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Filosofia due punto zero, rapporti umani e tecnologia

Filosofia due punto zero, rapporti umani e tecnologia

02 Marzo 2017 Interviste filosofiche
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Noi, che non siamo nativi digitali, abbiamo il compito di trasmettere le esperienze pre-digitali come prezioso patrimonio, impedendo alle nuove generazioni digitalizzate di affidarsi ai media in modo esclusivo e pervasivo. Se lo smartphone diventa un prolungamento della mia mano, se i miei occhi non guardano in autonomia ma sono indirizzati da un aggeggio tecnologico, io baratto la mia umanità per una maggiore comodità.

Carlo Mazzucchelli intervista Maria Giovanna Farina, filosofa, consulente filosofico, scrittrice e trend cultural blogger.


Sei filosofo, sociologo, piscologo, studioso della tecnologia o semplice cittadino consapevole della Rete e vuoi partecipare alla nostra iniziativa con un contributo di pensiero? .

Tutti sembrano concordare sul fatto che viviamo tempi interessanti, complessi e ricchi di cambiamenti. Molti associano il cambiamento alla tecnologia. Pochi riflettono su quanto in profondità la tecnologia stia trasformando il mondo, la realtà oggettiva e fattuale delle persone, nelle loro vesti di consumatori, cittadini ed elettori. Sulla velocità di fuga e volontà di potenza della tecnologia e sulla sua continua evoluzione, negli ultimi anni sono stati scritti numerosi libri che propongono nuovi strumenti concettuali e cognitivi per conoscere meglio la tecnologia e/o suggeriscono una riflessione critica utile per un utilizzo diverso e più consapevole della tecnologia e per comprenderne meglio i suoi effetti sull'evoluzione futura del genere umano.

Su questi temi SoloTablet sta sviluppando da tempo una riflessione ampia e aperta, contribuendo alla più ampia discussione in corso. Un approccio usato è quello di coinvolgere e intervistare autori, specialisti e studiosi che stanno contribuendo con il loro lavoro speculativo, di ricerca, professionale e di scrittura a questa discussione.


 

Buongiorno, può raccontarci qualcosa di lei, della sua attività attuale, del suo interesse per le nuove tecnologie e per la riflessione filosofica a esse applicata?

Buongiorno a lei Carlo, con piacere.

Sono pioniera in Italia della consulenza filosofica ed ho creato con il collega Max Bonfanti un metodo personalizzato. Ho avviato ricerche auto-prodotte non solo con gli adulti, ma anche con i bambini per mostrare come la filosofia possa essere un valido rimedio per risolvere la difficoltà esistenziali.

Le nuove tecnologie e la rete sono per me da parecchi anni un luogo di studio, di ricerca nonché di innovazione. Ho ideato la rivista di cultura filosofica on-line L'accento di Socrate che mi ha permesso di entrare nelle università, non solo italiane, per intervistare molti dei più noti filosofi e personaggi della cultura. Dalla rivista sono nate tante collaborazioni che mi hanno indirizzata a studiare argomenti di stretta attualità come la violenza di genere, i rapporti familiari, le relazioni sentimentali con il blog Filosofia dell'amore erotico che ho ideato con Francesco Alberoni.

La consulenza filosofica, ovvero la filosofia come cura, è un campo da esplorare sempre di più, per farlo sto collaborando ad un nuovo progetto: La porta dell'ottimista. Lì svolgo la mia funzione di trend cultural blogger per diffondere ancor più la “filosofia due punto zero” attraverso la visione ottimista.

La cultura filosofica può essere applicata ovunque e la cura filosofica fatta di dialogo, anche se non solo costituito da parole, è uno strumento molto efficace per imparare ad auto-aiutarsi col ragionamento e con il ripescaggio delle proprie risorse interiori.

L'essere umano si esprime secondo differenti modalità e attraverso i miei siti, letti sia in Italia che all'estero, ho analizzato la comunicazione umana in molte delle sue forme. L'innovazione della “filosofia due punto zero” consiste nell'introdurre un linguaggio da internauta nella comunicazione filosofica che si fa più veloce e divulgativa per arrivare a tutti, ma senza perdere i contenuti profondi. Un lavoro non certamente facile, ma molto interessante anche per i risultati che si possono raggiungere.

