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Siamo ancora quelli della pietra e della fionda. E il vero problema sono i vicini, il prossimo, gli altri.

Siamo ancora quelli della pietra e della fionda. E il vero problema sono i vicini, il prossimo, gli altri.

20 Aprile 2017 Interviste filosofiche
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Non c’è rimedio alla tecnologia; non esistono strumenti neutri perché chi li usa non è mai neutro. Date agli uomini le pietre, e uccideranno con le pietre. Se poi creano anche strumenti pensati proprio per uccidere, che altro uso se ne potrebbe fare? La tecnologia ha raggiunto apice e sintesi nella bomba atomica e negli armamenti, il cui potenziale (la distruzione del mondo) non scema né aumenta una volta avviato il processo di armamento collettivo: una tecnologia il cui effetto non può aumentare, per quanto se ne aumenti la quantità. Superata una certa soglia, l’effetto è “infinito”. Gli effetti di tutti gli smartphone e i tablet del mondo sbiadiscono di fronte a questo. Il mio pessimismo antropologico mi fa pensare che se uno strumento consente un uso pessimo e distruttivo, prima o poi verrà utilizzato così.

Carlo Mazzucchelli  intervista Cateno Tempio specializzato in Storia della Filosofia presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Catania. Attualmente insegnante in un liceo e collaboratore della casa editrice catanese, la Villaggio Maori Edizioni.


Sei filosofo, sociologo, piscologo, studioso della tecnologia o semplice cittadino consapevole della Rete e vuoi partecipare alla nostra iniziativa con un contributo di pensiero? .

Tutti sembrano concordare sul fatto che viviamo tempi interessanti, complessi e ricchi di cambiamenti. Molti associano il cambiamento alla tecnologia. Pochi riflettono su quanto in profondità la tecnologia stia trasformando il mondo, la realtà oggettiva e fattuale delle persone, nelle loro vesti di consumatori, cittadini ed elettori. Sulla velocità di fuga e volontà di potenza della tecnologia e sulla sua continua evoluzione, negli ultimi anni sono stati scritti numerosi libri che propongono nuovi strumenti concettuali e cognitivi per conoscere meglio la tecnologia e/o suggeriscono una riflessione critica utile per un utilizzo diverso e più consapevole della tecnologia e per comprenderne meglio i suoi effetti sull'evoluzione futura del genere umano.

Su questi temi SoloTablet sta sviluppando da tempo una riflessione ampia e aperta, contribuendo alla più ampia discussione in corso. Un approccio usato è quello di coinvolgere e intervistare autori, specialisti e studiosi che stanno contribuendo con il loro lavoro speculativo, di ricerca, professionale e di scrittura a questa discussione.


 

Buongiorno, può raccontarci qualcosa di lei, della sua attività attuale, del suo interesse per le nuove tecnologie e per una riflessione sull'era tecnologica e dell'informazione che viviamo?

Attualmente insegno in un liceo e collaboro con una casa editrice catanese, la Villaggio Maori Edizioni. Ho scritto qualche libro: diversi saggi, un romanzo, una raccolta di poesie (Quel che viene a mancare. Il saggio critico e Carmelo Bene, Ultimi versiL'eroe della montagna. Ascesa e cadute di Marco Pantani, Apocalissi e conversione. Sulla catastrofe dell'Occidente). Faccio anche tante altre cose, ma ho già detto troppo. Il mio interesse verso le nuove tecnologie non è specifico, nel senso che non mi interessano in quanto tali, ma solo come presupposto ontologico.

Mi occupo di filosofia. Questo significa che ai miei occhi qualcosa risulta tanto più interessante quanto più offre spunti o addirittura illuminazioni su determinate questioni ontologiche o metafisiche in senso lato. L’etica, la scienza, persino l’estetica o l’arte in generale, per un filosofo sono mezzi per la teoresi. Le nuove tecnologie mi interessano, da un punto di vista metastorico, tanto quanto le vecchie.

Ossia: non sono d’accordo sul fatto che la nostra sia l’era tecnologica. Mi sembra piuttosto che sia un’era tecnologica come lo sono tutte le ere, dacché mondo è “mondo”. Ogni era ha tecnologie diverse, ma ha pur sempre “la” tecnologia. Ciò che contraddistingue la nostra era non è l’uso di tecnologie; la tecnologia è sempre uno strumento, un accidente, talvolta un epifenomeno. In epoca ellenistica si conosceva l’energia a vapore, ma per diversi motivi non se ne poté fare l’uso che se ne fece due millenni dopo; non vi sono vere invenzioni, solo scoperte.

