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Solo la rinascita di una cultura veramente razionale permetterà il superamento della crisi attuale

Solo la rinascita di una cultura veramente razionale permetterà il superamento della crisi attuale

25 Settembre 2017 Interviste filosofiche
Interviste filosofiche
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La tecnologia può essere neutrale solo se concepita astrattamente, nella sua possibilità trasformatrice di principio avulsa da una manifestazione particolare. Qualora ci si riferisca invece alla tecnologia reale, essa non può mai essere neutrale poiché sempre inserita concretamente entro un contesto storico, culturale e politico determinato, ma soprattutto mezzo di autodeterminazione nelle mani di singoli uomini o comunità che strutturalmente, pensando ed agendo, sono impossibilitati a non sostenere una posizione metafisica e morale entro ogni loro decisione.

"Diogene […] obiettò una volta che gli si facevano le lodi di un filosofo: “Che cosa mai ha da mostrare di grande, se da tanto tempo pratica la filosofia e non ha ancora turbato nessuno?” Proprio così bisognerebbe scrivere sulla tomba della filosofia della università: “Non ha mai turbato nessuno” (F. Nietzsche, Considerazioni inattuali III. Schopenhauer come educatore, tr. it. di M. Montinari, in F. Nietzsche, Opere, vol. III, tomo I, Adelphi, pag. 457)."

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Tutti sembrano concordare sul fatto che viviamo tempi interessanti, complessi e ricchi di cambiamenti. Molti associano il cambiamento alla tecnologia. Pochi riflettono su quanto in profondità la tecnologia stia trasformando il mondo, la realtà oggettiva e fattuale delle persone, nelle loro vesti di consumatori, cittadini ed elettori. Sulla velocità di fuga e volontà di potenza della tecnologia e sulla sua continua evoluzione, negli ultimi anni sono stati scritti numerosi libri che propongono nuovi strumenti concettuali e cognitivi per conoscere meglio la tecnologia e/o suggeriscono una riflessione critica utile per un utilizzo diverso e più consapevole della tecnologia e per comprenderne meglio i suoi effetti sull'evoluzione futura del genere umano.

Su questi temi SoloTablet sta sviluppando da tempo una riflessione ampia e aperta, contribuendo alla più ampia discussione in corso. Un approccio usato è quello di coinvolgere e intervistare autori, specialisti e studiosi che stanno contribuendo con il loro lavoro speculativo, di ricerca, professionale e di scrittura a questa discussione.

In questo articolo proponiamo l’intervista che Carlo Mazzucchelli   ha condotto con Tommaso Tosi, saggista filosofico, scientifico e tecnologico nonché fondatore della comunità Filosofia e Scienza.


Buongiorno, può raccontarci qualcosa di lei, della sua attività attuale, del suo interesse per le nuove tecnologie e per una riflessione sull'era tecnologica e dell'informazione che viviamo?


Certamente. Nato nel 1994 e da pochi mesi compiuti i 23 anni, la mia attività attuale getta le radici nella mia adolescenza, nella quale, spinto da una grande sete di conoscenza e volontà di comprensione, ho approfondito personalmente e con relativo dettaglio temi di filosofia teoretica ed epistemologia, filosofia morale e politica, logica e matematica superiore, meccanica quantistica, relatività generale e cosmologia.

Nel 2013, dopo aver cominciato a confrontarmi e a dialogare dei suddetti temi con esperti dei singoli settori, ho fondato una comunità filosofico-scientifica online attualmente diretta verso quota 20.000 membri nella quale partecipano e hanno partecipato filosofi, matematici, scienziati naturali, ingegneri, scrittori, artisti ed appassionati di qualsiasi formazione ed età, che grazie alla sua rapida crescita e alla qualità e varietà di contenuti proposti e dibattuti è riuscita ad interagire proficuamente con molte realtà associative sul territorio nazionale e a diventare un punto di riferimento sul web italiano relativamente al tema trattato.

Con il progredire della mia attività intellettuale, il mio interesse scientifico-tecnologico si è spostato verso le questioni più all'avanguardia dell'intelligenza artificiale, delle neuroscienze computazionali, dell'automazione, della robotica e della cibernetica. Ho deciso quindi, una volta conclusi gli studi liceali, di intraprendere la specializzazione nel campo dell’ingegneria meccatronica; oltre a ciò, ho tenuto una conferenza nel 2014 sul problema mente-corpo sul piano delle neuroscienze, della fenomenologia e della scienza informatica e ho pubblicato due saggi di carattere filosofico, scientifico e tecnologico riguardanti rispettivamente l'intelligenza artificiale e la robotica militare, entrambi disponibili sulla rivista scientifica FUTURI e il primo dei quali è risultato tra i vincitori del concorso Talenti Filosofici 2015 dell'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.

Ho in preparazione almeno altri tre saggi, riguardanti il tema della trasferibilità e riproducibilità computazionale della coscienza, l’integrazione sinergica dei progressi nelle nanotecnologie, nella medicina rigenerativa, nella biomeccatronica, nell’ingegneria genetica e nell’intelligenza artificiale utili alla cura dell’invecchiamento e un’inquadratura filosofica ed etico-politica del diritto e delle politiche spaziali rispettivamente, che conto di riuscire a pubblicare nei prossimi mesi in previsione di interventi già fissati ad ulteriori convegni nazionali.

È possibile farsi un’idea più chiara e precisa dei miei interessi, della mia formazione e delle mie competenze specifiche visitando il mio profilo Quora.

Per quanto riguarda invece il mio interesse filosofico, culturale, etico e politico, esso ha sempre riguardato e riguarda tutt’ora le questioni fondamentali della filosofia trattate nel corso della storia del pensiero occidentale e lo sviluppo organico e coerente delle conseguenze di una loro risoluzione e fondazione sul piano teoretico, etico e politico.

In particolare, lo studio di autori quali Platone, Aristotele, Dante, Machiavelli, Cartesio, Bacone, Leibniz, Spinoza, Kant, Fichte, Goethe, Schiller, Hölderlin, Hegel, Mill, Husserl, Jaeger e Patočka affiancati alla fisica, alla matematica e all’informatica contemporanee, nonché alla storia e alla letteratura, ai fondamenti del diritto, dell’economia, della scienza politica e della polemologia, mi ha permesso di giungere alla costituzione di un pensiero sistematico ed originale che include un’ampia trattazione delle questioni teoretiche, epistemologiche, etiche e politiche fondamentali e un’interpretazione organica e innovativa della storia europea e del pensiero occidentale, la formalizzazione del quale mi tiene tutt’ora impegnato in vista della pubblicazione di due opere ad esso inerenti – più corpose e significative dei saggi precedenti – nei prossimi anni.

L’intima connessione di questi due ambiti di ricerca, la loro reciproca influenza nella mia esperienza di studio e la necessità di una rigorosa visione d’insieme imposta dalla comprensione sistematica mi ha portato a sviluppare riflessioni congiunte riguardanti la presente epoca storica, l’origine della crisi culturale ad essa immanente ed il sottosuolo di pensiero che la domina, i limiti e le influenze del sistema economico che la caratterizza, la modalità d’intendere il ruolo della politica e naturalmente l’influenza del progresso scientifico e tecnologico nella variazione dei costumi e dei modi d’esistenza di massa, nelle questioni giuridiche e socioeconomiche e nella delineazione delle prospettive future che si offrono all’uomo del nostro tempo.

Rilevata razionalmente la necessità di incentivare la realizzazione di mutamenti radicali e data la volontà di agire propositivamente in tal senso, sto svolgendo un’attività di analisi critica e preparazione collettiva probabilmente destinata a sfociare, negli anni a venire, in progetti di carattere culturale, sociale e politico già delineati nella loro struttura particolare.



Secondo il filosofo pop del momento, Slavoj Žižek, viviamo tempi alla fine dei tempi. Quella del filosofo sloveno è una riflessione sulla società e sull'economia del terzo millennio ma può essere estesa anche alla tecnologia e alla sua volontà di potenza (il technium di Kevin Kelly nel suo libro Cosa vuole la tecnologia) che stanno trasformando il mondo, l'uomo, la percezione della realtà e l'evoluzione futura del genere umano. La trasformazione in atto obbliga tutti a riflettere sul fenomeno della pervasività e dell'uso diffuso di strumenti tecnologici ma anche sugli effetti della tecnologia. Qual è la sua visione attuale dell'era tecnologica che viviamo, quali sono le cause che hanno permesso il suo sviluppo e che tipo di riflessione dovrebbe essere fatta, da parte dei filosofi e degli scienziati ma anche delle singole persone?

Portare avanti una riflessione organica e coerente sull’attuale epoca storica e sul ruolo e l’influenza della tecnologia entro il dispiegamento dei suoi caratteri fondamentali è un’attività complessa perché richiede innanzitutto l’esercizio e l’applicazione di quella qualità speculativa di cui tale epoca tende a rappresentare la negazione strutturale: il pensiero sistematico che, integrando le considerazioni sui risultati offerti dai saperi particolari e ricomprendendo entro un quadro più ampio le interpretazioni avanzate nei singoli ambiti, riesce a fornire una visione d’insieme indispensabile ad una comprensione effettiva del presente nella sua globalità.

Non stupisce quindi che molto spesso si propongano soluzioni riduzionistiche o semplicistiche, che si manchi il punto fallendo nell’individuare le due tendenze dominanti dalle quali, prese singolarmente o in una opportuna espressione congiunta, derivano una serie ampia di fenomeni che concorrono alla caratterizzazione completa della nostra epoca, in luce delle quali è anche possibile rilevare e valutare la funzione che la tecnologia svolge contestualmente al sistema attuale.

Infatti, fenomeni quali l’aumento di una forte disuguaglianza sociale, la propensione al sovranazionalismo nelle istituzioni occidentali, la diminuzione del tasso di adesione al cristianesimo in Europa e il calo degli arruolamenti negli eserciti nazionali, l'avvento della società dello spettacolo, del consumismo edonistico compulsivo e dell'epoca della “post-verità”, l’influsso del ritorno in auge dell’integralismo islamico e dei populismi, la riduzione dell’intellettuale ad interprete e il “culto dei dati”, ecc., sono conseguenze dirette dell'economicismo di matrice neoliberistica sul piano politico-economico e del nichilismo di matrice postmoderna sul piano culturale, di costume e “spirituale”, a loro volta manifestazioni di una specifica visione del mondo e dell’uomo le cui origini sono da ritrovarsi principalmente nella crisi culturale ed esistenziale dispiegatasi in Europa sin dalla seconda parte del XIX secolo e che, nella sua forma deteriore e massificata, tutt’oggi è ancora presente e viva.

Poiché la storia non è, per così dire, un processo markoviano nel quale ogni momento è indipendente dagli eventi passati eccezion fatta per il momento immediatamente precedente, ma anzi – come rilevato da Tucidide a Machiavelli, da Vico a Hegel – un percorso organico regolato da leggi generali e sempre sedimentato nei presupposti essenziali di ogni epoca successiva, occorre ripercorrerne brevemente un tratto per esplicitare quella che, lungi dall’essere una divagazione sul tema, costituisce invece la condizione preliminare per una sua precipua comprensione.

Sin dai primi decenni della seconda metà dell’Ottocento, infatti, la civiltà europea si sarebbe aperta ad un'inversione di tendenza culturale dalla portata radicale.

L’avanzare dei progressi nelle scienze naturali entro il contesto del positivismo da una parte, specificamente la nascita della microbiologia e l’imporsi della teoria evolutiva darwiniana nonché i primi segni di rottura con la meccanica classica in fisica, e l’oblio tipicamente positivistico della riflessione sui fondamenti costitutivi delle scienze stesse e quindi sulle questioni metafisiche e morali indirizzarono l’uomo occidentale sulla via dello smarrimento esistenziale, rispettivamente offrendo lo sguardo su mondi ignoti, lontani e incomprensibili dal senso comune e riconducendo l’autocoscienza caratterizzante la soggettività umana entro un piano puramente materiale.