 

Secondo il filosofo Slavoj Zizek viviamo tempi alla fine dei tempi. Quella del filosofo sloveno è una riflessione sulla società e sull'economia del terzo millennio ma può essere estesa anche alla tecnologia e alla sua volontà di potenza (il technium di Kevin Kelly) che stanno trasformando il mondo, l'uomo, la percezione della realtà e l'evoluzione futura del genere umano. La trasformazione in atto obbliga tutti a riflettere sul fenomeno della pervasività e dell'uso diffuso di strumenti tecnologici ma anche sugli effetti della tecnologia. Qual è la sua visione attuale dell'era tecnologica che viviamo e che tipo di riflessione dovrebbe essere fatta, da parte dei filosofi e degli scienziati ma anche delle singole persone?

McLuhan parlò negli anni '60 di Villaggio globale, internet ha velocizzato in modo parossistico questo concetto, ma come sempre sta a noi esseri umani regolare il flusso. Vogliamo mescolarci con le macchine e demandare sempre di più ad esse? Sì, lo stiamo facendo ma non solo da ora.

Quando si passò dalla candela alla lampadina, perdemmo competenze per conquistare una maggiore comodità e con le tecnologie più evolute sta accadendo la medesima cosa. Cosa potrebbero fare i filosofi? Dobbiamo tener conto che un filosofo è in grado di delineare una nuova visione del mondo e con la rete e i media per navigare può diffondere quella che definisco appunto “la filosofia due punto zero”.

Il mio primo libro sull'argomento filosofia pratica, Ho messo le ali, ora solo in e-book nella collana che dirigo per Kien Publishing International, uscì nel 2013 nella collana Echi da internet a dimostrare che il mio percorso è partito dal web. La “filosofia due punto zero” deve diffondersi allo scopo di regolare i rapporti umani con la tecnologia che si interpone tra i due referenti della comunicazione. Io filosofa parlo con te attraverso uno schermo, ma assolutamente impedisco al media di influenzarci. Banalmente, una conversazione su Skype deve porre l'obiettivo sulle parole e non sulla stanza in cui soggiorno, sul mio look... Per farlo impedisco alla telecamerina di far vedere al mio interlocutore altro che non sia il mio volto. Allora si riproporrà il dialogo a quattrocchi utilissimo per capirsi: dobbiamo usare i media e non farci usare da essi.

 

Miliardi di persone sono oggi dotate di smartphone usati come protesi tecnologiche, di display magnetici capaci di restringere la visuale dell'occhio umano rendendola falsamente aumentata, di applicazioni in grado di regalare esperienze virtuali e parallele di tipo digitale. In questa realtà ciò che manca è una riflessione su quanto la tecnologia stia cambiando la vita delle persone (High Tech High Touch di Naisbitt) ma soprattutto su quali siano gli effetti e quali possano esserne le conseguenze.  Il primo effetto è che stanno cambiando i concetti stessi con cui analizziamo e cerchiamo di comprendere la realtà. La tecnologia non è più neutrale, sta riscrivendo il mondo intero e il cervello stesso delle persone. Lo sta facendo attraverso il potere dei produttori tecnologici e la tacita complicità degli utenti/consumatori. Come stanno cambiando secondo lei i concetti che usiamo per interagire e comprendere la realtà tecnologica? Ritiene anche lei che la tecnologia non sia più neutrale?

La tecnologia smette di essere neutrale quando le permettiamo di occupare il nostro posto.

Noi, che non siamo nativi digitali, abbiamo il compito di trasmettere le esperienze pre-digitali come prezioso patrimonio, impedendo alle nuove generazioni digitalizzate di affidarsi ai media in modo esclusivo e pervasivo. Se lo smartphone diventa un prolungamento della mia mano, se i miei occhi non guardano in autonomia ma sono indirizzati da un aggeggio tecnologico, io baratto la mia umanità per una maggiore comodità.

Quanto ai concetti, credo esista anche un problema legato al linguaggio.

