A scuola con il tablet /

E se vietassimo tablet e smartphone in classe...

E se vietassimo tablet e smartphone in classe...

18 Gennaio 2013 Redazione
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....almeno fino a quando gli insegnanti non avranno compreso come le nuove tecnologie stanno programmando la mente e condizionando i comportamenti degli studenti? Una opzione che in molti cominciano a suggerire. Molti studi e analisi sembrano dimostrare in modo eveidnete come le nuove tecnologie digitali stiano avendo effetti 'deleteri' sul nostro cervello in termini di memoria, scrittura, lettura, attenzione e capacità di concentrazione e sulla nsotra vita sociale in termini di vita di coppia, empatia e relazioni umane.

Si moltiplicano anche in Italia gli allarmi sugli effetti che le nuove tecnologie digitali, se non governate con intelligenza e spirito critico, possono avere sul nostro cervello e sui nostri comportamenti. Ha iniziato la Repubblica con un articolo di Paolo Brare che riassumeva quello che negli Stati Uniti e in Inghilterra è da tempo oggetto di numerosi articoli perchè frutto di indagini approfondite e ricerche di scienziati, sociologi e antropologi. Ricerche che confermerebbero come quanto scritto da Douglas Rushkoff nel suo libro "Programma o sarai programmato" ( vedi anche la mia recensione pubblicata su questo portale ) abbia più di un fondamento di verità.

L'evoluzione tecnologica ha raggiunto una nuova fase nella quale può intervenire, forse per la prima volta nella storia, a plasmare il mondo anche senza la nostra collaborazione. La tecnica e poi la tecnologia sono sempre state nel passato delle grandi opportunità di crescita e sviluppo del genere umano. Oggi per la prima volta la tecnologia, da semplice strumento e risorsa,  rischia di diventare un problema, soprattutto se lasciamo in mano a pochi la possibilità di programmarla e di  farla evolvere.

L'evoluzione della tecnologia rispecchia la nostra volontà nel costruire macchine che siano sempre più simili al nostro cervello. Lo stiamo facendo da anni ma oggi le macchine sono a loro volta capaci di condizionare le nostre menti ( probabilmente è sempre successo anche in altre fasi di evoluzione tecnica o tecnologica) e di farlo senza che ce ne rendiamo completamente conto.

L'allarme è scattato da tempo e non è un caso che negli ultimi anni si siano moltiplicati i libri sull'argomento che mettono in guardia o semplicemente invitano a riflettere sulle conseguenze e sugli effetti che la tecnologia digitale sta avendo sulla nostra mente e sulla nostra vita sociale e relazionale.

L'articolo di la Repubblica riportava una descrizione dell'esperimento fatto dall'Università di Stanford negli USA  che ha evidenziato come la tecnologia sia in grado di condizionare il nostro modo di ragionare e di agire ma anche di tradirci. Soprattutto quando la tecnologia riflette prevalentemente la logica mentale e la filosofia degli ingegneri che hanno contribuito a svilupparla.

Succede così che le relazioni invece di essere empatiche e interessate alle esperienze interiore degli altri finiscono per diventare semplici connessioni legate a ragionamenti e motivazioni puramente logiche. Il fatto di mettere costantemete una componente tecnologica tra noi e gli altri, ci porta a disimparare a valutare i messaggi che da esseri umani ci lanciamo da sempre. Succede così che il giovane che passa la maggior parte del suo tempo dentro Facebook, abbia meno opportunità di uno sviluppo armonico a livello neurlogico e vada incontro a problematiche future nell'interazione con il mondo esterno alla sua mente. Lo stesso giovane che considera il social network uno strumento di affermazione e di ridefinizione sociale di sè stesso, finisce per conformarsi sempre più al suo profilo e a diventare vittima di azioni puramente marketing e/ di linciaggi virtuali.

Su questa linea sembra che si siano mossi anche i 40 docenti italiani appartenenti al gruppo Athena della Fondazione Pubblicità Progresso che hanno deciso di lancire un messaggio forte sulle difficoltà che starebbero incontrando i giovani a concentrarsi a scuola a causa di perdita di attenzione ma anche di capacità di analisi e di ascolto. Tutto ciò si tradurrebbe in una incapacità o difficoltà nell'apprendimento.