La reazione al positivismo e all’ormai avvenuta cosalizzazione dell’essere umano concomitante all’avvento della seconda rivoluzione industriale e alla transizione dal capitalismo industriale a quello finanziario non tardò ad esprimersi in correnti di pensiero avverse al materialismo imperante e – per dirla con Hobsbawn – al “trionfo della borghesia”, tuttavia ad esso speculari nella negazione strutturale di un fondamento razionale e universale atto a regolare la conoscenza e la vita umana: il decadentismo dei poeti maledetti e lo spiritualismo di Bergson, l’irrazionalismo di fondo schopenhaueriano ma soprattutto la critica dell’autoproclamatosi “primo perfetto nichilista d’Europa”, ovvero Friedrich Nietzsche, che affermando la tesi della morte di Dio intendeva delegittimare e smascherare la presunta illusorietà di tutte le verità metafisiche, morali e fondazionali costituitesi nel corso della storia occidentale.



Ma quello della critica nietzscheana, per quanto emblematico, radicale e destinato ad esercitare massicciamente la sua influenza negli anni successivi, fu solo il punto d’inizio. Lo sviluppo delle rispettive crisi epistemologiche in seno ai diversi saperi scientifici nei primi decenni del Novecento – il superamento del paradigma newtoniano e l’avvento dell’indeterminismo quantistico e della relatività einsteiniana in fisica, la pluralità delle geometrie, la crisi dei fondamenti e la scoperta dell’incompletezza in matematica – così come il sorgere di approcci d’indagine al reale e di sensibilità peculiarmente opposte a quelle tradizionali – rispettivamente lo sviluppo della psicoanalisi freudiana e il determinismo psichico subìto da un “io non padrone in casa propria” e le avanguardie storiche sul piano artistico, delle quali il surrealismo e il dadaismo svelano l’anarchismo metafisico – condussero l’umanità euro-occidentale al rigetto del fondamento filosofico, culturale e spirituale (inteso qui in senso eminentemente hegeliano e husserliano, epurato dunque da significati spiritualistici, religiosi o new age) che le è proprio sin dalla sua origine: la mentalità razionalistica, universalistica e propriamente filosofico-scientifica applicata radicalmente e sistematicamente in ogni ambito del sapere e dell’esistenza, originatasi nella Grecia classica con Platone, risorta durante il Rinascimento italiano dopo l’oblio medievale concomitantemente alla valorizzazione della tecnica come mezzo di emancipazione dai limiti naturali, causa della rivoluzione scientifica seicentesca ed ispiratrice delle posizioni illuministiche più nette e conseguenti, fino a rivivere nell’Età di Goethe nella titanica espressione del Faust, nell’umanesimo romantico radicale dell’Inno alla Gioia di Schiller e Beethoven e nella codificazione sistematica idealistica di Hegel.

La voce isolata di Edmund Husserl, che già negli anni ‘30 denunciava la decadenza del razionalismo a naturalismo riconoscendo nell’eroismo della ragione e nella mentalità filosofico-scientifica il fondamento spirituale dell’Europa e dell’umanità tutta non risulta ascoltata, proprio quando grazie a lui la filosofia tendeva alla sua logicizzazione finale perseguendo l’intento di una conoscenza assolutamente fondata, sistematica ed unificata il suo compito viene abbandonato e con l’avvento della società di massa, dei nuovi mezzi di comunicazione e della pubblicità, il nichilismo d’élite presuntamente aristocratico degli intellettuali e degli artisti si traduce nelle espressioni dei movimenti volkisch e nelle intemperie della rivoluzione conservatrice nel periodo intrabellico; così, se già il clima di sfiducia e timore generalizzato aveva favorito le dinamiche sociopolitiche stanti alla base dello scoppio della Prima guerra mondiale, l’irrazionalismo dilagante nell’Europa occidentale sin dal periodo della Germania post-bismarckiana – e poco dopo persino in Giappone, che proprio in quanto europeizzato culturalmente ed istituzionalmente durante la Restaurazione Meiji finì vittima della medesima decadenza nel periodo Shōwa – per i motivi suddetti costituì il fulcro della Weltanschauung hitleriana e delle ideologie fasciste che proprio grazie al consenso massificato riuscirono ad imporsi, mentre in Russia il bolscevismo destituiva il regime zarista ed imponeva quella che avrebbe dovuto essere la dittatura comunista del proletariato teorizzata su basi comunque materialistiche da Marx e poi degenerato, con Trockij fuori gioco, in un capitalismo di Stato nazionale a causa della politica del socialismo in un solo paese perseguita da Stalin.

In seguito allo scoppio dell’inevitabile catastrofe e al termine della Seconda guerra mondiale l’Europa, devastata politicamente, economicamente e culturalmente dai danni del conflitto si è trovata stretta tra il liberalismo e il capitalismo statunitensi, ormai lontani dal modello europeo e sempre più diretti verso una corrosione interna che li avrebbe portati a scadere in uno smodato liberismo antiwelfarista, e il socialismo sovietico ormai stalinizzato, in cui si manifestava tutta la riduzione dell’uomo ad ente materiale implicita nell’ideologia comunista, divisa in due tra i paesi del Patto Atlantico e quelli del Patto di Varsavia sin dall’inizio del periodo della Guerra Fredda nel quale, ormai privata dell’élite pensante a causa della fuga oltreoceano di molti intellettuali e scienziati e bisognosa di nuovi modelli e certezze per ripartire, ha finito per porsi a rimorchio del retaggio culturale divistico, individualistico e pop nordamericano.

Così, gran parte della politica occidentale post-bellica a guida (e sulla base primaria dell'interesse) USA è stata tesa a creare istituzioni sovranazionali (ONU e NATO su tutte, ma anche il Fondo Monetario e la Banca Mondiale) capaci, assieme ai mutamenti del sistema economico mondiale nell'epoca della globalizzazione e del neoliberismo conservatore, di rendere pressoché impossibili il presentarsi di condizioni simili a quelle che permisero l'avvento dei fascismi o la presa di potere dei comunisti, perfezionando l'egemonia statunitense tramite un'attenta gestione di tali organizzazioni (le quali, sebbene formalmente finalizzate alla pace mondiale, alla cooperazione internazionale, alla stabilizzazione dell'economia occidentale, finirono per costituire quasi sistematicamente il teatro dello scontro tra gli interessi delle superpotenze americana e sovietica, prima del crollo di quest'ultima, e non raramente legittimazione di invasioni militari a guida USA di “stati canaglia”) che ha portato ad un lento mantenimento dello status quo.

Il sistema politico mondiale ha sostanzialmente mantenuto un assetto bipolare sino agli anni ‘80, quando a causa dei risultati della Perestroijka di Gorbacëv e – dopo l’avvento del maoismo come versione contadina della rivoluzione bolscevica sovietica condotta invece su base operaia – del socialismo a caratteristiche cinesi di Xiaoping, Unione Sovietica e Cina che fino ad allora costituirono i due baluardi di resistenza al capitalismo statunitense cominciarono ad aprirsi ad un’economia di mercato, fino all’episodio simbolo della caduta del muro di Berlino a fine decennio: si assistette così ad una progressiva democratizzazione dei paesi europei e in specie est-europei (dalla Polonia alla Romania, dalla Cecoslovacchia alla Bulgaria), fino alla fine dell'Unione Sovietica nel 1991, che sancì definitivamente la rottura dei vecchi equilibri di potere a favore della permanenza del solo blocco americano.



Questo ha avuto l'effetto fondamentale, perdurato fino ad oggi, di cristallizzare il mondo nelle forme politiche ed economiche della democrazia liberale e di ridurre l’unico metro etico accettabile alla deontologia dei diritti umani non in quanto ipotetiche norme universali razionalmente fondate e finalizzate alla realizzazione del bene comune, ma come precetti debolistici ed emotivamente rassicuranti volti all'appiattimento relativistico di ogni valore e visione del mondo, di garantire la “vittoria ideologica” della guerra fredda agli USA, che sono effettivamente riusciti ad esportare la loro politica economica marcatamente liberistica in Europa e, con la costituzione dell'Unione Europea, ad influire pesantemente sulle decisioni prese nella maggioranza degli ambiti di interesse da parte dell'organizzazione internazionale.

In tal modo, il mito presuntamente liberale ma intrinsecamente nichilista della “fine della storia” (e quello annesso della fine delle ideologie) presentato da Fukuyama e sostenente la destoricizzazione e la fatalizzazione del mondo attuale concepito come un eterno presente insuperabile ed a cui è impossibile trovare alternative si impone a lettura paradigmatica del culmine del tramonto dell’Occidente di spengleriana memoria, come caduta della cultura europea e del razionalismo universale che le è proprio nella realtà della post-verità, della riduzione del soggetto ad atomo consumistico e della livellazione sostanziale di ogni posizione ricondotta nell’alveo del politicamente corretto o brutalmente delegittimata tramite la riconduzione automatica e gratuita ad ideologie impopolari nel caso divergesse da esso.

Le conseguenze culturali di questi fondamentali eventi politici sono varie: si viene a creare, in concomitanza con lo sviluppo dei mezzi di comunicazione telematici e informatici di massa (il cui uso è sempre stato poco regolamentato) una società nella quale l'immagine, la fotografia, il video, la comunicazione radio –  per la velocità e l'immediatezza stessa connaturata al loro messaggio –  prevalgono sulla parola scritta, e sostituiscono gradualmente la visione, acritica in quanto percezione sensoriale, alla riflessione, la quale necessita di comprensione non immediata, in un’inversione di tendenza storica che vorrebbe quasi riportarci alla tradizione mimetico-poetica dell’oralità omerica contro alla cultura della scrittura impostasi grazie al già citato Platone.

Le imprese, che si avvantaggiano delle sfrenate libertà offerte dalla mancanza della direzione e di un attento intervento statale sul mercato, sfruttano subito le possibilità offerte dai mass media e danno vita di fatto, con la saturazione dei mezzi di comunicazione da parte dei messaggi pubblicitari, alla cosiddetta società dei consumi. Da essa deriva una conseguente omologazione standardizzata del cittadino a “consumatore tipo”, il che è il fondamentale risultato del complesso e variegato fenomeno che cade sotto il nome di “globalizzazione”, la quale, se ha il merito di aver provocato la deflazione progressiva dei beni prodotti in massa e l'ampliamento della rete commerciale internazionale, porta inevitabilmente con sé la costante e silenziosa cancellazione della cultura europea (e mondiale) a favore dell'acquisizione di modelli prettamente nordamericani: lo si vede soprattutto nei prodotti della televisione e del cinema, in quelli di spettacolo e sportivi, e se ne trova prova nella predilezione popolare – soprattutto da parte delle nuove generazioni – verso il mondo della finzione, del divismo, del successo fondamentalmente effimero ed apparente.

In questo contesto si sviluppa l’antifilosofia postmoderna la quale, in netta contrapposizione alla concezione originaria della filosofia occidentale – protesa a fondare una conoscenza sistematica e unificata, nonché a determinare un’etica universale che orienti l’umanità verso una condizione di progresso e graduale superamento delle sue limitazioni contingenti – che ne ha delineato il percorso storico da Platone fino a Husserl, nonché di tutte le “metanarrazioni della modernità” (per dirla coi termini di Lyotard), senza tuttavia proporre alternative filosofiche effettive sul piano teoretico, etico e politico, rinunciando ad una nozione logica di verità (ridotta ad una visione relativistica e soggettivistica, che perde tuttavia anche la patina di profondità acquisita grazie alla prima generazione dei sofisti) e al tentativo di ordinare eticamente e politicamente l’agire umano in direzione di fini emancipanti e universalmente determinati – a favore di un vago pluralismo che concretamente si disperde poi nel lassismo rinunciatario o nella particolarizzazione degli interessi di singoli o comunità.