Nel nostro patrimonio esperenziale non esistono termini storici appropriati riguardo le nuove tecnologie, dobbiamo e abbiamo dovuto inventarli. Ogni studioso ha un suo lessico, qui si tratta di fare rete per studiare insieme nuovi termini che poi diventeranno concetti. Siamo in un'era caratterizzata dalla con-fusione, un'era di tuttologi squalificati che si mimetizzano dietro uno schermo.

Non possiamo più permettere che chiunque possa dire qualunque cosa anche su ciò che non conosce creando informazioni e concetti inappropriati che fomentano il pericoloso analfabetismo di ritorno. I concetti si formano nella mente che sottende un cervello, ma senza esperienza pratica non accadrebbe nulla: l'ippocampo non avrebbe niente da elaborare. In definitiva, siamo ciò immagazziniamo, ma anche come e in quali condizioni.

Come filosofi possiamo insieme impedire che si confonda il reale con il virtuale, il possibile con l'impossibile, il razionale con il sogno.

 

Secondo il filosofo francese Alain Badiou ciò che interessa il filosofo non è tanto quel che è (chi siamo!) ma quel che viene. Con lo sguardo rivolto alla tecnologia e alla sua evoluzione, quali sono secondo lei i possibili scenari futuri che stanno emergendo e quale immagine del mondo futuro che verrà ci stanno anticipando?

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Premetto che non conosco bene Alain Badiou, ma interpreto questa affermazione come non solo qualcosa che ci aspetta, bensì anche come qualcosa che ci viene incontro, che si presenta a noi. Il futuro ci attende ma anche si presenta a noi in ogni istante perché il futuro è un tempo verso cui siamo diretti in ogni istante.

Non possiamo conoscere il futuro del genere umano, possiamo solo immaginarlo. Teorizzare è troppo azzardato, mentre con l'immaginazione e i dati che ho in mano posso affermare che, se non ci impegnano seriamente, sicuramente perderemo la nostra tipicità di homo habilis per lasciare il posto all'homo inhabilis.

Secondo alcuni, tecnofobi, tecno-pessimisti e tecno-luddisti, il futuro della tecnologia sarà distopico, dominato dalle macchine, dalla singolarità di Kurzweil (la via di fuga della tecnologia) e da un Matrix nel quale saranno introvabili persino le pillole rosse che hanno permesso a Neo di prendere coscienza della realtà artificiale nella quale era imprigionato. Per altri, tecnofili, tecno-entusiasti e tecno-maniaci, il futuro sarà ricco di opportunità e nuove utopie/etopie. A quali di queste categorie pensa di appartenere e qual è la sua visione del futuro tecnologico che ci aspetta? E se la posizione da assumere fosse semplicemente quelle tecno-critica o tecno-cinica? E se a contare davvero fosse solo una maggiore consapevolezza diffusa nell'utilizzo della tecnologia?

Nonostante l'uso continuativo con cui uso i media, non sono una tecnomaniaca. Per formazione metto sempre ogni stato del mondo in discussione, me lo ha insegnato Socrate che, anche se è vissuto 2500 anni fa, è sempre vivo e capace di dare risposte.

Ciò che conta è la consapevolezza nata dalla coscienza e conoscenza di sé e poi del mondo esterno. Ritengo si tratti di lavorare per una maggior consapevolezza diffusa cosicché la tecnologia non ci sovrasti. Conosci te stesso (gnōthi seautón) di Socrate nella filosofia attuale può significare “indaga i tuoi limiti e non dimenticarti chi sei”.

Personalmente sono ottimista e non posso che immaginare un'umanità rinnovata libera dalla schiavitù mediatica, ora siamo ancora agli albori e il “giocattolino” ci attira molto. Poi diventerà il mezzo e niente di più. Certamente se non vigiliamo su questa nuova schiavitù in potenza, essa potrebbe diventare sottomissione pratica quotidiana. Il web va regolato, ma facendo attenzione a non cascare nella censura: non è semplice trovare soluzioni equilibrate.

Come filosofa non posso che dire: “attenzione a chi ci vuole rendere strumenti. Il web è una grandissima opportunità, ma va saputa gestire”.