Nulla di nuovo sotto il sole, solo applicazioni particolari e diverse di quanto già si conosce o vi è in natura. La novità rilevante mi sembra consistere nel fatto che l’impianto metafisico dell’era contemporanea sia la tecnica. Chiaramente non sono il primo a dirlo, mi rifaccio a una scuola di pensiero fin troppo consolidata e talvolta abusata.

Tra la tecnica e la tecnologia v’è la stessa distinzione di forma e materia. Cosa significa, per esempio, poter affermare che la tecnica è il destino del mondo contemporaneo? Significa che il mondo è ritenuto un utilizzabile e come ogni utilizzabile avrà da finire, è consumabile. Il consumismo è innanzi tutto un precipitato metafisico; e quindi anche un portato economico.

La tecnologia contemporanea è il mezzo con cui si consuma il mondo, lo si utilizza.

 

Secondo il filosofo pop del momento, Slavoj Žižek, viviamo tempi alla fine dei tempi (Vivere alla fine dei tempi). Quella del filosofo sloveno è una riflessione sulla società e sull'economia del terzo millennio ma può essere estesa anche alla tecnologia e alla sua volontà di potenza (il technium di Kevin Kelly nel suo libro Quello che vuole la tecnologia) che stanno trasformando il mondo, l'uomo, la percezione della realtà e l'evoluzione futura del genere umano. La trasformazione in atto obbliga tutti a riflettere sul fenomeno della pervasività e dell'uso diffuso di strumenti tecnologici ma anche sugli effetti della tecnologia. Qual è la sua visione attuale dell'era tecnologica che viviamo e che tipo di riflessione dovrebbe essere fatta, da parte dei filosofi e degli scienziati ma anche delle singole persone?

Ogni volta che si discute della nostra epoca non si può fare a meno di pensare la catastrofe, ossia la fine dei tempi. Žižek non è il primo pensatore (e forse nemmeno il più interessante, almeno da questo punto di vista) a porre la questione. Su tutti, Manlio Sgalambro ne La morte del Sole aveva chiarito il punto: l’Occidente è tale perché è cosciente del fatto che il sistema solare è temporalmente finito, che prima o poi il Sole morirà, si spegnerà.

Non appena la consapevolezza di questa fine è divenuta un evento metafisico, ecco che è sorto il mondo contemporaneo. Di cosa è contemporanea la contemporaneità della nostra epoca? Della fine dei tempi, della morte del sole, della catastrofe. L’alba del mondo contemporaneo è la coscienza della morte del sole. È uno di quei casi in cui la consapevolezza di un fatto lo rende in qualche modo contemporaneo: la coscienza della fine è abitare nella fine, vivere la fine. Una luce crepuscolare si diffonde per l’Occidente. Ma un crepuscolo è sempre ambiguo, ambivalente.

Pure Zarathustra sceglie di tramontare tra gli uomini; ma se comincia così un viaggio negli inferi, tra i morti viventi, allora il punto di vista è ribaltato: il tramonto muta in aurora. Per risorgere, bisogna prima tramontare. Il tramonto dell’Occidente – aveva ragione Spengler – ha come orizzonte l’infinito. L’anima faustiana, che tutto vuole conoscere e penetrare, si riflette nella pervasività degli schermi luminosi che ci portiamo dappresso a ogni ora del giorno e della notte. Lo “spirito” dell’Occidente è tale pervasività persecutoria della tecnologia, che tutto consuma, anche e soprattutto il cosiddetto consumatore. La riflessione che dovrebbe essere fatta è già stata fatta: G. Anders, L’uomo è antiquato, specialmente il primo volume. Bisognerebbe ripartire da quel libro e non muoversi di un ette.

Non c’è rimedio alla tecnologia; non esistono strumenti neutri perché chi li usa non è mai neutro. Date agli uomini le pietre, e uccideranno con le pietre. Se poi creano anche strumenti pensati proprio per uccidere, che altro uso se ne potrebbe fare? La tecnologia ha raggiunto apice e sintesi nella bomba atomica e negli armamenti, il cui potenziale (la distruzione del mondo) non scema né aumenta una volta avviato il processo di armamento collettivo: una tecnologia il cui effetto non può aumentare, per quanto se ne aumenti la quantità. Superata una certa soglia, l’effetto è “infinito”. Gli effetti di tutti gli smartphone e i tablet del mondo sbiadiscono di fronte a questo. Il mio pessimismo antropologico mi fa pensare che se uno strumento consente un uso pessimo e distruttivo, prima o poi verrà utilizzato così.