Ma i postmodernisti non paiono accorgersi che anzi la visione da loro promulgata, per sua intima natura giustificazionista o comunque strutturalmente ratificante l'esistente e ad oggi effettivamente egemone sul piano culturale e popolare, inibisce strutturalmente la possibilità di comprendere e ripensare il presente e l’annesso tentativo di progettare un futuro alternativo, venendo sapientemente strumentalizzata dai meccanismi della psicopolitica gestiti da chi ha interesse a dare panem e circenses ai popoli e risultando così funzionale al mantenimento dell’ordine costituito a livello globale.

Considerando infine, come riconosce il premio Nobel 2014 per l’economia Tirole, che il potere politico ha ormai perso influenza sulle dinamiche sociali, culturali ed economiche reali a causa delle privatizzazioni, dell’apertura alla concorrenza, del ricorso quasi sistematico alle aste nell’assegnazione di opere pubbliche e dei meccanismi stessi della globalizzazione, le multinazionali non hanno esitato ad approfittare della situazione affinando nel frattempo le tecnologie informatiche volte ad una schedatura sistematica dei clienti ed adottando strategie di marketing facilmente accettate dal cittadino nichilista medio – a cui basta del resto la comodità di ricevere velocemente un prodotto a casa per regalare al colosso tecnologico di turno tutti i suoi dati, nell’ignoranza o nel disinteresse che proprio quel vantaggio sistematico permetterà al colosso stesso di divorare interi mercati ai danni delle piccole e medie imprese e delle economie locali.



Così l’uomo contemporaneo vive una situazione di crisi, ma si trova di fronte ad una svolta: da una parte subisce il clima nichilistico dell'epoca postmoderna della fine delle ideologie che ha favorito la progressiva spoliticizzazione dell'economia, dall’altra le conseguenze dell’imminente rivoluzione tecnologica (le prospettive dell’ingegneria genetica aperte dalla tecnica CRISPR e le annesse questioni bioetiche, l’automazione radicale del lavoro e il relativo problema della disoccupazione tecnologica, l’ibridazione cibernetica tra uomo e tecnologia e il superamento dei limiti della propria biologia, ecc.) e di un connesso superamento del modello economico vigente cui fa segno lo stesso Žižek nell’opera citata in apertura (il capitalismo finanziario che facendo uso della tecnica è destinato ad essere trasceso dalla tecnica stessa, una tesi di Severino che è in fondo la versione metafisica del discorso “biocibernetico” e sistemico di Kelly) gli impongono un ripensamento radicale del proprio futuro.

Alla luce di tutto ciò, emerge che la riflessione che filosofi, scienziati, tecnologi, ma anche esponenti delle istituzioni e il cittadino in generale devono incaricarsi di portare avanti è quella relativa ai presupposti filosofici e culturali – da cui derivano quelli economici e sociopolitici – che caratterizzano l’attuale epoca storica, questionandoli ed individuandone le intrinseche contraddizioni tramite il recupero del pensiero razionale e sistematico, fondamento originario della cultura europea e causa storica di ogni progresso, in modo da ripensare il presente e riprogettare integralmente il futuro superando la crisi che si protrae da circa un secolo così da far fronte fieramente alle sfide del nuovo millennio.


Miliardi di persone sono oggi dotate di smartphone usati come protesi tecnologiche, di display magnetici capaci di restringere la visuale dell'occhio umano rendendola falsamente aumentata, di applicazioni in grado di regalare esperienze virtuali e parallele di tipo digitale. In questa realtà ciò che manca è una riflessione su quanto la tecnologia stia cambiando la vita delle persone (High Tech High Touch di Naisbitt) ma soprattutto su quali siano gli effetti e quali possano esserne le conseguenze.  Il primo effetto è che stanno cambiando i concetti stessi con cui analizziamo e cerchiamo di comprendere la realtà. La tecnologia non è più neutrale, sta riscrivendo il mondo intero e il cervello stesso delle persone. Lo sta facendo attraverso il potere dei produttori tecnologici e la tacita complicità degli utenti/consumatori. Come stanno cambiando secondo lei i concetti che usiamo per interagire e comprendere la realtà tecnologica? Ritiene anche lei che la tecnologia non sia più neutrale?

La tecnologia può essere neutrale solo se concepita astrattamente, nella sua possibilità trasformatrice di principio avulsa da una manifestazione particolare. Qualora ci si riferisca invece alla tecnologia reale, essa non può mai essere neutrale poiché sempre inserita concretamente entro un contesto storico, culturale e politico determinato, ma soprattutto mezzo di autodeterminazione nelle mani di singoli uomini o comunità che strutturalmente, pensando ed agendo, sono impossibilitati a non sostenere una posizione metafisica e morale entro ogni loro decisione.

Contro all’approccio materialistico di Marx, ed andando oltre alla stessa critica relativizzante di Weber, si può infatti affermare che non sono i rapporti strutturali a determinare i fondamenti ultimi di una società, ma le idee e le formazioni culturali, i principi ed i valori entro i quali una civiltà si sviluppa, acquisisce autonomia ed identità determinando ciò che essa effettivamente è: infatti, laddove ad esempio ci si muova in vista di fini economici attribuendo ad essi una primalità rispetto agli altri, vi è già una previa assunzione di tipo ideale e valoriale per la quale la ricerca del profitto è “migliore”, “più benevola”, “più utile” rispetto al resto, nonché un’assunzione teoretica che consiste almeno nel ritenere vera questa convinzione e false quelle che da essa divergono – ciò a dire che non si possono non avere una metafisica e un’etica (al massimo, se ne possono avere di infondate) ed a sottolineare che la storia è, primariamente ed essenzialmente, storia delle idee.



D’altra parte, va chiarito che la tecnologia è inserita in un contesto ma non si identifica con esso: se pensare alla tecnologia in termini unicamente astratti inevitabilmente impedisce una profonda ed effettiva comprensione del fenomeno, è anche illegittimo condurre analisi volte alla critica della tecnologia (e magari ad una sua demonizzazione tout court) confondendo i suoi caratteri fondamentali con quelli dell’epoca nella quale essa opera ed entro cui la critica è svolta, oppure in virtù della modalità di pensiero che si reputa fondarne un uso specifico: è il caso rispettivamente dei pensatori della Scuola di Francoforte, che la riconducono sostanzialmente all’apparato tecnico-industriale dell'età tardo-capitalistica – specialmente Horkheimer, che indebitamente riconduce ogni posizione tecnofila entro un atteggiamento formalistico, soggettivistico e dominato dalla ratio strumentalis, escludendo la possibilità di una tecnica orientata dal pensiero – e di Heidegger che pensa la tecnica come Gestell - tradotto da Vattimo con “imposizione” - e come causa dell’“oblio dell’essere” non a caso cominciato a suo dire con la metafisica platonica.

Questi sono i portati delle tesi antimoderne che, rinnegando i fondamenti della tradizione europea e del pensiero occidentale, spesso conducono direttamente a posizioni neoluddiste, postumaniste o addirittura neoprimitiviste avverse alla coscienza razionale e alla volontà di autotrascendimento proprie dell'autenticità dell'essere umano, negando il suo ruolo di soggetto della storia per ricondurlo entro la natura darwiniana e nel “regno animale dello spirito”, perpetuando la medesima decadenza sorta in età positivistica ed impedendo l’uscita dalla crisi protrattasi fino ad oggi.

Come Clausewitz disse che la guerra è camaleontica, possiamo dire della tecnologia: essa assume un colore diverso non solo in relazione alle scelte tecniche e funzionali di coloro che la producono (per ritornare all’ipotesi di Kelly) ma soprattutto ai presupposti sulla base dei quali la società nella quale essa opera si fonda e vive: quanto al suo ruolo nell’epoca del nichilismo imperante e della consumistica società dello spettacolo, non stupirà, visto quanto finora detto, far notare che esso non tradisce affatto le aspettative e si riconduce eminentemente ad una funzione deteriore che la svuota della sua finalità razionale.

Così la tecnica, da strumento prometeico e platonico-demiurgico di trasformazione del mondo in vista del superamento etico delle affezioni naturali, mezzo prediletto dell’homo faber rinascimentale e dal nucleo ideale del faustismo riconoscibile mannianamente come spirito autentico dell’Europa e dell’Occidente, quando non è direttamente ridotta a serva e guardiana del mantenimento del potere da parte di élites plutocratiche intente a curare i propri interessi di parte ed accrescere sempre più il sistema della sorveglianza globale in uno scenario che rischia di sfociare nella distopia eggersiana di The Circle, tendenzialmente viene utilizzata dagli utenti-consumatori secondo modalità ludiche, inconsapevoli, volgari, edonistiche perdendo ogni finalità potenziante ed emancipante, l’unica eccezione a questo discorso essendo rappresentata dalla ricerca scientifica in ambito biomedico e d’innovazione informatica, ingegneristica e militare anch’essa tuttavia soggetta ai meccanismi particolaristici del mercato globale strutturalmente incapace di ottimizzarne i risultati e di dirigerli eticamente.



Secondo il filosofo francese Alain Badiou ciò che interessa il filosofo non è tanto quel che è (chi siamo!) ma quel che viene. Con lo sguardo rivolto alla tecnologia e alla sua evoluzione, quali sono secondo lei i possibili scenari futuri che stanno emergendo e quale immagine del mondo futuro che verrà ci stanno anticipando? Quale ritiene possa essere la soluzione migliore per i problemi del presente e del prossimo futuro?

Date le tendenze ed i ritmi di progresso nei campi tutt’ora in fase infantile delle biotecnologie, dell’anti-aging, dell’ingegneria genetica, della medicina rigenerativa e delle nanotecnologie, della nanomedicina, della biomeccatronica e della robotica umanoide, delle neuroscienze cognitive e computazionali, dell’intelligenza artificiale e dei sistemi di simulazione informatica, ma più in generale di tutte le aree influenzate dai settori nano-bio-info-cogno, quasi certamente entro questo secolo una serie di possibilità di automiglioramento e modifica radicale prima impensabili si renderanno disponibili all’essere umano, implicando molto verosimilmente mutamenti sociali, politici, economici e culturali non indifferenti.



Solo che, se da una parte le innovazioni tecnologiche suddette sono prevedibili con relativo margine di accuratezza (ormai non si tratta più, escludendo catastrofi globali, di capire se accadrà, ma solo quando), dall’altra è invece incerto l’uso che si deciderà di farne, questione che d’altronde alla luce della situazione attuale non spinge all’ottimismo un qualsiasi individuo sufficientemente consapevole.
Mi concentrerò sulle grandi visioni, giacché trattare i singoli mutamenti probabili richiederebbe uno spazio che qui non mi è consentito.

Uno scenario possibile è, infatti, quello di una tirannia libertarian consistente nella perpetuazione ad libitum delle oligarchie finanziarie disfunzionali ad oggi egemoni, che grazie al loro potere d’acquisto potrebbero permettersi le tecnologie potenzianti ed impedire una loro progressiva diffusione fino alla garanzia istituzionale di un accesso universale a tutta la popolazione, continuando ad erodere le istituzioni democratiche e purtuttavia – come attualmente succede – lasciando i popoli tranquilli nell’illusione che il diritto di voto o l’aumento dei diritti civili sia minimamente rilevante a dar loro reale potere sulle loro esistenze; è però una previsione che non tiene in conto non solo delle conseguenze della great disruption tecnologica, nei termini di Fukuyama, sulla struttura economica e sociale occidentale e globale, ma anche dei processi tipici delle economie di scala, considerando che quantomeno gli imprenditori tenterebbero di replicare la specifica tecnologia riducendo i costi di produzione ed implementazione al fine di rendere possibile una sua vendita di massa, come molto spesso finora è accaduto.