 

Mentre l'attenzione dei media e dei consumatori è tutta mirata alle meraviglie tecnologiche di prodotti tecnologici diventati protesi operative e cognitive per la nostra interazione con molteplici realtà parallele nelle quali viviamo, sfugge ai più la pervasività della tecnologia, nelle sue componenti nascoste e invisibili. Poca attenzione è dedicata all'uso di soluzioni di Cloud Computing e ancora meno di Big Data nei quali vengono archiviati miliardi di dati personali. In particolare sfugge quasi a tutti che il software sta dominando il mondo e determinando una rivoluzione paragonabile a quella dell'alfabeto, della scrittura, della stampa e di Internet. Questa rivoluzione è sotterranea, continua, invisibile, intelligente, Fatta di componenti software miniaturizzati, agili e leggeri capaci di apprendere, di interagire, di integrarsi e di adattarsi come se fossero neuroni in cerca di nuove sinapsi.  Questa rivoluzione sta cambiando le vite di tutti ma anche la loro percezione della realtà, la loro mente e il loro inconscio. Modificati come siamo dalla tecnologia non ci rendiamo conto di avere indossato delle lenti con cui interpretiamo il mondo e interagiamo con esso. Lei cosa ne pensa?

Credo che l'inconscio sia, per ovvie ragioni, influenzato dai nuovi media, ogni epoca genera cambiamenti che si ripercuotono sul nostro modo di vivere e di pensare non che di metapensare, trasformando anche l'elaborazione delle informazioni.

Il rischio maggiore lo vivono e lo vivranno i nativi digitali perché senza conoscere le differenze tra naturale e artificiale, incontreranno serie difficoltà. E torno a ripetere: siamo noi adulti responsabili di tutto questo.

Personalmente non voglio perdere l'abitudine di prendere appunti con una matita sul foglio di carta, al posto di spedire una mail faccio una telefonata: due modalità per non abbandonare il contatto vivo con la realtà. Là dove sia possibile, dobbiamo assolutamente combattere per mantenere in vita la nostra capacità naturale di rapportarci al mondo e alle persone.

La vita dell'uomo sulla Terra è sempre stata una lotta per sopravvivere, ora e in futuro sarà sempre la stessa lotta per non farci sottomettere anche dai poteri delle rete. Il rischio peggiore sarà quello di perdere la capacità di scegliere per diventare sempre più consumatori passivi, schiavi della pubblicità subliminale e non, che sa infilarsi nella nostra sfera infrarazionale.

 

Se il software è al comando, chi lo produce e gestisce lo è ancora di più. Questo software, nella forma di applicazioni, è oggi sempre più nelle mani di quelli che Eugeny Morozov chiama i Signori del silicio (la banda dei quattro: Google, Facebook, Amazon e Apple). E' un controllo che pone il problema della privacy e della riservatezza dei dati ma anche quello della complicità conformistica e acritica degli utenti/consumatori nel soddisfare la bulimia del software e di chi lo gestisce. Grazie ai suoi algoritmi e pervasività, il software, ma anche la tecnologia in generale, pone numerosi problemi, tutti interessanti per un filosofo, quali la libertà individuale (non solo di scelta), la democrazia, l'identità, ecc. (si potrebbe citare a questo proposito La Boetie e il suo testo Il Discorso sulla servitù volontaria). Lei cosa ne pensa?

Quella della rete è una finta ed illusoria democrazia, in realtà è spietato liberismo economico che schiavizza i consumatori.

Non siamo persone collegate ma tutti potenziali compratori di beni di consumo. La rete pesca nel grande mare, sa cosa ci piace e, attraverso cookie e altri strumenti di raccolta dati, ci fa apparire le pubblicità più interessanti per noi. Direi che questo è il lato peggiore del web perché tende ad annullare le identità individuali e soprattutto la libertà di scegliere: il web presuppone e sceglie per noi.

Auspico una collaborazione tra filosofi che abbiano davvero intenzione di proporre rimedi. Mettendo da parte l'individualismo si potrebbe collaborare per un progetto unitario efficace.