Le nuove tecnologie hanno cambiato il nostro stile di vita, in peggio o in meglio a seconda dei casi, e su questo possiamo discutere quanto vogliamo, anche essere d’accordo o meno; ma non hanno cambiato l’essere umano. Il pessimo non può peggiorare; quindi non hanno peggiorato l’uomo. Semmai hanno avuto il merito di mostrare quanto pessimo possa essere l’uomo. Il pessimo potrebbe essere migliorato, forse. Ma non credo che le tecnologie possano farlo in sé stesse. Se avessero potuto, lo avrebbero già fatto, nel corso dei millenni.

Siamo ancora quelli della pietra e della fionda.

 

Secondo il filosofo francese Alain Badiou ciò che interessa il filosofo non è tanto quel che è (chi siamo!) ma quel che viene. Con lo sguardo rivolto alla tecnologia e alla sua evoluzione, quali sono secondo lei i possibili scenari futuri che stanno emergendo e quale immagine del mondo futuro che verrà ci stanno anticipando?

Ho difficoltà a comprendere il presente (e anche il passato), quindi figuriamoci il futuro. Meglio non sbilanciarsi, considerato pure che quasi sempre riguardo al futuro si prendono delle grosse cantonate. Il problema piuttosto mi pare un altro, ossia quale immagine del futuro vuole mostrarci la nostra metafisica. Come sempre, il futuro è uno dei chiodi fissi del discorso politico.

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Il potere, per dispiegarsi appieno, non ha bisogno soltanto di agire sul presente, ma soprattutto deve creare un’immagine del futuro; e quanto più il potere è assoluto, tanto più ha a cuore la costruzione ideale di un futuro. Per esempio il nazismo è stato il regime che più di tutti ha investito energie nella creazione di un ideale di uomo e società futuri. Il nostro regime tecnologico sembra dirci che il futuro è finalmente qui, l’abbiamo raggiunto. Per una volta nella storia, presente e futuro sembrano coincidere. Il tempo accelerato della tecnologia pare coincidere con il nunc stans del presente. Ma l’eternità tecnologica è fugace e fallace, come il benessere economico.

"Ogni lettore, quando legge, è il lettore di se stesso. L’opera è solo una sorta di strumento ottico che lo scrittore offre al lettore per consentirgli di scoprire ciò che forse, senza il libro, non avrebbe visto in se stesso. Il riconoscimento dentro di sé, da parte del lettore, di ciò che il libro dice, è la prova della sua verità" (Proust - Il tempo ritrovato).

Qui economia e tecnologia mostrano un aspetto della loro profonda connessione metafisica: a) il benessere, l’età dell’oro promessa dal progresso economico della società capitalista è raggiunta ora, qui, nel nostro tempo, nel nostro stile di vita; e tuttavia l’economia promette sempre magnifiche sorti e progressive: si può stare sempre meglio, la ricchezza può sempre aumentare; il futuro economico è qui, ma c’è sempre un aldilà più roseo; b) la tecnologia contemporanea è avveniristica, abbiamo il meglio della tecnologia mai prodotta tra le mani, in tasca, nella borsa; eppure la tecnologia promette sempre miglioramenti, riguardo alla comunicazione, all’informazione, alla connessione tra persone; c’è sempre un aldilà più roseo.

L’economia e la tecnologia ci dicono che viviamo in un eden (il paradiso terreste dove tutti i nostri desideri e bisogni vengono realizzati e appagati), ma esiste pure un aldilà, un paradiso a venire che appagherà ancor più i nostri bisogni, più velocemente, più immediatamente. C’è più di un vago sentore religioso in tutto ciò. Come ogni religione, anche quella economico-tecnologica prevedere una serie di riti, punizioni ed espiazioni che dovrebbero far vivere bene su questa terra e far guadagnare il paradiso. Il riassunto tragicomico dei precetti di questa religione è: lavorare, lavorare, lavorare. Lavorare per potersi divertire, lavorare per poter mangiare, lavorare per vivere nel benessere, lavorare per possedere gli ultimi prodotti tecnologici (tv, smartphone, tablet…). Per la religione economico-tecnologica, l’uomo è nato per essere felice, ora e in futuro: ma sarà felice solo lavorando tutta la vita.

Schiavo ma felice. Insomma infelice, ma felice.

Secondo alcuni, tecnofobi, tecno-pessimisti e tecno-luddisti, il futuro della tecnologia sarà distopico, dominato dalle macchine, dalla singolarità di Kurzweil (la via di fuga della tecnologia) e da un Matrix nel quale saranno introvabili persino le pillole rosse che hanno permesso a Neo di prendere coscienza della realtà artificiale nella quale era imprigionato. Per altri, tecnofili, tecno-entusiasti e tecno-maniaci, il futuro sarà ricco di opportunità e nuove utopie/etopie. A quali di queste categorie pensa di appartenere e qual è la sua visione del futuro tecnologico che ci aspetta?