Un altro scenario è quello che ben più improbabilmente vede trionfare le recrudescenze delle forze populiste, a partire dal trumpismo e dall’alt-right negli USA fino ai vari nazionalismi etnoidentitari o rossobrunismi filorussi nel resto dei paesi occidentali, con il formarsi di strutture politiche neotribali a livello nazionale o continentale pronte a competere darwinianamente tra loro e a far rischiare l’estinzione al genere umano tramite l’uso di armi tecnologicamente superiori, mostrando l’altra faccia comunitarista e neofascista del pluralismo benpensante e lassista postmoderno a cui gli stessi fondatori della Nuovelle Droite si richiamavano. Ma anche questa possibilità non tiene conto del fatto che, almeno nelle nazioni occidentali che non sono superpotenze, la routinizzazione weberiana effettiva di un qualche populismo odierno è probabile solo nel senso per il quale il leader populista finisce per essere eletto e “riassorbito” nei meccanismi e nelle limitazioni costituzionali, burocratiche, amministrative e soprattutto sovranazionali in cui è costretto ad oggi un qualsiasi presidente del consiglio dei ministri (con poteri mediamente più ampi nelle repubbliche presidenziali, ma non significativamente da superare questo meccanismo), vedendo sgonfiare progressivamente il suo potere carismatico e scemare gran parte delle sue promesse elettorali – che in quanto spesso puramente strumentali non sono neanche finalizzate ad una realizzazione effettiva.



Altri scenari potrebbero consistere, ancora più improbabilmente e fantasiosamente, in una progressiva decentralizzazione del potere, distribuzione delle risorse ed estinzione delle classi sociali tramite i mezzi congiunti del crowdsourcing, della resource-based economy, dell’organizzazione dal basso, di un uso paradista dell’Internet of (Robotic) Things vicina al sogno del socialismo libertario radicale o dell’anarco-collettivismo di Bakunin, alle posizioni del decrescismo, ai progetti di Fresco e alle idee di Rifkin, visione che manca totalmente di considerare come coloro che ritrovano il proprio interesse nel sostenerla sono, entro il contesto socioeconomico della società attuale, del tutto privi delle risorse intellettuali, materiali ed economiche per avviare una tale impresa.

O ancora semplicemente in un mantenimento non-fukuyamiano della democrazia liberale comunque kelseniana e postmoderna, integrazionista e multiculturale, capace però della diminuzione progressiva delle disuguaglianze sociali e della tutela delle minoranze ideologiche e morfologiche: praticamente fantapolitica considerando l’attuale realtà dei fatti, la sfiducia crescente nei confronti dell’establishment e il progetto multiculturale sull’orlo del fallimento nonché le competenze richieste dalla complessificazione delle dinamiche politiche internazionali, l’uso sempre più indispensabile di intelligenze artificiali e strumenti informatici utili ad analizzare e valutare grandi quantità di dati politicamente rilevanti e la reattività legislativa necessaria alla regolamentazione attenta di un progresso tecnologico in continua accelerazione.



Ma la vera questione che è cruciale trattare, come dicevo, non è tuttavia quella relativa ad un’eventuale previsione di scenari futuri, bensì quella volta a determinare quale possa essere il futuro migliore da progettare e da realizzare, giacché il miglior modo di prevedere il futuro è crearlo.

Ancora più radicalmente occorre chiedersi, sulla scia di Baczko: in un’epoca ormai vittima del disincanto del mondo, dell’economicismo presuntamente post-ideologico e dell’egoismo individualistico atomizzante, nella quale ogni progetto e pensiero radicale ed alternativo viene confinato nel dominio della fiction, in cui ogni impulso rivoluzionario e patriottico viene sublimato nella tifoseria e nella competizione sportiva, che disincentiva la riflessione consapevole tramite la saturazione della pubblicità e dei media, inebetisce le passioni diluendole in stereotipi ed etichette banalizzanti, nichilisticamente schernisce ogni cosa livellando opinioni e verità e delegittimando sistematicamente ogni pensiero forte tramite le categorie banalizzanti e spesso gratuite dell’autoritarismo e del totalitarismo, può risorgere finalmente lo spirito eutopico dell’uomo, l’eroismo della ragione che lo porta a guardare in volto l’abiezione della natura leopardiana e la decadenza della società postmoderna per riprendere titanicamente in mano il proprio destino e goethianamente “affaticarsi a tendere sempre più oltre”?

La risposta è positiva solo se si considera che di fronte ad una grande malattia, quella del “tempo della miseria” heideggeriano come epoca di transizione tra il “non più” degli “dèi fuggiti” e il “non ancora” del “dio che verrà”, è necessario un grande sforzo, ma che la sua stessa portata può fornire l’occasione di una palingenesi culturale e di un rinnovamento illuminato e volontario; cioè che, per dirla sempre con alcuni dei versi più noti del romantico Hölderlin, il poeta di Iperione che intravedeva proprio nella Grecia antica e nel mondo classico un ideale di perfezione culturale, «Wo aber Gefahr ist, wächst das Rettende auch»  - “Là dove v'è il pericolo, cresce anche ciò che salva”.

Ma per una rinascita della ragione è necessaria la rinascita dell’Europa, che nella sua essenza ideale è tutt’uno con essa. Non è infatti solo a causa di una maggiore propensione al laicismo nelle istituzioni della storia recente o al relativo calo delle conversioni religiose che l’Europa è l’unico luogo al mondo entro il quale questo rinnovamento cultuale può compiersi: essa è precisamente la terra d’origine dove il pensiero nacque all’uomo, che sin dalla rivoluzione platonica e dalla conseguente esplicitazione della razionalità epistemica come carattere dell’europeo e fondamento d’autenticità dell’umanità tutta, si è fatta carico di un compito universale recuperato durante il Rinascimento e l’età moderna, con la nascita della scienza e l’epoca delle esplorazioni per vedere la sua rinuncia in seguito alla caduta dell’impero napoleonico  con la fine della cosiddetta Età di Goethe.

Lo stesso Napoleone ebbe però a dirlo: “non avevo finito la mia opera. L'Europa sarebbe diventata di fatto un popolo solo […] e dopo la sparizione del mio sistema io credo che non sarà più possibile altro equilibrio in Europa se non la lega dei popoli”, dimostrando un’insperata capacità profetica: infatti non solo le facili promesse dei populismi e di nostalgici ritorni ad ideologie passate hanno ormai perso il loro fascino psicologico sulle masse (che al massimo li votano per disperazione e non certo sperando in nuovi sogni di grandezza nazionale, come testimonia anche il drastico calo degli arruolamenti), ma pretendere che in futuro “l'Italia”, “la Francia”, “la Germania” possano seriamente esercitare un ruolo geopolitico di rilievo di fronte alle prospettive di crescita degli USA ed esponenti dei BRICS è semplicemente illusorio.

Non è però possibile incedere col prossimo passo nella storia sulle attuali basi di un'organizzazione sovranazionale originatasi a partire dall'influenza di una superpotenza straniera, con la pretesa di uniformare un popolo prevalentemente sulla base di trattati (come ebbe a dire Scheler: «mai e in nessun luogo i trattati hanno creato una comunità; al massimo essi la esprimono»), rappresentante gli interessi della stessa sul vecchio continente e verso la quale lo scetticismo diffuso è in aumento dopo l’evento Brexit, laddove è invece necessario un organismo politico unitario, indipendente e sovrano fondato sull'identità culturale del popolo europeo, sul suo senso di appartenenza che ancora deve emergere e sulla missione che gli è propria; per questo, quello discusso è un obiettivo impossibile a raggiungersi sulle basi dell’Unione Europea per com’è strutturata adesso, che andrebbe invece riformata considerando anche l’assenza di un’architettura politica comune che presieda al governo delle rispettive politiche economiche (affidate invece ad una governance debole, giacché anche la proposta di un’“Europa a più velocità” va più verso la creazione di un Fondo monetario europeo che non in direzione di un governo economico unitario dell’euro) e che permetta il raggiungimento dell’unità monetaria, per poi muoversi verso una politica d’integrazione progressiva volta alla formazione di un esercito europeo (naturalmente senza che si riduca a fare gli interessi della NATO) e alla creazione di una lingua europea sulla base dell’interlingua o dell’esperanto che venga insegnata nelle scuole come seconda lingua comunitaria affinché, una volta raggiunto un grado accettabile di diffusione, divenga la lingua europea ufficiale.



In questo modo, liberatici dalla fede neoliberista nel “Mercato”, dalle fantasie di deregulation radicale dei tecno-libertari e dalle credenze non-scientifiche in presunti meccanismi autoregolativi o salvifici del progresso, sarebbe possibile orientare su basi sociali, dirigiste ed attente al bene comune la politica europea nelle questioni di ampio respiro del prossimo futuro, dallo stanziamento pianificato di finanziamenti per ricerche scientifiche selezionate alle questioni demografiche, dalle contromisure da prendere nei confronti del cambiamento climatico al rinnovamento di un sistema sanitario personalizzato, dagli interventi necessari a rendere economicamente e socialmente proficue le prospettive di automazione radicale al diritto e alle politiche spaziali fino alla sicurezza internazionale reale e digitale, e così via, in un nuovo ordine di vera politica scientifica retto da figure che possiedono la statura necessaria a divenire exempla etico-culturali per il popolo, nonché le capacità e le competenze necessarie a sfruttare le tecnologie indispensabili all’analisi sistematica dei big data e a formulare specifici modelli attuabili, in continua consultazione e collaborazione partecipativa con il popolo al fine di governare la società secondo un progetto razionale ed una volontà comune e diffondere gradualmente l’esempio a livello globale.

D’altronde, come riconoscono diversi filoni di ricerca storici, il presunto “fallimento dell’economia pianificata” è dovuto non ad una necessità ineluttabile intrinseca a tale sistema ma ad una larga inadeguatezza tecnologica, logistica, organizzativa ed organica dell’Unione Sovietica nel gestire la politica nazionale entro l’enorme territorio di estensione sin dagli anni ‘70; questo, rilevando anche che già da anni le grandi multinazionali non fanno fatica a gestire con le tecnologie attuali sistemi ben più complessi ancorché limitati ad un numero specifico di funzioni, allontana le critiche di Hayek e della scuola austriaca e rende perfettamente plausibile – ancora maggiormente se si pensa all’incremento delle capacità di calcolo delle reti neurali massivamente parallele future, specie se quantistiche – la gestione di un sistema che non è ad economia pianificata ma si limita a regolamentare, dirigere ed orientare il comportamento degli operatori economici assicurandosi che il risultato delle loro azioni sia finalizzato all’utilità collettiva, lasciando nel particolare libertà e spazio d’azione ai privati in modo che tramite cooperazione e competizione producano, entro il suddetto quadro politico, la prosperità, il progresso e la gloria della nazione tramite i meccanismi dell’eterogenesi dei fini di vichiana memoria.

Così, se semplicemente pretendere di avanzare soluzioni particolari e ristrette in assenza di una consapevolezza filosofica, storica e politica complessiva vorrebbe dire cadere nell’errore di un nuovo autunno termidoriano presuntamente neutrale ed ideologicamente ingenuo, d’altra parte non si può neanche reputare sensata l’idea per la quale tale processo di rinnovamento sarebbe tranquillamente attuabile negli Stati Uniti di oggi, in Medio Oriente o in Africa, né pretendere che dalle relative popolazioni venga agevolmente e spontaneamente accettato e sostenuto in assenza delle debite condizioni, ricadendo nell’errore che Hegel imputa a Robespierre: non comprendere che l’imposizione di un’astrazione stridente con la processualità storica e le particolarità da essa determinate comporta la sconfitta a favore del corso del mondo, e nel caso presente che pretendere di innescare tale processo tramite un universalismo livellatore e globalistico a partire da un paese qualunque anziché per mezzo di un’universalità sostenuta e saldamente incentrata sul vecchio continente significa mancare di vedere la necessità storica immanente ad ogni reale mutamento concreto.

