenze. Secondo lei quale futuro ci aspetta?

                      Io sono un filosofo e so che ogni trasformazione delle condizioni materiali, degli strumenti dell’apprendimento, delle varie “protesi”  (per dirla con Arnold Gehlen) di cui ci serviamo per migliorare la nostra vita, i nostri sensi, le nostre capacità, ha sempre generato sconcerto e critiche. Si pensi a Platone e al mito di Theuth.

                      Socrate rifiuta la scrittura perché ritiene che il vero sapere possa venire solo da dialogo. Oggi chi potrebbe pensarla come Socrate e ritenere inutile (ed anzi dannosa!) la scrittura e quindi la memoria scritta. Il passaggio dall’oralità alla scrittura è stato un cambio di paradigma che ha avuto conseguenze sociali, economiche, culturali rilevantissime. Lo stesso è accaduto con Gutenberg e l’invenzione dei libri a stampa: ne è nato un mondo diverso e, guarda caso, anche la scuola obbligatoria e per tutti nasce proprio con Lutero ed a motivo della necessità che tutti imparassero a leggere. Lo stesso sta accadendo oggi.

                      E’ cambiato il paradigma ma, onestamente, siamo ancora troppo immersi nel mutamento per poter dire come andrà a finire. Siamo nella terra di mezzo.

                      Ma come al tempo di Platone/Socrate e di Gutenberg/Lutero così anche oggi la sfida è formare persone capaci di vivere come cittadini attivi e critici il proprio tempo.

                      Non mi sembra di vedere ancora all’orizzonte il pedagogista che sistematizzi in modo organico la proposta per questo tempo nuovo così come fece, ad esempio, Amos Comenius ne tempo di Gutenberg. Eppure le parole con cui introduce la Didactica Magna  sono, a mio parere, un modello ancora insuperato cui ispirarsi
                      “Bisogna oramai dimostrare che nelle scuole si deve insegnar tutto a tutti: si badi però che non intendiamo dire che tutti devono acquistar conoscenza di tutte le scienze e di tutte le arti (e molto meno conoscenza esatta e profonda), poiché questo di sua natura non è utile, e per la brevità della nostra vita non è possibile a nessuno. [...] Tutti però devono imparare a conoscere il fondamento, la ragione e il fine di tutte le cose principali, naturali e artifiziali, perché chiunque è messo al mondo, vi è messo non solo perché faccia da spettatore, ma anche da attore. E bisogna provvedere e anche prestarsi in ogni modo a questo, che cioè nessuno, mentre sta in questo mondo, non incontri nessuna cosa a lui tanto sconosciuta, che non ne possa dare modestamente giudizio e servirsene prudentemente a un dato uso, senza cadere in dannosi errori.”

                      Ecco, cosa significhi oggi, nel tempo digitale, il “tutto a tutti in tutti i modi” cui fa riferimento Comenius, non è forse ancora chiaro.

                      Ma devo anche dire che è affascinante, almeno per me, vivere in tempo in cui siamo costretti a cercare. E cercare ancora. E a imparare. Imparare sempre. Anche dai nostri studenti o, meglio, assieme a loro.

                      E’ affascinante costruire e vivere in una comunità di pratica che crea sapere. E io sono fiero di dirigere una scuola che è una siffatta comunità di pratica.

                       

                       

                       


                      Profilo professionale e didattico di  Aluisi Tosolini

                       

                      Dirigente scolastico Liceo Scientifico, Musicale e Sportivo Attilio Bertolucci di Parma. Filosofo e pedagogista, ha insegnato didattica all’università Cattolica di Piacenza e all’Università di Parma. Si interessa da decenni dell’interazione tra new media, didattica e identità digitale.

                      Profilo di Aluisi Tosolini:  https://sites.google.com/a/liceoattiliobertolucci.it/aluisitosoliniprofile/home

                      Sito Liceo Bertolucci http://liceoattiliobertolucci.org

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                      Per comunicare con noi: c.mazzucchelli@libero.it , Cell. 3482511619, www.solotablet.it

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