Probabilmente non appartengo a nessuna di queste categorie. Se dovessi coniarne una nuova – se non avessi in ispregio il dovermi etichettare – direi che sono un tecno-critico, in senso prettamente filosofico, laddove “critica” è un richiamo kantiano. Se c’è un aspetto più degli altri temibile della metafisica che permea la nostra epoca è quello per cui siamo convinti che il destino dell’uomo sia tecnologico ed economico.

La tecnologia e l’economia vanno di pari passo, soprattutto nella demonizzazione o nell’esaltazione che se ne fa. Tutti siamo costretti a immaginarci in un mondo ipertecnologizzato e ipereconimicizzato. La metafisica agisce sempre sull’immaginario. Ovviamente dire “metafisica” è sempre una metafora per dire anche “potere”. Costretti a inseguire il benessere economico, che talvolta assume le forme di un nuovo modello di smartphone da cambiare dopo pochi mesi, siamo come strappati a noi stessi. La tecnologia è sempre un passo avanti, dobbiamo inseguirla.

La critica deve attuare un processo di smantellamento del potere, deve svelare gli altarini metafisici. La vera domanda, a questo punto, è chi o cosa sia il potere. Formulata altrimenti: cos’è la metafisica? Ovviamente, quanto più un potere è efficace, tanto più è impersonale. L’inganno della tecnica consiste proprio nel farci credere che il potere sia in mano a pochissimi e che questi pochissimi possano gestirci con gli strumenti tecnologici quotidiani. La  domanda è allora muta in un’altra: perché accondiscendiamo a questo potere? Perché ci piace, vogliamo, desideriamo questo immaginario metafisico? Se tutti noi possediamo gli aggeggini tecnologici che ci spaventano tanto; se continuiamo a scrivere e condividere sui social network, non siamo noi stessi ingannati e ingannatori, vittime e carnefici?

 

Se il software è al comando, chi lo produce e gestisce lo è ancora di più. Questo software, nella forma di applicazioni, è oggi sempre più nelle mani di quelli che Eugeny Morozov chiama i Signori del silicio (la banda dei quattro: Google, Facebook, Amazon e Apple). È un controllo che pone il problema della privacy e della riservatezza dei dati ma anche quello della complicità conformistica e acritica degli utenti/consumatori nel soddisfare la bulimia del software e di chi lo gestisce. Grazie ai suoi algoritmi e pervasività, il software, ma anche la tecnologia in generale, pone numerosi problemi, tutti interessanti per una una riflessione filosofica ma anche politica e umanistica, quali la libertà individuale (non solo di scelta), la democrazia, l'identità, ecc. (si potrebbe citare a questo proposito La Boetie e il suo testo Il Discorso sulla servitù volontaria)). Lei cosa ne pensa?

Del notissimo 1984 di Orwell mi ha sempre colpito il fatto che, in definitiva, il Grande Fratello possa anche non esistere. Anzi, mi sono fatto l’idea che non esista davvero.Perché al di là degli strumenti tecnologici che permettono di poter controllare tutti, il vero e proprio controllo è effettuato dall’uomo sull’uomo. Per esempio, il vicino di casa del protagonista Winston Smith è denunciato dai figlioli.

È vero, 1984 è senz’altro una critica rivolta allo stalinismo e intendeva colpire un certo modo di intendere il comunismo. Ma questa mi sembra l’interpretazione più immediata e perciò più superficiale. In 1984 è rappresentata la forma di governo più atroce e terribile: la democrazia assoluta, ossia ciò che taluno sdegnosamente chiamò “tirannia delle plebi”, con espressione che oggi ci suona del tutto politicamente scorretta.

L’illusione che i nostri dati siano in balia del potere tecnologico è fuorviante, è funzionale a nascondere il vero problema. Non è il potere tecnologico o tecnocratico a utilizzare i nostri dati, a controllarci. Il vero problema sono i vicini, il prossimo, gli altri. Il cosiddetto popolo (anche del web, di Facebook…).

Il problema del potere politico non è tanto, o comunque non solo, l’amministrazione economica, quanto piuttosto l’esercizio del controllo, della coercizione, della violenza. Quanto più il potere è forte, tanto più è pervasivo, diffuso, impersonale. Come annotava già Kierkegaard nel proprio diario, circa alle metà dell’Ottocento, da questo punto di vista la democrazia è il potere peggiore, perché ciascuno è autorizzato a esercitare una forma di controllo, finanche di violenza su chiunque altro. E quanto più la democrazia è perfetta, tanto più è terribile l’esercizio del potere impersonale che il popolo (tutti e nessuno) è autorizzato effettuare sul popolo (su tutti e nessuno). In democrazia non v’è un tiranno solo: chiunque è un tiranno. I nuovi strumenti tecnologici hanno portato alle estreme conseguenze questo stato di cose.