Giunti a questo punto, ne approfitto per chiarire diversi punti esiziali al fine di evitare fraintendimenti o strumentalizzazioni.

In primo luogo va eliminato il potenziale equivoco per il quale si potrebbe ingenuamente vedere uno spirito comunitarista, razzista o nazionalista classico in questa proposta: al contrario, nella consapevolezza dell’insensatezza di ogni definizione dell’idea di Europa su basi etniche, geografiche o linguistiche, essa si costituisce, per dirla con Reale, come una realtà metageografica e metanazionale dai fondamenti culturali e spirituali ben delineati, nella loro essenza avversi a quelli che costituirono il nucleo del nazifascismo e che condussero al loro successo.

Dove e come si viene al mondo è irrilevante, mentre ciò che conta è la mentalità, l’atteggiamento, la decisione di aderire alla razionalità dei valori europei; così ne deriva che un africano, un melanesiano o un tibetano che finissero a vivere in Europa e scegliessero di adottare coerentemente e convintamente tali principi e tale cultura sarebbero a tutti gli effetti considerati europei.

Questo perché filosofia platonica e greca, cultura classica e diritto romano, umanesimo e Rinascimento, cartesianismo e rivoluzione scientifica, illuminismo giacobino e Rivoluzione francese, neoclassicismo e primo romanticismo, idealismo e fenomenologia, ed Atene, Roma, Firenze, Parigi, Londra, Vienna, Weimar, Monaco, non dicono che è la ragione ad essere specificamente europea e occidentale, ma che è l’Europa ad aver scoperto per prima la ragione universale ed esser divenuta il luogo peculiare del suo dispiegamento ontologico-destinale, storico e culturale, in inestricabile unità con la sua manifestazione nel mondo.

E proprio per la conformazione concettuale finora mostrata l’Europa è anche una e indivisibile, giacché l’idea e la storia di ogni sua regione non è pensabile come intera e completa a sé stante ma rappresenta un tassello inimitabile che concorre a determinarne lo sviluppo e la prosperità culturale – senza la storia della Grecia antica non si può pensare la cultura e la società romana, se fossero mutate le dinamiche politiche del Sacro Romano Impero e del papato del XII secolo la politica italiana dell’epoca ne sarebbe risultata trasformata, in assenza degli eventi concernenti la Rivoluzione francese e l’Impero napoleonico vengono a mancare i presupposti che avrebbero portato all’unità d’Italia, e così via – così che non si è europei in quanto greci, tedeschi, italiani, francesi, inglesi, ecc., ma si è greci, tedeschi, italiani, francesi, inglesi, ecc. in quanto europei.



In secondo luogo c’è la questione dell’eurocentrismo, in questo caso affatto ingenuo ma rappresentante – per dirla con le parole di Waldenfels circa l'idea husserliana di Europa – di «una sublime forma di eurocentrismo, che si fonda sul fatto che una cultura parla per il tutto, come se il tutto parlasse da essa». Questo genere di eurocentrismo, come fa notare Cristin commentando il pensiero husserliano, è del tutto peculiare, perché «non deriva da teorie sulla superiorità morale o antropologica della civiltà europea rispetto alle altre, ma da due ordini di riflessioni filosofiche, uno di carattere gnoseologico, l'altro di tipo culturale».

D’altronde le tesi degli orientalisti che sostengono una presunta derivazione mistica e magica della filosofia ateniese e riconducono eminentemente la nascita delle scienze greche alle acquisizioni delle ricerche babilonesi, caldaiche ed egizie precedenti mancano di cogliere il senso autentico della “seconda navigazione” platonica: non comprendono che tramite il superamento della percezione sensibile tramite l’ideazione nel sovrasensibile, tramite la confutazione del pensiero presocratico che pensa l’essere come φύσις grazie alla teoria delle idee platonica, ad Atene si è manifestata, per la prima volta nella storia universale, l’idea della conoscenza teoretica e della scienza in quanto tale, non come collezione di dati empirici euristicamente concepiti e pragmaticamente utili, ma come corpus teorico organico e sistematico fondato su basi principiali autonome (la geometria di Euclide, l’astronomia di Talete ed Aristarco, la medicina di Ippocrate).

Nonostante le influenze culturali e di costume sul popolo greco delle formazioni antropologiche precedenti, infatti, l’atteggiamento teoretico della filosofia confluito nella scienza è una specificità tipicamente europea, precisamente greca: per questo il fondamento dell’Europa, propriamente come la scienza intesa nel rinnovato senso platonico dell’ἐπιστήμη, non è condizionato da altro e si tiene su da sé.

C’è inoltre da aggiungere che, diversamente da quanto l’egemonia statunitense ci ha mostrato finora, un’Europa riformata sulla base dei suoi fondamenti ideali non avrebbe certo l’intenzione di erodere lentamente le altre formazioni culturali tramite un’incentivo all’apolidismo anarco-individualista o a una mcdonaldizzazione progressiva dei territori e dei tessuti sociali e professionali, incentivando anzi gli esponenti delle popolazioni al di fuori del suolo europeo a trovare la loro “via al razionalismo” – cosicché un cinese che si richiamasse ai caratteri umanistici e meritocratici del Lúnyǔ e del confucianesimo in generale, un giapponese che sostenesse un’etica orientata alla felicità universale sulle basi shintoiste del Kojiki e del Nihon Shoki o un indiano che si rifacesse ai principi dei Pāṇḍava del Mahābhārata induista potrebbe tranquillamente avvicinarsi alla cultura europea senza rinunciare alle tradizioni specifiche e ai costumi particolari caratteristici della sua storia determinata, cosa d’altronde possibile anche agli europei stessi credenti in una forma accettabile di neopaganesimo vicine ai valori della παιδεία e della civitas (ellenico, nordico-germanico, slavo, ecc.).

In terzo luogo va parimenti allontanato il pregiudizio di chi vedesse in tutto ciò una “riduzione” della politica a pratica scientifica, a mera amministrazione giurisprudenziale dell’esistente o a cibernetica in senso sterile: una tale critica dimostrerebbe non soltanto una mancata comprensione dei fondamenti rigorosamente etici e politici che sottostanno alla mia posizione, ma anche del fatto che esse fanno riferimento ad una primalità del pensiero sulla tecnica e della comprensione sul dato, proprio perché inevitabilmente una gestione di un quantitativo enorme di dati ed informazioni provenienti da molteplici ambiti richiede abilità e conoscenze adatte ad una loro decodificazione ed interpretazione sistematica.

D’altronde, è perfettamente lecito pensare la politica futura come vera cibernetica se facciamo riferimento al significato originario del termine come tecnica del governo, come “arte del timoniere” – lo stesso Platone nella Repubblica indicava proprio con κυβερνήτης il governatore ideale, e proprio in virtù del fatto che la comunità altro non è che “l’uomo in grande” è possibile concepirla come un sistema organizzativo da dirigere su basi razionali e finalità etiche con l’aiuto dei progressi delle neuroscienze edoniche, computazionali, cognitive, della teoria dell'informazione, della teoria dei giochi e delle decisioni utili a determinare parametri oggettivi di qualità della vita e benessere sociale, nonché dalle capacità delle intelligenze artificiali di determinare soluzioni per problemi di ottimizzazione sempre più complessi, in una possibile realizzazione del sogno leibniziano di una risoluzione delle problematiche pratiche mediante pensiero logico e calcolo – ma ancora non dimenticando mai che sarà l’aspetto culturale a predominare e ad imporsi come guida della prassi trasformatrice, e che dunque la pittura, la musica, la scultura, l’architettura, le humanae litterae e l’arte in generale, similmente alla scienza e alla tecnica, concorrono a determinare l’espressione completa della nuova Europa con insostituibile valore.

Allo stesso modo, il mio discorso non è assimilabile a quello del socialismo o del comunismo, non è riconducibile a quello classico della liberaldemocrazia più o meno capitalistica né tantomeno è avvicinabile a quello delle destre nazionaliste o neofasciste, per quante vicinanze reali o presunte vi possano essere con ognuna di queste posizioni.

Si tratta di un pensiero radicalmente innovativo, non identificabile con nessuna delle tre ideologie che si sono combattute durante il secondo conflitto mondiale, che trascende le griglie ideologiche della destra e della sinistra e che tuttavia reinterpreta in forma nuova il fondamento dell’identità europea, ancora largamente ignorato ad eccezione di alcuni pensatori particolarmente acuti e consapevoli le cui voci rimangono finora inascoltate.

È un nuovo pensiero per un nuovo futuro, che non può tuttavia realizzarsi in assenza dei presupposti menzionati e che sarebbe probabilmente risultato impensabile senza il passaggio per la crisi che ha investito un secolo; così, se da un lato va detto che Nietzsche ha tentato di relegare l’uomo al di fuori della sua idealità prometeica negando la sua libertà e tensione al bene con i concetti di eterno ritorno e di amor fati, dall’altro va ringraziato per aver avuto, nella sua “storia degli effetti” gadameriana, l’esito culturale di sgravarla da quelle rimanenze religiose, fideistiche e latentemente irrazionali e sentimentalistiche che il pensiero europeo e occidentale in due millenni aveva inglobato in sé, permettendo un nuovo trionfo del razionalismo universale nella sua forma rigorosa e definitiva a punto apicale della tradizione filosofica, secondo la nota massima per cui “ciò che non ti uccide ti rende più forte”.

Così, soltanto la rinascita di una cultura veramente razionale potrà permettere il superamento della crisi attuale, e questa è impossibile senza la revitalizzazione politica e culturale dell’Europa che è tutt’uno con essa.



Secondo alcuni, tecnofobi, tecno-pessimisti e tecno-luddisti, il futuro della tecnologia sarà distopico, dominato dalle macchine, dalla singolarità di Kurzweil (la via di fuga della tecnologia) e da un Matrix nel quale saranno introvabili persino le pillole rosse che hanno permesso a Neo di prendere coscienza della realtà artificiale nella quale era imprigionato. Per altri, tecnofili, tecno-entusiasti e tecno-maniaci, il futuro sarà ricco di opportunità e nuove utopie/eutopie. A quali di queste categorie pensa di appartenere e qual è la sua visione del futuro tecnologico che ci aspetta? E se la posizione da assumere fosse semplicemente quelle tecno-critica o tecno-cinica? E se a contare davvero fosse solo una maggiore consapevolezza diffusa nell'utilizzo della tecnologia?


Prima di entrare nel merito tengo a precisare una distinzione fondamentale: la tecnofilia in senso morale indica semplicemente il considerare eticamente ammissibile ed utile la tecnologia in vista di un miglioramento progressivo della vita umana (e senziente in generale), e non ha a che vedere con il credere che entro il contesto attuale avrà risvolti ed utilizzi positivi o negativi. Facendo riferimento alla metaetica di Hume, si potrebbe dire che la prima è una posizione morale e prescrittiva, la seconda è una posizione derivata da un’analisi dei fatti eticamente imparziale, quindi puramente descrittiva, e come ben rileva il filosofo scozzese non è logicamente legittimo dedurre direttamente ed automaticamente l’una dall’altra.

Ad esempio, personalmente sono estremamente tecnofilo ed assolutamente favorevole ad un uso eticamente finalizzato della tecnologia in ogni ambito possibile a fini terapeutici o potenzianti, e tuttavia sono ben lontano dal definirmi “tecno-maniaco” o “tecno-ottimista” perché come già esplicitato non posso fare a meno di valutare l’uso che ne viene fatto entro il contesto storico, culturale, politico ed economico attuale, così come sono ancora più distante dalla fila dei “tecno-pessimisti” convinti che sia il progresso tecnico-scientifico e magari la relativa “snaturalizzazione” dell’uomo il vero problema della nostra epoca.

