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La psicosi dei Nativi Cartacei

La psicosi dei Nativi Cartacei

28 Marzo 2018 Biancamaria Cavallini
Biancamaria Cavallini
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Ci sono sei generazioni viventi. Dai patriarchi, nati prima del ’45, alla Generazione alfa, ossia i nati dopo il 2010, la seconda generazione di Nativi Digitali, i bambini che utilizzano il tablet ancor prima di saper parlare.

Sei generazioni che si differenziano a loro volta in due grandi blocchi: nativi cartacei e nativi digitali, con la Generazione Y che finisce tagliata a metà (soprattutto se si considera che include persone nate dal 1980 a fine anni ‘90!) - come ho spiegato qui.

Queste generazioni, inevitabilmente, si incontrano: in famiglia, nelle aziende, a scuola, in politica, nel mondo del lavoro. Ma siamo davvero pronti a questo incontro? Incontrarsi significa porsi dal punto di vista dell’altro, scendere a compromessi, negoziare, collaborare, integrare le proprie competenze e, soprattutto, la propria visione della realtà. Perché è questa che, letteralmente, cambia. I Nativi Digitali, ad esempio, vivono - e percepiscono - una realtà ibrida, composta tanto dal digitale quanto dall’analogico. Le due dimensioni sono talmente mescolate insieme, da risultare indissolubili e spesso indifferenziabili.
I Nativi Cartacei, invece, soprattutto se appartenenti a generazioni meno giovani, tendono a vedere il mondo analogico ben distinto dal digitale. Quest’ultimo viene percepito spesso come fonte di criticità e problemi (soprattutto a livello relazionale e di competenze), tanto che la realtà analogica viene eletta a realtà da preferire, al quale riportare anche i Nativi Digitali. E qui ci sorgono due problemi: il primo è che la realtà analogica non esiste, il secondo - va da sé - è che cercare di portarci i Nativi Digitali diventa un sintomo di psicosi.

Psicosi, perché in psicologia e psichiatria questo termine è utilizzato per definire tutte quelle patologie che non permettono - e quindi non mantengono - l’esame di realtà. L'esame di realtà spesso viene a mancare anche in alcuni Nativi Analogici, che vedono il digitale solamente come fonte di criticità, specialmente in rapporto alla crescita dei figli. Questi, prediligono pertanto un atteggiamento che suona più o meno così: “io sono cresciuto benissimo senza tecnologia, quindi non vedo perché mio/a figlio/a debba crescere con.” Una frase come questa mette in luce una negazione del digitale che oggi, nel 2018, diventa una negazione del reale. Ed ecco che l'esame di realtà salta. 

Lungi da me voler fare di tutta l’erba un fascio e generalizzare eccessivamente, è comunque doveroso parlare di questa tendenza a cercare di mantenere distinto l’analogico dal digitale, ritenendo il primo da preferire al secondo e il secondo da limitare il più possibile. Questo non è difendere la dimensione analogica - per altro lecitissimo - ma far finta che quella digitale non esista. È piuttosto la realtà analogica a non esistere. Per lo meno non più. La realtà è infatti oggi fatta di dimensioni tanto analogiche quanto digitali e prima si scende a patti con questo, prima è possibile coglierne le opportunità. Anche perché i Nativi Digitali già l’hanno capito, o meglio: già lì abitano e già quella realtà percepiscono, dal momento che questa loro condizione non è tanto in virtù di una loro scelta - più o meno consapevole - ma conseguenza diretta e naturale della loro età anagrafica. Ed è proprio questo il motivo per cui l’incontro generazionale è difficile. Perché oggi siamo di fronte a generazioni che vedono letteralmente il mondo in maniera diversa e che hanno pertanto tutta una serie di difficoltà a relazionarsi tra loro. Un po' come due persone che vedono lo stesso oggetto di colori diversi: non si intenderanno mai. 

Il futuro è un mondo ibrido. E non è possibile riportare le nuove generazioni a una realtà analogica perché per loro quella realtà, semplicemente, non esiste. È come chiedere a qualcuno di vivere senza mezzi di trasporto a benzina. Un salto temporale di più di cent’anni. E anche se confrontare analogico e digitale non è, a livello di gap temporale, come confrontare la benzina con le carrozze - dal momento che nel primo caso decorrono poco più di dieci anni e nel secondo almeno cento - è anche vero che il concetto di tempo è ormai qualcosa di alquanto labile, nonché rapido. Soprattutto quando diventa un tempo, per l’appunto, digitale. 

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