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Sarebbe già un primo passo pensare: Io non sono il mio dispositivo!

Sarebbe già un primo passo pensare: Io non sono il mio dispositivo!

27 Giugno 2017 Interviste filosofiche
Interviste filosofiche
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La tecnologia digitale mentre offre in apparenza la possibilità di costruirsi un mondo su misura, come se si trattasse di una palinsesto, per la stessa ragione estromette dal mondo:quando ognuno aumenterà o distorcerà la sua percezione soggettiva del reale è chiaro che potremo mandare in soffitta Kant e ogni dibattito sul rapporto tra la coscienza e il reale.

"Diogene […] obiettò una volta che gli si facevano le lodi di un filosofo: “Che cosa mai ha da mostrare di grande, se da tanto tempo pratica la filosofia e non ha ancora turbato nessuno?” Proprio così bisognerebbe scrivere sulla tomba della filosofia della università: “Non ha mai turbato nessuno” (F. Nietzsche, Considerazioni inattuali III. Schopenhauer come educatore, tr. it. di M. Montinari, in F. Nietzsche, Opere, vol. III, tomo I, Adelphi, pag. 457)."

 


Sei filosofo, sociologo, piscologo, studioso della tecnologia o semplice cittadino consapevole della Rete e vuoi partecipare alla nostra iniziativa con un contributo di pensiero? .

Tutti sembrano concordare sul fatto che viviamo tempi interessanti, complessi e ricchi di cambiamenti. Molti associano il cambiamento alla tecnologia. Pochi riflettono su quanto in profondità la tecnologia stia trasformando il mondo, la realtà oggettiva e fattuale delle persone, nelle loro vesti di consumatori, cittadini ed elettori. Sulla velocità di fuga e volontà di potenza della tecnologia e sulla sua continua evoluzione, negli ultimi anni sono stati scritti numerosi libri che propongono nuovi strumenti concettuali e cognitivi per conoscere meglio la tecnologia e/o suggeriscono una riflessione critica utile per un utilizzo diverso e più consapevole della tecnologia e per comprenderne meglio i suoi effetti sull'evoluzione futura del genere umano.

Su questi temi SoloTablet sta sviluppando da tempo una riflessione ampia e aperta, contribuendo alla più ampia discussione in corso. Un approccio usato è quello di coinvolgere e intervistare autori, specialisti e studiosi che stanno contribuendo con il loro lavoro speculativo, di ricerca, professionale e di scrittura a questa discussione.

In questo articolo proponiamo l’intervista che Carlo Mazzucchelli  ha condotto con Remo Bassetti, scrittore, giornalista, professionista giuridico, ideatore e direttore della rivista Giudizio Universale di qualche anno fa. Da poco blogger e autore di un esperimento letterario in corso, la pubblicazione di un e-feuilleton con richiesta di supporto a mezzo di “crowdreading”.

Buongiorno, può raccontarci qualcosa di lei, della sua attività attuale, del suo interesse per le nuove tecnologie e per una riflessione sull'era tecnologica e dell'informazione che viviamo?

Premetto che di partenza non ho nessun amore per le nuove tecnologie, tanto che non faccio uso personale del telefono cellulare. Sono quel che Patricia Wallace definisce un “immigrato digitale”. A un certo punto mi sono reso conto però che è ridicolo considerarsi un intellettuale e far finta che le tecnologie non esistano. Ho perciò cominciato a studiarle ed applicarle.

Da poco ho aperto uno spazio web definito “wrog, laboratorio politico e zona frestyle” che aspirerebbe a mettere in contatto i non comunicanti mondi del web e della cultura umanistica. Ora, dopo avere pubblicato per diversi e rilevanti editori, mi è parso più intereressante avviare la pubblicazione di un romanzo, “Istruzioni per non morire” su quello stesso spazio, con la formula a puntate che richiama questa rinata abitudine della serialità nella cultura popolare. E richiedendo, anche attraverso i social un sostegno di “crowdreading”, cioè di lettori portati a mezzo di condivisione di link sui social e persino su Whatsapp.