Ciò detto, ritengo che entrambe le prospettive manchino di cogliere realmente il punto e, chiudendosi in estremismi poco attinenti con la realtà effettiva, finiscano per restituire una visione distorta dei fatti denotando ingenuità.

Da una parte, infatti, le visioni bioluddiste, bioconservatrici, anarco-primitiviste ed eco-fondamentaliste, che presentano analisi mediamente imbarazzanti anche delle questioni cruciali sulle quali le loro posizioni dovrebbero incentrarsi (come quelle ecologiche ed ambientali), non considerano adeguatamente la già chiarita funzione attuale della tecnologia attribuendo ad essa ogni male a causa di pregiudizi moralistici che ritrovano il proprio fondamento in un wishful thinking al negativo consistente essenzialmente nello sperare in una catastrofe che ci riporti all’era pre-industriale.

Dall’altra autori come Löwith avrebbero più o meno propriamente visto nelle aspettative messianiche della Singolarità, quale salvezza da ogni sofferenza calata dall’alto, elementi escatologici e soteriologici tipici del retaggio giudaico-cristiano (e forse anche nel mio discorso, erroneamente – al di la di ciò che di esso rimane compatibile con tali dottrine – perché non solo logocentrismo, universalismo ed umanesimo sono conseguenze intrinseche alla filosofia greca precedente, ma è stato proprio il cristianesimo a “platonizzarsi” marcatamente durante il periodo della sua diffusione in Europa tanto che Nietzsche stesso finì per definirlo “platonismo per il popolo”), le quali non rimandano solamente ad una vaga ed edulcorata visione del futuro ma dimostrano di non considerare adeguatamente – come lo stesso Kurzweil ammette – che essa analogamente alla singolarità gravitazionale di un buco nero implica l’impossibilità di prevedere ulteriormente gli esiti del progresso a svantaggio di un controllo e di una direzione umana dello stesso.

Ma al di là di tutto ciò, come già detto non c’è migliore previsione del futuro di una sua preventiva conquista.

Per questo mi rispecchio pienamente nelle parole di Husserl quando, con riferimento al rinnovato platonismo della mentalità rinascimentale mirabilmente riflessa nella nota orazione mirandoliana e nei personaggi di Machiavelli e da Vinci, afferma che «occorre riplasmare non soltanto se stessi eticamente, ma anche l'intero mondo circostante, l'esistenza politica e sociale dell'umanità in base alla libera ragione, in base alle intellezioni di una filosofia universale».

Così, rigettando sia la visione tecno-ottimistica sia quella tecno-pessimistica, nei confronti del tema mi ritrovo piuttosto in un “realismo eroico”, diverso però da quello definito da Jünger e Bäumler, per il quale non importa quanto siano destinate ad andare naturalmente bene o male le cose se lasciate a se stesse, ma solo la consapevolezza che è necessaria tutta la capacità dell’intelletto per dirigerle opportunamente e tutto lo sforzo della volontà per proseguire in tale percorso.

Quanto alla questione se una capacità “tecno-critica” sia sufficiente a garantire l’autonomia di un individuo e a non renderlo vittima di condizionamenti o abusi della privacy, rispondo negativamente perché se comunque risulta indispensabile e primario acquisire una consapevolezza non banale del singolo mezzo tecnologico, comunque un atteggiamento di questo tipo reca in sé la medesima presunta neutralità che la cultura dominante tiene ad instillare nel cittadino medio, così che esso, già affaticato nel salvaguardare le proprie intimità ed incolumità digitali, si disinteressi comunque delle sorti degli altri e della società estraniandosi da un qualsiasi tentativo volto a cambiare la situazione attuale.

Ma un simile atteggiamento è, per sua natura, disumano e disumanizzante, venendo a minare l’autenticità propria dell’uomo.

Poiché esso è, con Aristotele, ζῷον λόγον ἔχον, animale razionale, ma anche, con Zapffe, animale tragico: capace della comprensione logica del mondo e delle limitazioni contingenti che lo determinano, freme della propria brama d’infinità rimasta inappagata a causa di una natura che lo costringe nel baratro della sofferenza.

Entro questa consapevolezza assume senso la missione di assoggettamento razionale del mondo esplicitata dall’idealismo etico, e la necessità di una leopardiana sociale catena umana finalizzata al suo compimento, che sempre intrepidamente sproni a mantenersi saldo e incrollabile, senza tollerare ambiguità o deviazioni nel perseguire la “via che sale”.

Soltanto chi si adoperi in uno sforzo infinito avrà la statura di salvarsi, ammonisce Platone nella Repubblica: così testualmente riprendono gli angeli (i Demoni dei pagani) a giustificare la finale salvezza di Faust.



Mentre l'attenzione dei media e dei consumatori è tutta mirata alle meraviglie tecnologiche di prodotti tecnologici diventati protesi operative e cognitive per la nostra interazione con molteplici realtà parallele nelle quali viviamo, sfugge ai più la pervasività della tecnologia, nelle sue componenti nascoste e invisibili. Poca attenzione è dedicata all'uso di soluzioni di Cloud Computing e ancora meno di Big Data nei quali vengono archiviati miliardi di dati personali. In particolare sfugge quasi a tutti che il software sta dominando il mondo e determinando una rivoluzione paragonabile a quella dell'alfabeto, della scrittura, della stampa e di Internet. Questa rivoluzione è sotterranea, continua, invisibile, intelligente, Fatta di componenti software miniaturizzati, agili e leggeri capaci di apprendere, di interagire, di integrarsi e di adattarsi come se fossero neuroni in cerca di nuove sinapsi. Questa rivoluzione sta cambiando le vite di tutti ma anche la loro percezione della realtà, la loro mente e il loro inconscio. Modificati come siamo dalla tecnologia, non ci rendiamo conto di avere indossato delle lenti con cui interpretiamo il mondo e interagiamo con esso. Lei cosa ne pensa?

Per quanto la tecnologia possa investire e modificare la vita umana ed intelligente con le sue innovazioni e le modalità d’uso tramite cui necessariamente con essa si interagisce, se presa in se stessa non potrà produrre alcuna modificazione strutturale della visione del mondo degli individui, né spingerli ad aderire ad una posizione filosofica, etica e politica rispetto ad un’altra.

Infatti, le “lenti” tramite cui si interpreta la realtà sono dovute ai presupposti non indagati e ritenuti aprioristicamente veri che inibiscono la possibilità di pensare e comprendere integralmente e sistematicamente il presente, e che non dipendono propriamente dalle attività pratiche e dalla sfera materiale ma dalla mentalità e dal modus cogitandi che nell’epoca attuale risulta quasi sempre influenzato e saturato da una serie di pregiudizi di ordine storico, culturale, emotivo.

Scendendo nel merito, è proprio a causa dell’egoismo programmatico e dell’individualismo deteriore, dell’avvento della cultura del video e delle armi di distrazione di massa, dell’eliminazione silente della coscienza storica e dell’adesione più o meno consapevole ai meccanismi economici e sociali della società dei consumi, aiutati del resto dalla comodità e dall’immediatezza dei dispositivi tecnologici che si confanno ai risparmi energetici richiesti dalla nostra biologia, a favorire il processo di annebbiamento delle coscienze ancora capace di protrarre il sonno della ragione – che come ebbe a dire Dante rende l’uomo «non albero che lungo il corso delle acque dà frutti nella sua stagione, ma piuttosto funesta voragine che sempre inghiotte e non rende mai ciò che ha inghiottito».

Ragione che è invece capacità fondativa, sistematica, unificante, che integra e ricomprende le apparenti contraddizioni entro un quadro completo e superiore, che oggi viene svalutata in una volgarizzazione del culto positivistico-naturalistico del dato di fatto e in un’idolatria acritica dell’immagine ingenuamente favorente la credenza di un insanabile iato tra pensiero e realtà, tra σοφία e φρόνησις, tra sapere e prassi, rendendo l’uomo del nostro secolo incapace di reagire ai meccanismi di indottrinamento e coazione indiretta che le forze attualmente egemoni esercitano, tra cui proprio quelli indotti dai grandi fornitori dei servizi tecnologici.

All’interno di una vera e propria caverna platonica postmoderna, le genti della nostra epoca danno tranquillamente per scontate innumerevoli credenze accumulate grazie alla propaganda e alla terminologia comune più o meno intenzionalmente proposta dal sistema (talvolta ai limiti della neolingua orwelliana), che quasi sempre si rivelano contraddittorie ed insostenibili ad un’analisi razionale: “la verità non esiste ed ognuno può scegliersi la propria” (quando tale affermazione non può non pretendere di essere verità), “ogni pensiero è degno di ugual rispetto” (quando con ciò si dovrebbero rispettare anche i pensieri che non ne rispettano altri), “vera libertà è fare ciò che si vuole in assenza di una verità” (quando senza la verità la libertà stessa, come ogni cosa, è indefinibile), “dobbiamo tollerare tutti tranne gli intolleranti” (quando così facendo ci si renderebbe intolleranti a propria volta), “la morale è soggettiva” (quando soggettivo è il modo di porsi verso la morale), “ogni ideologia è violenza” (quando primariamente è violenza la negazione automatica di ogni ideologia), e proprio entro le conseguenze lassiste e passivamente orientate di queste convinzioni infondate l’uso pervasivo della tecnologia a favore di interessi di parte trova totale libertà d’azione.

Dissolvere queste ombre è il primo passo per giungere a rivedere la luce del Sole.

Ma è tuttavia certamente possibile, come spesso si vede, ignorare il valore essenziale della razionalità sistematica: si finisce per agire con l'ingenuità e la cecità tipica dei chierici alto-medievali che tendevano a ridurre lo studio delle infinite possibilità matematiche ai problemi empirici dell'agrimensura, arrestando il progresso della matematica avuto con la civiltà greco-ellenistica fino alla fine dell'Impero romano, di coloro che oggi come un secolo fa denunciano l'inutilità degli studi fisici del mondo microscopico, quando senza l'avvento della meccanica quantistica negli anni '20 nessuno degli attuali dispositivi elettronici esisterebbe, o degli intellettuali conservatori della Russia zarista pre-rivoluzione bolscevica che consideravano quelli di Lenin e Trockij solo dei proclami teorici, salvo poi accorgersi, quando ormai era troppo tardi, di aver grossolanamente sbagliato i loro calcoli.



Se il software è al comando, chi lo produce e gestisce lo è ancora di più. Questo software, nella forma di applicazioni, è oggi sempre più nelle mani di quelli che Eugeny Morozov chiama i Signori del silicio (la banda dei quattro: Google, Facebook, Amazon e Apple). E' un controllo che pone il problema della privacy e della riservatezza dei dati ma anche quello della complicità conformistica e acritica degli utenti/consumatori nel soddisfare la bulimia del software e di chi lo gestisce. Grazie ai suoi algoritmi e pervasività, il software, ma anche la tecnologia in generale, pone numerosi problemi, tutti interessanti per una riflessione filosofica ma anche politica e umanistica, quali la libertà individuale (non solo di scelta), la democrazia, l'identità, ecc. (si potrebbe citare a questo proposito La Boétie e il suo testo Il Discorso sulla servitù volontaria). Lei cosa ne pensa?

Indubbiamente su questi temi vi è una scarsa e preoccupante attenzione diffusa nel grande pubblico, per i motivi che già ho evidenziato, così come un’ignoranza non banale sulle dinamiche psicologiche e socioeconomiche contestuali alla società che inducono ad un determinato uso dei servizi tecnologici.

Prendiamo ad esempio una grande maggioranza dei servizi informatici e le relative normative imposte da parte dei fornitori: ad oggi chiunque si rifiuti di utilizzare strumenti quali applicazioni, social network, programmi di messaggistica e servizi web vari, non solo diminuisce la sua conoscenza e la capacità di influenza del proprio circolo sociale, ma perde anche buone opportunità di rendere visibile o pubblicizzare la propria attività e trovare nuovi clienti; questo rende ancora più grave il fatto che la politica di utilizzo dei dati degli utenti da parte dei social network (al quale ci si iscrive, a causa delle appena citate motivazioni, in modo “virtualmente” coatto) che notoriamente devono i loro profitti alla rivendita delle informazioni degli utenti ad aziende, inserzionisti ed agenzie, risulti decisamente carente dal punto di vista etico del rispetto della privacy.