 

Una delle studiose più attente al fenomeno della tecnologia è Sherry Turkle. Nei suoi libri Insieme ma soli e nell'ultimo La conversazione necessaria, la Turkle ha analizzato il fenomeno dei social network arrivando alla conclusione che, avendo sacrificato la conversazione umana alle tecnologie digitali,  il dialogo stia perdendo la sua forza e si stia perdendo la capacità di sopportare solitudine e inquietudini ma anche di concentrarsi, riflettere e operare per il proprio benessere psichico e cognitivo. Lei come guarda al fenomeno dei social network e alle pratiche, anche compulsive, che in essi si manifestano? Cosa stiamo perdendo  guadagnando da una interazione umana e con la realtà sempre più mediata da dispositivi tecnologici?

Noi esseri umani siamo sensibili alla dipendenza, penso alle droghe e alla loro pericolosità sociale. Credo di poter considerare i social network una forma di dipendenza relazionale che, come tutte le dipendenze, nasce da un'illusione: quella di non essere soli.

Ognuno di noi è solo anche se in compagnia e si trova a dover compiere scelte in ogni momento della vita, il medium ti accompagna ma non dobbiamo mai scordare la sua vera funzione. I social permettono a chiunque di sentenziare, di sperimentare posizioni come l'onnipotenza, la libertà di mancare di rispetto...

Lo schermo protegge e ripara da ogni responsabilità, fa regredire ad uno stato infantile e forse anche primitivo. Tutto questo accade se usiamo la tecnologia sine grano salis. Guadagnamo possibilità di interazioni da Villaggio globale ma perdiamo il rapporto naturale con le persone. Stiamo abbandonando progressivamente il dialogo, strumento principe della comunicazione. Questa è la ragione più forte per cui continuo il mio lavoro in rete, attraverso siti e blog cerco di mantenere in vita il vero dialogo che è un confronto, un passare attraverso l'altro per comprendere le sue ragioni diverse dalle nostre e poi, in due, trovare un punto di incontro.

In un libro di Finn Brunton e Helen Nissenbaum, Offuscamento. Manuale di difesa della privacy e della protesta, si descrivono le tecniche che potrebbero essere usate per ingannare, offuscare e rendere inoffensivi gli algoritmi di cui è disseminata la nostra vita online. Il libro propone alcuni semplici comportamenti che potrebbero permettere di difendere i propri spazi di libertà dall'invadenza della tecnologia. Secondo lei è possibile difendersi e come si potrebbe farlo?

Sicuramente oltre alle tecniche che ci forniscono gli esperti, possiamo metterci del nostro. È mai possibile che tutti debbano usare il TomTom? Le mappe di google? Le cartine stradali sono una risorsa per non far “arrugginire” le nostre sinapsi. E se proprio non si dovesse riuscire a trovare una strada, si può chiedere un'informazione al primo passante che è anche un modo per far due chiacchiere con un essere umano.

Dobbiamo ritornare ad essere gli artefici della nostra vita, so che accadrà, ma prima dovremo passare attraverso l'annichilimento dell'Io per poi risalire la china.

 

Vuole aggiungere altro per i lettori di SoloTablet, ad esempio qualche suggerimento di lettura diversa o complementare al suo libro recente? Vuole suggerire dei temi che potrebbero essere approfonditi in attività future? Cosa suggerisce per condividere e far conoscere l'iniziativa nella quale anche lei è stata coinvolta?

I miei ultimi due libri sono Dialoghi con un ottimista, in salotto con Francesco Alberoni dove analizzo anche le relazioni per mettere in luce la mentalità ottimista e Da zero alle stelle, nella collana di e-book, citata qui sopra, di pratica filosofica, dove attraverso quattro musicisti metto in luce la forza terapeutica della musica.

Un modo per uscire dalla rete e ricordarci che esistiamo come esseri relazionali. Per promuovere questa vostra iniziativa che considero utile per colmare un vuoto di riflessione, suggerisco la creazione di un vero dibattito che parta dalla rete e si diffonda nel mondo concreto.

 

Cosa pensa del nostro progetto SoloTablet?

Che è importante ciò che fate e, ripeto, colma un vuoto. Inoltre fornisce fin d'ora con queste interviste riflessioni utili per avviare il confronto che auspico.

 

* Tutte le foto di questo articolo sono scatti di viaggio di Carlo Mazzucchelli (Barcellona, Bhutan, Tibet e Nepal)

 

 

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