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La tecnofobia non si addice al vero filosofo

La tecnofobia non si addice al vero filosofo

03 Maggio 2017 Interviste filosofiche
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Le tecnologie del nostro tempo ci stanno mostrando un desiderio di partecipazione e di condivisione che porterà forse a una trasformazione della democrazia per come adesso la conosciamo. Sotto gli occhi di tutti è inoltre la trasformazione degli apprendimenti e dei rapporti interpersonali, soprattutto nei più giovani. In futuro, negli adulti del domani, cambierà probabilmente la nostra capacità di incontrare gli altri e quindi di trasformare il modo. Che sia in bene o in male questo spetta a noi deciderlo.

Diogene […] obiettò una volta che gli si facevano le lodi di un filosofo: “Che cosa mai ha da mostrare di grande, se da tanto tempo pratica la filosofia e non ha ancora turbato nessuno?” Proprio così bisognerebbe scrivere sulla tomba della filosofia della università: “Non ha mai turbato nessuno” (F. Nietzsche, Considerazioni inattuali III. Schopenhauer come educatore, tr. it. di M. Montinari, in F. Nietzsche, Opere, vol. III, tomo I, Adelphi, pag. 457)."

In questo articolo proponiamo l'intervista che Carlo Mazzucchelli  ha condotto con Tommaso Ariemma, insegnante di Filosofia e Storia al Liceo Statale di Ischia e filosofo pop.

Tutti sembrano concordare sul fatto che viviamo tempi interessanti, complessi e ricchi di cambiamenti. Molti associano il cambiamento alla tecnologia. Pochi riflettono su quanto in profondità la tecnologia stia trasformando il mondo, la realtà oggettiva e fattuale delle persone, nelle loro vesti di consumatori, cittadini ed elettori.

Sei filosofo, sociologo, piscologo, studioso della tecnologia o semplice cittadino consapevole della Rete e vuoi partecipare alla nostra iniziativa con un contributo di pensiero?  .

Sulla velocità di fuga e volontà di potenza della tecnologia e sulla sua continua evoluzione, negli ultimi anni sono stati scritti numerosi libri che propongono nuovi strumenti concettuali e cognitivi per conoscere meglio la tecnologia e/o suggeriscono una riflessione critica utile per un utilizzo diverso e più consapevole della tecnologia e per comprenderne meglio i suoi effetti sull'evoluzione futura del genere umano.

Su questi temi SoloTablet sta sviluppando da tempo una riflessione ampia e aperta, contribuendo alla più ampia discussione in corso. Un approccio usato è quello di coinvolgere e intervistare autori, specialisti e studiosi che stanno contribuendo con il loro lavoro speculativo, di ricerca, professionale e di scrittura a questa discussione.


 

Buongiorno, può raccontarci qualcosa di lei, della sua attività attuale, del suo interesse per le nuove tecnologie e per una riflessione sull'era tecnologica e dell'informazione che viviamo?

Sono un filosofo, un filosofo pop.

Faccio infatti parte di quella corrente filosofica, molto attiva in Italia e all’estero, chiamata “pop filosofia”: uno stile di pensiero che si misura con il proprio tempo e soprattutto con le sue innovazioni. E che, sempre di più, sta diventando una vera e propria “atmosfera culturale”.

Ho insegnato per molti anni Estetica nelle Accademie di Belle Arti italiane. Adesso insegno Filosofia e Storia al Liceo Statale di Ischia. Ho portato con me la filosofia pop sia all’università che a scuola. In particolare, tra i ragazzi più giovani, essa si è rivelata molto efficace nello stimolare in modo inedito allo studio della filosofia e non solo. Ha cambiato, infatti, il loro approccio in modo radicale: i miei studenti scrivono ebook, elaborano sondaggi e insieme produciamo video che hanno ottenuto finora un ottimo riscontro. Basta scorrere i post del nostro blog (tuttofastoria.wordpress.com) oppure dare uno sguardo a link come il seguente  per rendersi conto del nostro lavoro.

Le nuove tecnologie divengono non solo oggetto di riflessione, ma anche l’ambiente all’interno del quale operare una trasformazione della filosofia e della sua didattica. Dal punto di vista della ricerca filosofica in senso stretto, infine, da più di dieci anni le mie riflessioni si concentrano sul fenomeno dell’esposizione (filosofica, corporea, artistica e tecnologica).