I professori lamentano una forte diminuzione della capacità di analisi, di ascolto e di apprendimento degli studenti universitari e mettono sotto accusa il multitasking reso possibile dalle nuove tecnologie. In sostanza ad essere sotto accusa è l’uso di IPad e smartphone che, rendendo possibile ai giovani l’accesso ad un universo infinito di conoscenze, stimoli, notizie ed esperienze, renderebbe superficiale la loro visione della realtà, abbasserebbe la loro capacità di pensiero critico con effetti negativi sull’apprendimento.

Responsabili di queste difficoltà sarebbe l'uso diffuso di telefonini e smartphone da parte degli studenti ed ora anche di tablet, in molte classi introdotti e voluti dal consiglio didattico e dagli insegnanti. Succede così che un tablet voluto da un insegnante di italiano per poter avere accesso attraverso il web a tutte le informazioni del globo, finisce per diventare per gli studenti un semplice strumento per interrogare le pagine wikipedia o per usare, quasi sempre in modo acritico e senza la valutazione delle fonti, i risultati ottenuti da una ricerca Google.

Il problema vero, riscontrato da molte ricerche di studiosi americani e punto di partenza dell'appello dei professori di Athena, sembra essere il multitasking. Ciò che sembrava essere un effetto positivo delle nuove tecnologie si sta rivelando un boomerang a causa della scarsa capacità di concentrazione, su uno qualsiasi degli argomenti trattati,  dimostrata dagli studenti.

Da qui la proposta shock, almeno per coloro che stanno progettando importanti progetti di introduzione di tablet in classe, di vietare e impedire l'uso dei dispositivi mobili durante le lezioni per usi personali e di limitarne l'impiego solo per attività e ricerche a scopi didattici e in collaborazione con il docente.

Fin qui i timori evidenziati da stampa e media a partire dai risultati di ricerche e studi fatti. Risultati che non andrebbero presi per velidi al 100% ma valutati a loro volta all'interno del contesto in cui la ricerca è stata effettuata e della visione del mondo del ricercatore. E' indubbio infatti che la diffusione del personal computer, poi di internet ed ora dei dispostivi mobili abbia avuto effetti rivoluzionari sulla evoluzione del genere umano degli ultimi trent'anni. Questi effetti non sono negativi perchè la tecnologia di per sè non è ne buona nè cattiva. Ciò significa che a scuola, come in altri ambiti della nostra vita sociale, a rendere buona la tecnologia potrebbero bastare poche buone pratiche. In primo luogo, come suggerito anche da Rushkoff si tratta di sviluppare la nostra conoscenza e la capcità di valutazione critica delle nuove tecnologie, poi di predisporre sè stessi al cambiamento e infine, nel caso della scuola, ad adattare la didattica al mutato contesto.

Un contesto fatto da giovani studenti cresciuti con la tecnologia e aperti alla sperimentazione e all'adozione di nuovi strumenti e tecniche per l'apprendimento, lo sviluppo mentale e la crescita personale. Così come la scrittura ( non amata da Platone che preferiva la comunicazione orale) e poi la stampa, anche le nuove tecnologie mobili rappresentano plasticamente una rivoluzione.

All'introduzione della scrittura a lamentarsi furono i filosofi (non tutti), a quella della stampa ( soprattutto delle bibbie in lingua nazionale ) a preoccuparsi fu la chiesa che reagì con l'inquisizione, e oggi a quella del tablet/smartphone a scuola sono tutti coloro ( insegnanti e docenti o professoroni) che, non avendo dimestichezza con la tecnologia, gridano al lupo senza mettersi in discussione e ripensare il loro rapporto con gli studenti sviluppando nuove forme di didattica.

Il divieto del tablet/smartphone a scuola non avrebbe alcun effetto su adolescenti cresciuti come Neuromanti e che, allo squillo della campana di mezzogiorno, si ritrasformano in abitanti della rete e dei molti mondi paralleli che in essa convivono. Non serve quindi insistere su forme di diattica tradizionali ( la scrittura, la lettura della pagina scritta su carta ecc.) ma è utile e forse necessario un salto di paradigma.

Forse è il docente che deve fare uno sforzo per adottare le nuove tecnologie e cercare di comprendere come mai siano così attrattive per i loro discenti. Questo sforzo potrebbe trovarli, alla fine di un percorso di apprendimento e sperimentazione, sopresi e pronti per nuove forme di interazione con i giovani, per metterli in guardia dagli effetti negativi della tecnologia ma anche per favorirne l'uso critico e riflessivo.



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