Lo scopo, non economico visto che il libro è gratuito, è quello di condurre una sperimentazione sul campo di come le tecnologia digitali possano essere impiegate a favore di letture strutturate. Naturalmente accettando di inglobare alcuni codici propri della comunicazione digitale. Sarebbe velleitario sbarcare in un posto e rinunciare a parlare la lingua dei locali. Aggiungo che un tema centrale del libro è la disumanizzazione digitale, anche in rapporto alla morte e che la storia contiene un’app immaginaria…ma fra poco neppure tanto.

Secondo il filosofo pop del momento, Slavoj Žižek, viviamo tempi alla fine dei tempi. Quella del filosofo sloveno è una riflessione sulla società e sull'economia del terzo millennio ma può essere estesa anche alla tecnologia e alla sua volontà di potenza (il technium di Kevin Kelly nel suo libro Cosa vuole la tecnologia) che stanno trasformando il mondo, l'uomo, la percezione della realtà e l'evoluzione futura del genere umano. La trasformazione in atto obbliga tutti a riflettere sul fenomeno della pervasività e dell'uso diffuso di strumenti tecnologici ma anche sugli effetti della tecnologia. Qual è la sua visione attuale dell'era tecnologica che viviamo e che tipo di riflessione dovrebbe essere fatta, da parte dei filosofi e degli scienziati ma anche delle singole persone?

Che la tecnologia non sia neutrale lo sappiamo anche prima di Heidegger, forse da Socrate stesso che si preoccupava delle conseguenze della scrittura. Il web però sta prendendo una china molto differente e invasiva, perché consente un impiego ininterrotto.

E’ una seconda pelle, e se oggi arrivasse sul mercato il trapianto organico di un dispositivo sono certo che molte persone la considererebbero un’ipotesi ragionevole. Sarebbe già un primo passo che le persone comuni pensassero: Io non sono il mio dispositivo! I filosofi e gli scienziati dovrebbero aiutare le persone a raggiungere questa conclusione.

Miliardi di persone sono oggi dotate di smartphone usati come protesi tecnologiche, di display magnetici capaci di restringere la visuale dell'occhio umano rendendola falsamente aumentata, di applicazioni in grado di regalare esperienze virtuali e parallele di tipo digitale. In questa realtà ciò che manca è una riflessione su quanto la tecnologia stia cambiando la vita delle persone (High Tech High Touch di Naisbitt) ma soprattutto su quali siano gli effetti e quali possano esserne le conseguenze.  Il primo effetto è che stanno cambiando i concetti stessi con cui analizziamo e cerchiamo di comprendere la realtà. La tecnologia non è più neutrale, sta riscrivendo il mondo intero e il cervello stesso delle persone. Lo sta facendo attraverso il potere dei produttori tecnologici e la tacita complicità degli utenti/consumatori. Come stanno cambiando secondo lei i concetti che usiamo per interagire e comprendere la realtà tecnologica? Ritiene anche lei che la tecnologia non sia più neutrale?

Come le dicevo non ho mai creduto che la tecnologia fosse neutrale, ma vi era un parziale annullamento di effetti fra tecnologie concorrenti. Ci si poteva lamentare degli effetti sociali dell’auto e della televisione, ma tendenzialmente si deve scegliere, almeno in un dato momento, tra andare in macchina e guardare la televisione. La tecnologia digitale punta a una convergenza assoluta e risucchiante. La tecnologia digitale, inoltre, mentre mi offre in apparenza la possibilità di costruirmi un mondo su misura, come se si trattasse di una palinsesto, per la stessa ragione mi estromette dal mondo:quando ognuno aumenterà o distorcerà la sua percezione soggettiva del reale è chiaro che potremo mandare in soffitta Kant e ogni dibattito sul rapporto tra la coscienza e il reale.

Secondo il filosofo francese Alain Badiou ciò che interessa il filosofo non è tanto quel che è (chi siamo!) ma quel che viene. Con lo sguardo rivolto alla tecnologia e alla sua evoluzione, quali sono secondo lei i possibili scenari futuri che stanno emergendo e quale immagine del mondo futuro che verrà ci stanno anticipando?