Il quadro è molto fosco. I casi di individui che si sono suicidati perché esposti a una gogna mediatica inarrestabile, con video che rimbalzano tra i vari social network e applicazioni di messaggistica, sono un prodotto di questa democrazia tecnologica in cui siamo immersi. Quanta più informazione, quanta più comunicazione, quanta più tecnologia, tanta più democrazia diretta, assoluta, perfetta, dove vige lo stretto controllo di tutti su tutti, generando violenze sistemiche o persino oggettive e fisiche non eliminabili in tale contesto. Accettare questo tipo di democrazia, significa accettarne le conseguenze.

Non so fino a che punto si possa essere disposti a subire sempre passivamente gli effetti della democrazia tecnologica. A me sembra che a noi piaccia, che nonostante le lamentale di violazione della cosiddetta privacy (ma cos’è?) tutti continuiamo a frequentare i social network, a sputtanarci anche talvolta anche a vicenda, a sentirci importanti perché inseriti a pieno titolo in qualità di cittadini della democrazia tecnologica.

Perché dovremmo essere importanti a tal punto da far sì che il potere ci osservi e ci guardi in tutto ciò che facciamo? Ciò può avvenire solo se il potere è avvertito come qualcosa che è tra di noi, non superiore, non inferiore. Il potere è il vicino che ci spia. Ci sono tempi in cui i perseguitati politici e intellettuali avevano idee, pensavano, si opponevano a un regime e venivano sorvegliati dal potere per questo; oggi il cittadino medio teme che gli spiino cosa ha mangiato a pranzo, o la foto del gatto, o se gli piace quel paio di scarpe. Il sogno del potere democratico è quello di avere case e palazzi di vetro.

Nessuna privacy, nessuna intimità. I social network lo hanno realizzato. E noi godiamo del piacere perverso (è un piacere proprio perché è una perversione) di farci guardare e di guardare.

Il Grande Fratello siamo noi.

Vuole aggiungere altro per i lettori di SoloTablet, ad esempio qualche suggerimento di lettura?

Solo qualche titolo:

- E. Jünger, L’operaio. Dominio e forma

- G. Anders, La catacomba molussica e il già citato L’uomo è antiquato

- J. Ballard, Crash

Sono libri non molto recenti, scritti quando ancora non esistevano pc, cellulari, tablet e altro del genere. E potranno anche sembrare fuori tema. Ma sono fondamentali per capire il ruolo della tecnologia nel mondo contemporaneo, anzi soprattutto ci mostrano cos’è la tecnica. Il resto (smartphone, tablet, pc…) è mera conseguenza.

Un’ultima cosa. Sicuramente state leggendo queste righe da un dispositivo elettronico. E io l’ho scritto al pc. È inevitabile. Perché la tecnologia non si può evitare.

Per evitarla bisognerebbe smettere di appartenere alla specie umana. Dal primo atto fondativo della tecnologia, dalla prima pietra scagliata o incisa, dal primo disegno rupestre, forse anche dalla prima parola pronunciata e dall’inizio di un qualcosa che in senso lato possiamo chiamare cultura, non si può sfuggire al paradosso di ogni pensiero critico nei confronti di essi, dato che si utilizzano gli strumenti che si vogliono criticare; così come non si può sfuggire alla loro persecuzione e alle loro conseguenze. Ma poterle criticare è già tanto, proprio perché così si abita in un paradosso.

La tecnologia, l’economia sono frutti di principi logici. Sottrarsi alla loro logica è brillare – anche in senso esplosivo – nel pensiero paradossale. Scrivere una capolavoro criticando la scrittura, come fece Platone; scavalcare la logica a suon di proposizioni logiche, come Wittgenstein; portare alle estreme conseguenze la critica tecnologica utilizzando la tecnologia per farlo, come il mio modestissimo tentativo: ogni critica o paradosso è un calcio ben assestato nel crasso fondoschiena del potere. Così il filosofo si occupa di metafisica per abbattere la metafisica; critica la democrazia per mostrarne le estreme conseguenze; si occupa di potere per sottrarsi a esso, e per vivere felicemente in paradossale anarchia.

 

* Tutte le immagini di questo articolo sono scatti di viaggio di Carlo Mazzucchelli (Islanda)

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