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Ansia, programmazione e tempo digitale

Ansia, programmazione e tempo digitale

02 Maggio 2018 Biancamaria Cavallini
Biancamaria Cavallini
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Il tempo è qualcosa difficilmente anche solo definibile. È continuità e impermanenza allo stesso tempo e se volessi dar seguito ai fisici, bisognerebbe affermare che nemmeno esiste. Eppure è nel tempo che noi trascorriamo la nostra vita ed è nel tempo che lavoriamo e organizziamo le nostre attività. Il tempo ci sembra sempre troppo poco, eppure il digitale ne ha moltiplicato le opzioni. Dov'è finito, dunque, tutto il tempo che - teoricamente - abbiamo guadagnato con la tecnologia

Uno degli aspetti che maggiormente riscontro quando penso al tempo, è come esso sembri scorrere più veloce con il susseguirsi e il crescere degli anni sul calendario. Recentemente mi sono data una risposta. Del tutto discutibile e personale (facendo alcune ricerche ho scoperto che non è poi nemmeno così personale), ma pur sempre una risposta. Ho realizzato che più programmo il mio tempo a lungo termine, più questo sembra accorciarsi. Faccio un esempio: il mio lavoro mi porta a ragionare nell'arco di almeno - o comunque mediamente - tre mesi, motivo per cui mi ritrovo, delle volte, a pensare di essere già a giugno quando invece maggio è appena iniziato, semplicemente perchè è un periodo che segno appuntamenti sull'agenda per quel mese. In sostanza: programmo. La mia mente è così già proiettata tra quattro settimane e, sono sicura, giugno arriverà in un baleno.
Programmazione = percezione del tempo più veloce, dunque. Capita anche a voi?

Un altro elemento da considerare è il digitale. Attraverso la tecnologia, infatti, il tempo si fa frammentato, segmentato, sovraccarico di informazioni e abbondanza di stimoli. Diventa il tempo del “qui ed ora” e del “tutto e subito”. Non si è disposti ad aspettare nemmeno per una consegna che deve arrivare a seguito di un acquisto online o per un sito che non carica immediatamente o se la persona da cui attendiamo risposta (via What'sApp, via mail, ecc) non si fa viva a stretto giro. 
Parallelamente, il digitale elimina i tempi morti e l'attesa (ne avevo parlato qui), saturando i minuti in cui si aspetta il treno o la cena. E ancora, il digitale elimina quel tempo di "giacenza" tra il "devo fare un bonifico" e il "devo andare in banca". È sufficiente un divano e un computer.
Tutta questa velocità, tutta questa saturazione, modifica la percezione che del tempo si ha. Se non si sperimenta l'attesa, il tempo trascorre più velocemente. 
Tempo digitale = percezione del tempo più veloce. Anche qui, dunque. 

Certo, poi ci sono da considerare tutte le variabili più tradizionali legate allo scorrere del tempo, come ad esempio l'assunto che se ti diverti il tempo scorre più velocemente o che se ti concentri molto, del tempo addirittura te ne dimentichi (penso alle esperienze flow). 

Viviamo dunque in un tempo sempre più veloce. Ed è proprio la velocità a generare vissuti di ansia, la regina di quest'epoca digitale (i disturbi d'ansia, non a caso, sono in costante aumento). Siamo dentro un duplice paradosso: il digitale ci facilità e abbrevia le attività offrendoci più tempo, ma quel tempo che il digitale ci rende - e che dovrebbe pertanto essere a disposizione e placare in qualche modo l'ansia di non avere tempo - sembra scomparire, generando altra ansia per tutto quello che si vorrebbe - ma non si riesce - fare.
Parallelamente, programmare, che dovrebbe servire - tra le altre cose - a placare sempre la suddetta ansia (e che spesso diventa, non a caso, quasi una nevrosi) ci restituisce una percezione del tempo più rapida, generando proprio quei vissuti di ansia che dovrebbe arginare, legati al tempo che, letteralmente, ci fugge dalle mani, facendoci battere la testa contro gli anni che passano. 

Forse, dopotutto, sarebbe meglio dar retta ai fisici. 

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