Se credessimo in un’evoluzione lineare dovremmo immaginare un futuro trans-umano. Però la storia ci ha insegnato che l’evoluzione lineare è un’illusione, il che nello specifico è una buona notizia. Non dobbiamo dimenticare che sono in movimento molte variabili sociali e geopolitiche che ancora per parecchi anni possono condizionare il nostro futuro più della tecnologia, in verità anche in modo peggiore.

Secondo alcuni, tecnofobi, tecno-pessimisti e tecno-luddisti, il futuro della tecnologia sarà distopico, dominato dalle macchine, dalla singolarità di Kurzweil (la via di fuga della tecnologia) e da un Matrix nel quale saranno introvabili persino le pillole rosse che hanno permesso a Neo di prendere coscienza della realtà artificiale nella quale era imprigionato. Per altri, tecnofili, tecno-entusiasti e tecno-maniaci, il futuro sarà ricco di opportunità e nuove utopie/etopie. A quali di queste categorie pensa di appartenere e qual è la sua visione del futuro tecnologico che ci aspetta? E se la posizione da assumere fosse semplicemente quelle tecno-critica o tecno-cinica? E se a contare davvero fosse solo una maggiore consapevolezza diffusa nell'utilizzo della tecnologia?

Io confido ancora in una presa di coscienza. Non trascurerei ad esempio il fatto che nel mondo dell’impresa e del lavoro certi passaggi che sembravano definitivi sono stati messi pesantemente in discussione: pensiamo alla reperibilità per tutto il giorno.

Mi rendo conto che possa apparire ingenuo pensare che siamo noi ad avere potere sulla tecnica invece che il contrario ma siamo ancora in uno stadio in cui la tecnologia non ha preso una direzione definitiva. Mi preoccupa semmai la carenza di classi dirigenti qualificate per affrontare politicamente il problema.

Mentre l'attenzione dei media e dei consumatori è tutta mirata alle meraviglie tecnologiche di prodotti tecnologici diventati protesi operative e cognitive per la nostra interazione con molteplici realtà parallele nelle quali viviamo, sfugge ai più la pervasività della tecnologia, nelle sue componenti nascoste e invisibili. Poca attenzione è dedicata all'uso di soluzioni di Cloud Computing e ancora meno di Big Data nei quali vengono archiviati miliardi di dati personali. In particolare sfugge quasi a tutti che il software sta dominando il mondo e determinando una rivoluzione paragonabile a quella dell'alfabeto, della scrittura, della stampa e di Internet. Questa rivoluzione è sotterranea, continua, invisibile, intelligente, Fatta di componenti software miniaturizzati, agili e leggeri capaci di apprendere, di interagire, di integrarsi e di adattarsi come se fossero neuroni in cerca di nuove sinapsi.  Questa rivoluzione sta cambiando le vite di tutti ma anche la loro percezione della realtà, la loro mente e il loro inconscio. Modificati come siamo dalla tecnologia, non ci rendiamo conto di avere indossato delle lenti con cui interpretiamo il mondo e interagiamo con esso. Lei cosa ne pensa?

I mutamenti neuronali e le inettitudini che ne derivano sono ormai un dato provato. C’è una corrente delle neuroscienze che cerca di squalificare il concetto dell’inconscio, insieme a quello di coscienza. Dal punto di vista filosofico è una deriva molto pericolosa. Secondo me è il nuovo nemico intellettuale, esaurita la fase dei danni che la filosofia analitica ha arrecato alla filosofia morale. Il nuovo determinismo di certi neuroscientisti rischia di andare a braccetto con il determinismo tecnologico. E’ un legame che trova le sue radici nelle teorie computazionali del cervello e che dobbiamo spezzare.