Alle nuove tecnologie ho dedicato due volumi: Il mondo dopo la fine del mondo. Facebook, l’arte contemporanea, la filosofia (2012) e Anatomia della bellezza. Cura di sé, arte, spettacolo da Platone al selfie (2015).

A breve, per l’editore Mondadori, pubblicherò un libro dove provo a fare una storia della filosofia attraverso le nuove serie tv e ovviamente il richiamo alle nuove tecnologie è decisivo. 

Secondo il filosofo pop del momento, Slavoj Zizek, viviamo tempi alla fine dei tempi. Quella del filosofo sloveno è una riflessione sulla società e sull'economia del terzo millennio ma può essere estesa anche alla tecnologia e alla sua volontà di potenza (il technium di Kevin Kelly nel suo libro Cosa vuole la tecnologia) che stanno trasformando il mondo, l'uomo, la percezione della realtà e l'evoluzione futura del genere umano. La trasformazione in atto obbliga tutti a riflettere sul fenomeno della pervasività e dell'uso diffuso di strumenti tecnologici ma anche sugli effetti della tecnologia. Qual è la sua visione attuale dell'era tecnologica che viviamo e che tipo di riflessione dovrebbe essere fatta, da parte dei filosofi e degli scienziati ma anche delle singole persone?

La mia è una visione strettamente filosofica, dunque “farmacologica”.

La filosofia, a partire da Platone, ha sempre riflettuto sulle nuove tecnologie. Il filosofo greco ci ha fatto dono di riflessioni ancora insuperate sulla scrittura, una delle relativamente “nuove tecnologie” del suo tempo. E per Platone la scrittura (ma non solo) era un “farmaco”, ovvero insieme un rimedio e un veleno.

Bisogna fare attenzione agli effetti collaterali, controllare i dosaggi, ma la tecnofobia non si addice al vero filosofo, che anzi è chiamato a misurarsi in modo radicale – operando trasformazioni notevoli nel suo agire – con quanto accade e altera i nostri apprendimenti e i nostri affetti.

 

Miliardi di persone sono oggi dotate di smartphone usati come protesi tecnologiche, di display magnetici capaci di restringere la visuale dell'occhio umano rendendola falsamente aumentata, di applicazioni in grado di regalare esperienze virtuali e parallele di tipo digitale. In questa realtà ciò che manca è una riflessione su quanto la tecnologia stia cambiando la vita delle persone (High Tech High Touch di Naisbitt) ma soprattutto su quali siano gli effetti e quali possano esserne le conseguenze.  Il primo effetto è che stanno cambiando i concetti stessi con cui analizziamo e cerchiamo di comprendere la realtà. La tecnologia non è più neutrale, sta riscrivendo il mondo intero e il cervello stesso delle persone. Lo sta facendo attraverso il potere dei produttori tecnologici e la tacita complicità degli utenti/consumatori. Come stanno cambiando secondo lei i concetti che usiamo per interagire e comprendere la realtà tecnologica? Ritiene anche lei che la tecnologia non sia più neutrale?

Nello scenario appena descritto, emerge proprio la necessità della filosofia di essere radicale. Prima di trovare nuovi concetti per il contemporaneo, vanno verificati quelli della sua tradizione. Quello di “farmaco”, come dicevo prima, va ancora bene e anzi oggi il compito della filosofia sta nel riportare la tecnologia all’interno di una più generale farmacologia. Altrimenti ci tocca sposare discorsi filosofici come quelli di Emanuele Severino e dei suoi epigoni, discorsi oracolari fuori tempo massimo.

 

Secondo il filosofo francese Alain Badiou ciò che interessa il filosofo non è tanto quel che è (chi siamo!) ma quel che viene. Con lo sguardo rivolto alla tecnologia e alla sua evoluzione, quali sono secondo lei i possibili scenari futuri che stanno emergendo e quale immagine del mondo futuro che verrà ci stanno anticipando?

Le tecnologie del nostro tempo ci stanno mostrando un desiderio di partecipazione e di condivisione che porterà forse a una trasformazione della democrazia per come adesso la conosciamo. Sotto gli occhi di tutti è inoltre la trasformazione degli apprendimenti e dei rapporti interpersonali, soprattutto nei più giovani. In futuro, negli adulti del domani, cambierà probabilmente la nostra capacità di incontrare gli altri e quindi di trasformare il modo. Che sia in bene o in male questo spetta a noi deciderlo. 