Se infatti con estrema ingenuità si obiettasse consigliando a chiunque di non utilizzare nessun servizio che imponga un determinato utilizzo dei propri dati (che possono andare dall'indirizzo IP al tracciamento del proprio comportamento online, dalla geolocalizzazione, che dice esattamente dove ci si trova o che percorsi si è soliti fare, alla memorizzazione locale, che permette ai gestori di un'applicazione di recuperare addirittura determinati dati dal dispositivo sul quale la si sta usando), giustificando e rendendosi spettatori passivi dell'abuso di cui sopra, gli si direbbe di fatto di non utilizzare mai Internet – il che, ad oggi e soprattutto nei prossimi anni, risulta impensabile, e se non si vuole non solo estraniarsi dalla vita in società, ma privarsi anche di alcuni strumenti senza i quali diventerebbe praticamente impossibile svolgere una larga serie di professioni, non lo si può fare.


Per questo occorre una regolamentazione legale attenta e stringente volta ad impedire che i dati degli utenti a livello nazionale e continentale siano in balia degli interessi di qualche azienda pronta a rivendere qualsiasi dato raccolga (anche per ragioni di sicurezza e stabilità internazionale, considerando che sistematicamente a servirsi dei dati raccolti dai colossi tecnologici sono le agenzie governative del paese di provenienza), impedendo alle prime di utilizzare a proprio piacimento almeno i dati personali primari se non in caso di controversie legali – e su questo piano ben vengano le sanzioni dell’Unione Europea a Google e Facebook, per quanto possano rivelarsi irrilevanti sul medio termine ed incapaci di innescare una variazione strutturale delle dinamiche condannate.

E tuttavia, poiché la servitù in questo caso non è volontaria (giacché mentre nei regimi di ieri si tendeva a proibire e scoraggiare con minacce eventuali azioni sovversive dell’oppresso che rimaneva tuttavia consapevole del suo stato di oppressione, nel regime di oggi si riesce a rendere l’oppresso colui che serenamente giustifica e difende l’oppressore) risulta necessaria una diffusione di consapevolezza di massa impossibile ad emergere spontaneamente dal basso per le ragioni esposte, e che soltanto un’élite intellettuale potrebbe creare e dirigere.

Giungiamo dunque al problema degli intellettuali di oggi, che possono essere classificati fondamentalmente in tre categorie: quelli direttamente proni di fronte al conservatorismo neoliberista e al postmodernismo ad esso più o meno inconsapevolmente asservito che nondimeno ne è l’ideale condizione culturale di sviluppo, quelli che pur non aderendo ufficialmente alla (post-)ideologia unica della cultura dominante non fanno altro che adeguarvisi nei modi e nei toni – più o meno buffoneschi – dell'esprimersi restando inconsapevoli o largamente avversi a metterne in discussione i dogmi, e quelli che, facendosi pubblicamente promotori di posizioni semplicistiche, passatiste ed estremiste, si lasciano inquadrare e implicitamente delegittimare da ciò che il non-pensiero ad oggi egemone considera “impopolare” e “pericoloso”.

Non esiste, attualmente, una forza intellettuale veramente capace di contrastare la sovrastruttura del potere, e nell'ottica di un rivolgimento realmente consapevole contro ai modi di esistenza da esso proposti, occorre ripartire proprio dalla creazione di un'élite che non solo sia capace di mostrarne le contraddizioni e di proporne credibilmente di nuovi informando ed orientando i popoli, ma che riesca a competere – associandosi, organizzandosi e collaborando in coesione con altri professionisti, anche sul piano capitalistico, imprenditoriale, comunicativo e di massa con approccio essenzialmente machiavelliano: d’altronde non c’è nuova Europa senza una propria economia autonoma, un proprio costume collettivo ed un proprio immaginario simbolico – contro coloro che costituiscono gli oligarchi della società postmoderna nonché gli alfieri rappresentativi dello stile e della cultura da combattere e superare.


D’altronde per definizione è possibile sfruttare a proprio vantaggio solo le condizioni esistenti: se ci si rifiuta di confrontarsi con la realtà in ogni suo aspetto limitandosi alla chiacchiera colta o ad una vaga critica demistificatrice, se si vuol restare “puri” al di fuori del meccanismi del sistema o se snobisticamente ci se ne lava le mani pretendendo di produrre reali cambiamenti da un salotto o da un'aula, si è destinati all'irrilevanza e inevitabilmente in essa si permarrà.

Va infine sradicata la convinzione degli anti-intellettualisti e dei populisti che credono ingenuamente vi siano altre vie: data la complessità e l’interdipendenza degli innumerevoli meccanismi regolanti il mondo attuale, l’uomo comune è ormai strutturalmente impossibilitato a comprenderlo e ad organizzarsi dal basso per cambiarlo (tanto che la “lotta di classe” marxiana vive ormai solo nell’immaginazione dei nostalgici), e dunque la scelta rimane solamente tra un gruppo di individui capaci e coesi che orienti il popolo dotandolo di consapevolezza e dirigendolo verso la sua emancipazione, ed un’oligarchia plutocratica che ne sfrutti i bisogni e le qualità al fine di arricchirsi per poi lasciarlo marcire in miseria.

 

Una delle studiose più attente al fenomeno della tecnologia è Sherry Turkle. Nei suoi libri Insieme ma soli e nell'ultimo La conversazione necessaria, la Turkle ha analizzato il fenomeno dei social network arrivando alla conclusione che, avendo sacrificato la conversazione umana alle tecnologie digitali, il dialogo stia perdendo la sua forza e si stia perdendo la capacità di sopportare solitudine e inquietudini ma anche di concentrarsi, riflettere e operare per il proprio benessere psichico e cognitivo. Lei come guarda al fenomeno dei social network e alle pratiche, anche compulsive, che in essi si manifestano? Cosa stiamo perdendo guadagnando da una interazione umana e con la realtà sempre più mediata da dispositivi tecnologici?

Le conseguenze effettive di queste dinamiche sono in fondo deducibili da quanto precedentemente detto a proposito della formazione della società dello spettacolo, dei  consumi compulsivi, del culto dell’immagine e del divismo antimeritocratico, derivata dalla commistione tra la diffusione e l’uso massificato delle tecnologie telematiche, la liberalizzazione progressiva dell’economia globalizzata e il contesto culturale della crisi avviata alla decadenza definitiva in postmodernismo. 


Per questo stiamo attualmente assistendo all’insorgere di quello che rischia di essere un regresso storico fondamentale, ovvero quello del ritorno ad una società avversa alla cultura della scrittura impostasi con Platone a superare quella omerica dell’oralità mimetico-poietica. Ma se comunque ai tempi di Omero, in cui si considerava la dea della memoria Mnemosyne come madre delle muse, l’oralità stessa svolgeva un insostituibile ruolo culturale di ricezione, conservazione e diffusione dei messaggi nella comunità, oggi al netto dell’immenso database informatico di conoscenze e testimonianze molto spesso ignorate (miriadi di dati e nessun interesse per essi) si rischia un appiattimento ed un’atrofizzazione della memoria, e conseguentemente della coscienza storica e della definizione dell’identità personale e collettiva, non perché le tecnologie sono, come dice Heidegger, vorhanden, date “alla mano”, ma perché il contesto e l’atteggiamento mentale e culturale con il quale le si utilizza (e dunque passivamente le si vive) le rende, con dire husserliano, aufdringlich, importune ed invadenti alla memoria e al pensiero.

Un altro aspetto del discorso è proprio quello relativo all’immagine, laddove un uso smodato, saturante ed onnipervasivo dei media televisivi (per quanto ormai in seria crisi) e soprattutto delle piattaforme di video sharing sta portando ad un passaggio involutivo da homo sapiens a “homo videns”: come evidenziano a loro modo autori come Sartori e Veneziani, se il sapere dell’uomo si sviluppa entro un mundus intellegibilis di concepimenti ideali e cogitativi che trascende il mero mundus sensibilis empirico e sensualistico, la televisione e i mezzi di comunicazione video, tarati sulla brevità e sul bombardamento di contenuti superficiali e scarni per ragioni commerciali, invertono questo processo evitando l’insorgere dell’astrazione ideante e della riflessione.

A questo contribuisce la saturazione delle informazioni di cui è investito l’individuo del XXI secolo, con messaggi repentini che lo colpiscono da ogni dove tentando di catturare la sua già traballante attenzione a fini pubblicitari, che in assenza di discrimini riconoscibili di attendibilità lo costringono ad una condizione paradossale di disinformazione ed ignoranza nell’oceano senza sponde e senza mari dei dati senza comprensione. Questo significa l’avvento infausto dell’epoca della “post-verità”, dove le narrative prevalgono sui fatti, i suoi meccanismi tipici avendo già influenzato massicciamente due tra i massimi eventi recenti geopoliticamente rilevanti, ovvero l’elezione di Trump a Presidente USA 2016 e l’uscita del Regno Unito dall’UE.


Le soluzioni a questo problema esistono e sono potenzialmente praticabili – ad esempio nell'introduzione di normative atte sia all'obbligo da parte delle testate di fornire la necessaria documentazione scientifica qualora vogliano trattare argomenti con riscontro d'oggettività, sia a punire più duramente le attività di disinformazione sul piano penale in relazione alla gravità e all'ambito del singolo caso, e soprattutto nella creazione di una “costituzione di Internet”, assieme allo sviluppo di algoritmi capaci di posizionare i siti nei motori di ricerca per la quantità di fatti accertati contenuti nei suoi articoli e non per questioni di irrilevante popolarità – se solamente la loro applicazione, nella situazione contingente e determinata dell’attuale equilibrio politico-economico mondiale, non finisse per rinforzare gli strumenti di egemonia, manipolazione dell’informazione e accrescimento degli interessi particolari di coloro che Internet ad oggi lo dominano (i “grandi quattro” di cui sopra).

Si capisce ancor meglio perché uno spazio politico di rilevanza continentale, autonomo e sovrano, culturalmente rinnovato ed economicamente indipendente, sia imprescindibile per la sconfitta dello Zeitgeist che tutt’ora opprime l’autentica libertà dell’uomo.

Riassumendo, la progressiva cancellazione della memoria storica, la riduzione della riflessione ad osservazione materiale di presunti “fatti nudi e crudi” e l’assenza di punti di riferimento tanto di carattere conoscitivo quanto valoriale implica l’inebetimento dell’uomo occidentale, che non è più nostalgicamente consapevole di essere “esiliato nell’imperfetto” alla maniera degli intellettuali decadenti dopo l’inizio della crisi positivistica, ma semplicemente sereno e gagliardo nella vacuità della propria incoscienza.

L’uomo postmoderno, assuefatto dalla soddisfazione svilente di bisogni indotti e drogato dalla saturazione esterna di mediocri stimoli, non sa più pensare sistematicamente e razionalmente, sottoponendo ogni cosa al vaglio critico per ricomprenderlo nell’evidenza della ragione, non sa più agire rettamente, mostrando salda coerenza con i propri principi e valori senza svenderli o prostituirli, non sa più fidarsi, offrendo sinceramente la propria amicizia fondata sulla virtù ad uno spirito affine al di là della convenienza, non sa più amare in modo risoluto e totale con quella incondizionatezza che non ammette alcuna esitazione.

L'individuo contemporaneo, colpito nella mente e nel cuore da questo cancro chiamato nichilismo, lontano dal percorso formativo necessario a divenire propriamente uomo (la Menschwerdung di cui già parlavano Goethe, Schiller e Novalis) ha così rinunciato all'influenza e al dominio sul proprio destino.