Se il software è al comando, chi lo produce e gestisce lo è ancora di più. Questo software, nella forma di applicazioni, è oggi sempre più nelle mani di quelli che Eugeny Morozov chiama i Signori del silicio (la banda dei quattro: Google, Facebook, Amazon e Apple). E' un controllo che pone il problema della privacy e della riservatezza dei dati ma anche quello della complicità conformistica e acritica degli utenti/consumatori nel soddisfare la bulimia del software e di chi lo gestisce. Grazie ai suoi algoritmi e pervasività, il software, ma anche la tecnologia in generale, pone numerosi problemi, tutti interessanti per una una riflessione filosofica ma anche politica e umanistica, quali la libertà individuale (non solo di scelta), la democrazia, l'identità, ecc. (si potrebbe citare a questo proposito La Boétie e il suo testo Il Discorso sulla servitù volontaria). Lei cosa ne pensa?

Visto che ha citato i giganti della Silicon Valley la riflessione che voglio fare è puramente politica: quelle grandi corporation andrebbero socializzate e quanto ai nostri dati personali andrebbero istituiti registri pubblici. Questo è il turbo-capitalismo più aggressivo di sempre, ed è lo sbocco coerente del liberismo, che del resto ha preparato la strada a questa forma di individualismo tecnologico.

Una delle studiose più attente al fenomeno della tecnologia è Sherry Turkle. Nei suoi libri Insieme ma soli e nell'ultimo La conversazione necessaria, la Turkle ha analizzato il fenomeno dei social network arrivando alla conclusione che, avendo sacrificato la conversazione umana alle tecnologie digitali,  il dialogo stia perdendo la sua forza e si stia perdendo la capacità di sopportare solitudine e inquietudini ma anche di concentrarsi, riflettere e operare per il proprio benessere psichico e cognitivo. Lei come guarda al fenomeno dei social network e alle pratiche, anche compulsive, che in essi si manifestano? Cosa stiamo perdendo  guadagnando da una interazione umana e con la realtà sempre più mediata da dispositivi tecnologici?

Credo che in termini di intelligenza relazionale ed emotiva nel giro di pochi anni si sia scavato un pericoloso solco generazionale. Forse la Turkle idealizza un pochino il passato prossimo ma i suoi libri sono sempre diretti e documentati nel delineare il quadro attuale. Il benessere in verità è un concetto relativo: si sta bene secondo il criterio di bene e di essere che una fase storica suggerisce. Indubbiamente, dal nostro punto di vista, quello che si rischia di veder prevalere è molto arido.

In un libro di Finn Brunton e Helen Nissenbaum, Offuscamento. Manuale di difesa della privacy e della protesta, si descrivono le tecniche che potrebbero essere usate per ingannare, offuscare e rendere inoffensivi gli algoritmi di cui è disseminata la nostra vita online. Il libro propone alcuni semplici comportamenti che potrebbero permettere di difendere i propri spazi di libertà dall'invadenza della tecnologia. Secondo lei è possibile difendersi e come si potrebbe farlo?

Prenderò la sua domanda come consiglio di lettura, non conosco questo volume. Conosco alcune tecniche anti-spionistiche ma se le transazioni economiche impongono tutte la raccolta di dati le difese sono limitate o meglio vanno poste a un livello più alto sul piano delle scelte individuali di vita e sul piano della politica.

Vuole aggiungere altro per i lettori di SoloTablet, ad esempio qualche suggerimento di lettura? Vuole suggerire dei temi che potrebbero essere approfonditi in attività future? Cosa suggerisce per condividere e far conoscere l'iniziativa nella quale anche lei è stato/a coinvolto/a?

Vedo che già lei ne dà a sufficienza. Mi limito a ricordare i libri di Nicholas Carr. Per quest’iniziativa una bella sfida potrebbe essere cercare un maggiore spazio sui social media.

Cosa pensa del nostro progetto SoloTablet? Ci piacerebbe avere dei suggerimenti per migliorarlo!

Voglio veramente fare i complimenti per la completezza dello sguardo. La bella notizia per lei è che di spazi come Solo Tablet ce ne sono pochi…che però è anche una brutta notizia, ovviamente!

 

* Tutte le immagini di questo articolo sono scatti di viaggio di Carlo Mazzucchelli (Mongolia)

 

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