 

Secondo alcuni, tecnofobi, tecno-pessimisti e tecno-luddisti, il futuro della tecnologia sarà distopico, dominato dalle macchine, dalla singolarità di Kurzweil (la via di fuga della tecnologia) e da un Matrix nel quale saranno introvabili persino le pillole rosse che hanno permesso a Neo di prendere coscienza della realtà artificiale nella quale era imprigionato. Per altri, tecnofili, tecno-entusiasti e tecno-maniaci, il futuro sarà ricco di opportunità e nuove utopie/etopie. A quali di queste categorie pensa di appartenere e qual è la sua visione del futuro tecnologico che ci aspetta? E se la posizione da assumere fosse semplicemente quelle tecno-critica o tecno-cinica? E se a contare davvero fosse solo una maggiore consapevolezza diffusa nell'utilizzo della tecnologia?

Appartengo, se così si può dire, alla categoria “pop” (ovviamente). Ovvero alla categoria che pensa il tempo in termini di sfida e che ama il futuro al punto tale da pensare che non esista altro amore nei suoi confronti se non quello capace di dare tutto al presente. La cultura pop, del resto, ha sempre deriso, nei film o negli altri suoi prodotti, la capacità di prevedere il futuro: i tecnofili e i tecnofobi sono gli epigoni degli oracoli dell’antichità e come tali non vanno presi sul serio. Basta, del resto, vedere con attenzione la trilogia cinematografica “Matrix”: gli oracoli sono poco affidabili e sono complici di chi non vuole farci vivere pienamente il nostro tempo. La “buona” filosofia può dunque essere, invece, un ottimo antidoto a tutto questo. Essa può rendere la tecnologia davvero tale, cioè una tecnica dotata di “logos”.

 

Mentre l'attenzione dei media e dei consumatori è tutta mirata alle meraviglie tecnologiche di prodotti tecnologici diventati protesi operative e cognitive per la nostra interazione con molteplici realtà parallele nelle quali viviamo, sfugge ai più la pervasività della tecnologia, nelle sue componenti nascoste e invisibili. Poca attenzione è dedicata all'uso di soluzioni di Cloud Computing e ancora meno di Big Data nei quali vengono archiviati miliardi di dati personali. In particolare sfugge quasi a tutti che il software sta dominando il mondo e determinando una rivoluzione paragonabile a quella dell'alfabeto, della scrittura, della stampa e di Internet. Questa rivoluzione è sotterranea, continua, invisibile, intelligente, Fatta di componenti software miniaturizzati, agili e leggeri capaci di apprendere, di interagire, di integrarsi e di adattarsi come se fossero neuroni in cerca di nuove sinapsi.  Questa rivoluzione sta cambiando le vite di tutti ma anche la loro percezione della realtà, la loro mente e il loro inconscio. Modificati come siamo dalla tecnologia, non ci rendiamo conto di avere indossato delle lenti con cui interpretiamo il mondo e interagiamo con esso. Lei cosa ne pensa?

A un certo punto le lenti (della tecnologia) si graffiano o si rompono o non vanno più bene: è allora che si vedono e possono essere pensate. La filosofia può riuscirci prima, in un altro modo: anche con il semplice respiro (del pensiero filosofico, che non a caso, fin dalla sua origine greca, è associato al respiro) capace di far “appannare” la sua trasparenza.

 

Se il software è al comando, chi lo produce e gestisce lo è ancora di più. Questo software, nella forma di applicazioni, è oggi sempre più nelle mani di quelli che Eugeny Morozov chiama i Signori del silicio (la banda dei quattro: Google, Fcebook, Amazon e Apple). E' un controllo che pone il problema della privacy e della riservatezza dei dati ma anche quello della complicità conformistica e acritica degli utenti/consumatori nel soddisfare la bulimia del software e di chi lo gestisce. Grazie ai suoi algoritmi e pervasività, il software, ma anche la tecnologia in generale, pone numerosi problemi, tutti interessanti per una riflessione filosofica ma anche politica e umanistica, quali la libertà individuale (non solo di scelta), la democrazia, l'identità, ecc. (si potrebbe citare a questo proposito La Boetie e il suo testo Il Discorso sulla servitù volontaria). Lei cosa ne pensa?