Per questo è più che mai necessario il recupero della vera educazione, che per sua natura è ἐγκύκλιος, completa e circolare, modello che come sostiene Jaeger incarna il fondamento tipicamente europeo della vita in comunità, adottato dai romani, ripreso nel periodo umanistico-rinascimentale con l’ideale dell’homo universalis ed assimilabile alla Bildung, la formazione, del primo romanticismo, volto a fornire una cultura adeguata al sopraggiungere della responsabilità morale e del senso civico, rendendo ogni uomo un cittadino consapevole e capace di rappresentare l’eticità del popolo.

Ed è indispensabile cominciare questo processo innanzitutto dalla lettura.

In una società dominata dalla comunicazione audiovisiva, immediata e recepita passivamente, trovare il tempo per una lettura attiva e ragionata, che permetta lo sviluppo della riflessone, del pensiero autonomo, del senso critico diventa indispensabile per sottrarsi dall'omologazione di massa e sviluppare una propria identità indipendente da qualsiasi influenza contingente.

Una riforma anzitutto culturale e poi politica dell’educazione e dell’istruzione è dunque necessaria nell’epoca presente, poiché l’uomo ha attualmente una tecnologia ipertrofica rispetto alla sua etica.

E non perché la tecnologia sia straordinaria, ma perché è l’etica ad essere carente.



In un libro di Finn Brunton e Helen Nissenbaum, Offuscamento. Manuale di difesa della privacy e della protesta, si descrivono le tecniche che potrebbero essere usate per ingannare, offuscare e rendere inoffensivi gli algoritmi di cui è disseminata la nostra vita online. Il libro propone alcuni semplici comportamenti che potrebbero permettere di difendere i propri spazi di libertà dall'invadenza della tecnologia. Secondo lei è possibile difendersi e come si potrebbe farlo?

Difendersi in questo senso è certamente possibile, ma fino ad un certo punto. Studiando il funzionamento delle tecnologie informatiche tramite le quali il recepimento ed il trattenimento dei dati avviene, nonché l’eventuale tracciamento del comportamento online, ed informandosi sulle contromisure tramite cui impedire almeno parte di questo processo, si può giungere a sviluppare competenze che implicano una non banale consapevolezza delle conseguenze dell’utilizzo di determinati servizi e prodotti, nonché una ragionevole padronanza degli strumenti che permettono di limitare la quantità di informazioni cedute a quella desiderata.

Tuttavia vi sono limiti intrinseci, non solo e non tanto tecnologici ma perlopiù di natura legale, economica e politica che impediscono una gestione libera e indipendente della privacy – e il problema non sta tanto nel fatto che giustamente Internet non può essere concepito come uno spazio avulso dall’etica e dalla legge, ma nelle modalità, negli interessi e nelle finalità caratteristiche di chi specificamente andrà ad utilizzare a proprio vantaggio questi dati (ovvero, come già visto, multinazionali ed enti governativi).

Ad esempio, chiunque può utilizzare VPN, server proxy, onion router, VPS configurate per fare da proxy privati, che rendono molto complessa un’attività di tracciamento inverso, oppure add-on per browser che bloccando le ads spia rendono più difficoltosa l’identificazione univoca di un’identità virtuale a partire da informazioni specifiche, ed i migliori risultati si possono ottenere combinando sapientemente l’uso di questi strumenti.

Ma anche in quel caso non si ottiene certo un risultato perfetto, poiché se il destinatario ultimo del traffico collabora attivamente per legge con i suddetti enti o per convenienza con aziende a cui rivende i dati (come da anni accade grazie al successo commerciale di simili servizi), diviene irrilevante la cifratura stessa del traffico e l’occultamento delle attività svolte.

Tornando alla dimensione politica e internazionale, sono tutt’oggi una minoranza quelli che ad esempio conoscono con relativo dettaglio la vicenda Snowden, che sanno in cosa consistono i progetti spionistici PRISM e Tempora, nonché delle intercettazioni telefoniche USA ai danni dei paesi delll’Unione Europea, e in Italia soltanto dopo l’entrata in vigore della legge del Garante della privacy sull’acquisizione del consenso per l’uso dei cookie di profilazione un minimo di consapevolezza sul tema è cominciata ad emergere.

Vista la situazione a livello globale, con l'impianto della tecnica che diventa impositivo in quanto immerso in un contesto socioeconomico neoliberistico costitutivamente incapace di guidare lo sviluppo tecnologico alla sua imperativa identificazione con il progresso, la conoscenza e l'esperienza della tecnologia si rendono un prerequisito essenziale non solo per la conduzione positiva dell'esistenza verso la propria autorealizzazione in termini di benessere psicofisico ed economico, ma anche per la propria sopravvivenza libera e sicura.

Il non intendersi delle modalità d'uso e delle funzionalità di questo o quel congegno che non sia un mero prodotto a fine commerciale, ma i cui principi costitutivi stanno alla base di molte tecnologie già diffuse e potenzialmente pervasive, risulta un rischioso lusso d'ignoranza non più permesso all'abitatore del nostro secolo, a causa dell'influenza dello stesso fattore nelle dinamiche conflittuali sul piano sociale, politico, economico e perfino evolutivo.

E per questo aspetto specifico vale lo stesso discorso sulla necessità di una ripresa del pensiero sistematico finora portato avanti: la mancanza di una visione razionale d’insieme capace di integrare e coordinare le singole discipline - sempre offerta, storicamente, dalla filosofia - implica una mancanza di consapevolezza sull’origine, sulla natura e sulle dinamiche proprie dei fenomeni dominanti dell’epoca, che implica l’incapacità di formulare interpretazioni complete, realistiche ed accorte degli stessi, da cui deriva a sua volta un relativo disinteresse causato dalla mancata percezione della rilevanza di questi temi, con conseguente minimizzazione delle probabilità di associazione tra individui motivati dal medesimo pensiero e diretti alle stesse finalità, e quindi neutralizzazione dei presupposti necessari all’esercizio di un’influenza reale e progressiva a livello collettivo.

Anche per questo – oltreché per ragioni necessitanti strettamente teoretiche – è necessario che la filosofia rinasca come fenice dalle sue ceneri con rinnovata capacità di comprendere ed integrare i vari saperi particolari e neutralizzare le “epistemologie patologiche” derivate dai singoli riduzionismi, poiché propriamente e solamente attraverso il ripensamento di una filosofia rigorosa, sistematica ed unitaria, che – lungi dal cadere nei dogmi dello scientismo – sappia fare uso del linguaggio matematico e rapportarsi con la scienza e con la tecnologia informatica è possibile fondare una cultura razionale capace di superare la crisi dei tempi attuali che ha gettato l’Europa e l’Occidente nel baratro del nichilismo caratterizzante l’epoca più squallida della sua storia.

Ma per riuscire è necessaria un’intelligenza sufficientemente illuminante da mostrare la via ed una volontà sufficientemente potente da avanzare sempre a percorrerla, tanto che dopo quasi un secolo l’ultimo immortale monito di Husserl risulta ancora attuale, pronto al ritorno di Atena sul volto del mondo non già armata ed uscente dalla testa di Zeus, ma come Galatea dal marmo formata a perfezione dalla coscienza e dal cuore dei popoli d’Europa: «La crisi dell’esistenza europea ha solo due sbocchi: il tramonto dell’Europa, nell’estraniazione rispetto al senso razionale della propria vita, la caduta nell'ostilità alla spirito e nelle barbarie, oppure la rinascita dell’Europa dallo spirito della filosofia, attraverso un eroismo della ragione capace di superare definitivamente il naturalismo.
Il maggior pericolo dell’Europa è la stanchezza. Combattiamo contro questo pericolo estremo, in quanto “buoni europei”, in quella vigorosa disposizione d’animo che non teme nemmeno una lotta destinata a durare in eterno; allora dall'incendio distruttore dell’incredulità, dal fuoco soffocato della disperazione per la missione dell’Occidente, dalla cenere della grande stanchezza, rinascerà la fenice di una nuova interiorità di vita e di nuova spiritualità, il primo annuncio di un grande e remoto futuro dell’umanità».



Vuole aggiungere altro per i lettori di SoloTablet, ad esempio qualche suggerimento di lettura? Vuole suggerire dei temi che potrebbero essere approfonditi in attività future? Cosa suggerisce per condividere e far conoscere l'iniziativa nella quale anche lei è stato/a coinvolto/a?

Per quanto riguarda le letture, coerentemente con quanto finora affermato non posso che consigliare, da parte filosofica, culturale e letteraria, di ripartire dai classici del pensiero euro-occidentale, partendo dalla Repubblica e dalle altre opere di Platone fino a La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale di Husserl, passando per Cartesio, Leibniz, Hegel in modo da reimparare a pensare e riscoprire le origini, l’unità culturale e d’identità nonché l’atteggiamento di vita e il compito proprio che caratterizza la nostra civiltà (a tal proposito, oltre al Faust goethiano che ne rappresenta la mitopoiesi fondante ed i due volumi L’idea di Europa – edito da Raffaello Cortina – e Crisi e rinascita della cultura europea – edito da Marsilio – che riprendono parti del testo husserliano citato, ulteriori opere interessanti sono Platone e l’Europa di Patočka, Il mito di Atene di Reszler e i primi quattro capitoli di Radici culturali e spirituali dell’Europa di Reale) mentre, da parte scientifica e tecnologica, invito all’approfondimento e allo studio – almeno a livello di fondamenti – di quelle tematiche utili a comprendere pienamente il presente ed i suoi sviluppi futuri (fisica moderna e nanotecnologia, matematica ed informatica, robotica, neuroscienze, genetica) tramite libri di testo, corsi online o fisici, articoli tecnici, divulgativi e di discussione tra esperti. Naturalmente tutto questo è da integrare con una conoscenza sufficiente della storia, dell’economia, del diritto e della scienza politica.

Mi permetto inoltre di consigliare la lettura del mio microsaggio Genio naturale e artificiale, che tratta in parte alcuni dei temi qui sollevati; oltre a ciò, considerando che come ho detto ulteriori volumi sono in produzione, invito chi fosse interessato a seguirmi nella comunità di Filosofia e Scienza, sulla mia pagina Facebook personale e su Il Sogno di Prometeo da me co-gestita, al fine di rimanere aggiornato.


Consiglio invece al sito di estendere il dibattito tra filosofia e tecnologia anche alla contestualizzazione storica, al discorso sull’etica e la bioetica, sul sistema economico vigente e alla geopolitica, in modo che possa essere affrontato nella sua globalità tramite la discussione di questioni di ampio respiro e rifuggendo inappropriati riduzionismi, come mi sono qui proposto di fare.

Al fine di far conoscere l’iniziativa potrebbe risultare utile la creazione di spazi di dibattito online tra gli autori che hanno contribuito ed altri che lo faranno entro format idonei, comodi e di facile implementazione, senza ovviamente escludere un’attività di diffusione e divulgazione assidua dei contenuti proposti e raccolti tramite i propri canali di comunicazione.



Cosa pensa del nostro progetto SoloTablet? Ci piacerebbe avere dei suggerimenti per migliorarlo!

È un progetto indubbiamente interessante, piuttosto originale ed anche socialmente utile considerando il bisogno urgente che c'è di sensibilizzare i temi trattati e di introdurli alla discussione pubblica.

Colgo l’occasione per ringraziare dell’interesse ad intervistarmi e della disponibilità offertami di esporre in modo disteso e completo, per quanto comunque riassuntivo dati i limiti del mezzo, una parte importante del mio pensiero, augurando al fondatore il successo di questa piattaforma.

* Tutte le immagini di questo articolo sono scatti di viaggio di Carlo Mazzucchelli (Islanda, USA, Paesi Baltici)

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Giacomo Balli

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