Il software è al comando, ma non è nulla senza il vero hardware. Ovvero, il nostro corpo. È da qui che bisogna sempre ripartire per pensare qualsiasi forma di resistenza. Corpo inteso come “far corpo”: relazione, connessione, legame che si accompagna al tempo stesso a separazioni molteplici e singolari. In questo senso - come sostengo ad esempio a proposito della pratica del selfie nel mio “Anatomia della bellezza” - l’uso del “proprio”, soprattutto nella nostra epoca, resta la vera questione teorica e il compito politico decisivo.

 

Una delle studiose più attente al fenomeno della tecnologia è Sherry Turkle. Nei suoi libri Insieme ma soli e nell'ultimo La conversazione necessaria, la Turkle ha analizzato il fenomeno dei social network arrivando alla conclusione che, avendo sacrificato la conversazione umana alle tecnologie digitali, il dialogo stia perdendo la sua forza e si stia perdendo la capacità di sopportare solitudine e inquietudini ma anche di concentrarsi, riflettere e operare per il proprio benessere psichico e cognitivo. Lei come guarda al fenomeno dei social network e alle pratiche, anche compulsive, che in essi si manifestano? Cosa stiamo perdendo guadagnando da una interazione umana e con la realtà sempre più mediata da dispositivi tecnologici?

È curioso come alla Turkle sfugga un principio messo bene in luce da McLuhan e secondo me decisivo per comprendere i media, ovvero ciò che mi piace chiamare il “contraccolpo mediale”.

I media apportano sempre una privazione, ma anche un aumento d’essere. Non parliamo più spesso con la persona accanto, ma al tempo stesso dialoghiamo con molte persone contemporaneamente, quando siamo on line. La questione vera sarebbe piuttosto quella della ricerca di un “equilibrio mediale” capace di bilanciare privazioni e nuovi apporti offerti dai nuovi media.

In un libro di Finn Brunton e Helen Nissenbaum, Offuscamento. Manuale di difesa della privacy e della protesta, si descrivono le tecniche che potrebbero essere usate per ingannare, offuscare e rendere inoffensivi gli algoritmi di cui è disseminata la nostra vita online. Il libro propone alcuni semplici comportamenti che potrebbero permettere di difendere i propri spazi di libertà dall'invadenza della tecnologia. Secondo lei è possibile difendersi e come si potrebbe farlo?

Qualcuno ha detto che la miglior difesa è l’attacco e l’attacco più efficace è quello capace di pensare la tecnologia non come un destino (buono o cattivo, fa lo stesso), ma in termini strategici. Per trasformare il nostro mondo e la nostra conoscenza di esso. Comprendere la tecnologia, educare alla tecnologia diventano le vere sfide della filosofia che viene.

Vuole aggiungere altro per i lettori di SoloTablet, ad esempio qualche suggerimento di lettura? Vuole suggerire dei temi che potrebbero essere approfonditi in attività future? Cosa suggerisce per condividere e far conoscere l'iniziativa nella quale anche lei è stato/a coinvolto/a?

Suggerisco di indagare di più campi che “giocano” con le nuove tecnologie, come quelli dell’arte contemporanea. In fondo, come diceva qualcuno, l’artista è l’antenna dell’umanità. Suggerisco di approfondire il lavoro di artisti come Bill Viola, Olafur Eliasson, Ai Weiwei, per esempio. La vostra iniziativa andrebbe inoltre portata nelle scuole, perché ad aver bisogno di maggiore consapevolezza in merito alle nuove tecnologie sono soprattutto i ragazzi. Nati, infatti, con le lenti tecnologiche, sono quelli che riescono a utilizzarle con maggior dimestichezza, ma sicuramente con minore coscienza dei rischi e soprattutto delle potenzialità.

 

Cosa pensa del nostro progetto SoloTablet? Ci piacerebbe avere dei suggerimenti per migliorarlo!

Vi faccio i complimenti soprattutto per la profondità e la completezza dell’intervista.

Al momento non immagino di meglio.

 

* Tutte le immagini di questo articolo sono scatti di viaggio di Carlo Mazzucchelli (India, Mongolia)

 

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