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Lavoro: la punizione di Dio è finita?

Lavoro: la punizione di Dio è finita?

12 Settembre 2017 Edoardo Mattei
Edoardo Mattei
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Per secoli abbiamo creduto che Dio avesse imposto il lavoro come punizione al peccato di Adamo ed Eva. Lavorare era duro e "maledetto" per espiare quella colpa. Chiunque si sottraesse a questo fato, vagabondi barboni zingari immigrati perditempo, metteva a serio pericolo la sua salvezza.
Adesso che andiamo incontro alla scomparsa del lavoro, che cosa resta di questo comando? La tecnologia ci sta liberando dall'ennesima superstizione o stiamo scoprendo il vero significato del lavoro?

La Quarta Rivoluzione Industriale sta cancellando inesorabilmente il lavoro. Entro il 2020 saranno stati persi 7 milioni di posti e ne saranno stati creati soli 2 milioni. A questo trend irreversibile è stato dato il nome di «disoccupazione digitale» cioè perdita di lavoro umano a causa dell'adozione di robot e computer.

L'Internet of Things minaccia di accelerare questo processo in nome dell'efficienza e della migliore customer experience, complesso di sensazioni e sentimenti che il cliente sperimenta usando un servizio o un prodotto. A testimoniare l'avvenuta integrazione del mondo digitale con quello fisco, Google ha esteso i suoi interessi oltre la Rete dando vita a progetti come Google Car o Google X, una struttura di ricerca avanzata semi-segreta affidata ad Astro Teller.

Poco meno di un anno fa, questo signore ha rilasciato un'intervista a The Verge dove ipotizzava un futuro pieno di droni nelle città, uno spazio che Kevin Kelly, in The Inevitable: Understanding the 12 Technological Forces That Will Shape Our Future,  vorrebbe riempito di sensori e learning machines collaborativi in grado di rimettere in ordine i nostri oggetti e rendendoceli, su richiesta, pronti ed efficienti. Ad esempio la spesa, quando il frigo rileva scarsità di cibo, o i vestiti, portandoli e ritirandoli dalla lavanderia. Poi, in base alla nostra agenda avremo l'auto lavata e rifornita, il taxi pronto fuori casa, i biglietti aerei al check-in, ristoranti prenotati…

È la fine del lavoro, non una sua trasformazione ma la sua cancellazione definitiva. Rimarranno piccole sacche occupazionali e, come dice Franco "Bifo" Berardi, intellettuale inquieto fondatore di A/traverso e collaboratore di MediaMente, se il lavoro assumesse ancora un valore identitario, avremo milioni di disoccupati arrabbiati e un drappello di lavoratori rassegnati a qualsiasi vessazione pur di mantenere l'identità personale del lavoro.

 

 

Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma: Il lavoro, quindi, è un dovere: «Chi non vuol lavorare, neppure mangi» […] Il lavoro può essere un mezzo di santificazione e un'animazione delle realtà terrene nello Spirito di Cristo […] Ciascuno deve poter trarre dal lavoro i mezzi di sostentamento per la propria vita e per quella dei suoi familiari, e per servire la comunità umana. (CCC, 2427,2428).

Lavorare è un comando, uno strumento di santificazione (diventare sempre più simili a Dio), un obbligo per la sopravvivenza propria e delle persone intorno a noi. È lecito chiedersi: chi non lavora come farà a salvarsi? Se le macchine elimineranno il lavoro, che senso avrà il comando di Dio? E chi lavora, è giusto che sia così vessato?

La punizione inflitta da Dio ad Adamo riguarda proprio il lavoro (Genesi 3, 18-19) ed è stata interpretata come la conseguenza del peccato. È Dio stesso che impone all'uomo di lavorare duramente e si addita ad esempio chi ha successo nel lavoro e dedica più tempo all'ufficio che alla famiglia.

Le cose stanno veramente così?

Originariamente Dio pose Adamo nel giardino di Eden con un comando ben specifico affinché «lo coltivasse e lo custodisse» (Genesi 2, 15). Custodire significa prendersi cura della natura come farebbero giardinieri, etologici, oceanografi… Dunque il lavoro appartiene alla condizione originaria dell'uomo e precede la sua caduta; non è perciò né punizione né maledizione. La differenza risiede nel trovarsi in una situazione nuova di lavoro cioè nella rottura della comunione con la natura e della sua ribellione all'uomo. I cambiamenti climatici che stiamo vivendo sono i drammatici testimoni della mancata custodia del Creato: abbiamo depredato la natura e oggi ne paghiamo le conseguenze.

 

La fine del lavoro, la «disoccupazione digitale» è un'opportunità per recuperare la condizione originaria sfuggendo alla schiavitù del lavoro. Infatti, se saranno i robot e i computer a fare il lavoro, se controlleranno e manterranno stabili e ottimali i parametri vitali della biosfera, l'uomo avrà il tempo necessario per ripensare alla sua propria condizione, a cosa è destinato e recuperare il rapporto con la natura, il suo prossimo e con Dio. La «disoccupazione digitale» aiuterà ad osservare meglio il lavoro di coltivare e custodire il Creato: smetteremo di inquinare l'aria, il mare, i fiumi, avremo più verde, i rifiuti non ci sommergeranno… Il lavoro sarà sempre faticoso, è lavoro!, ma sarà un lavoro per il «bene» che ripagherà degli sforzi fatti, ci farò sentire utili e parte di un progetto più grande di noi: una civiltà a misura d'uomo. Ognuno, nella sua gradazione di fede, potrà trovare la propria gioia ed è questo, in definitiva, che vuole Dio.

Il lavoro sarà trasformato, sperimenteremo la benedizione del lavoro, quel lavoro a cui eravamo destinati da sempre, avremo più tempo da dedicare a noi stessi e potremo mantenere uno stato di ben-essere, vivere bene.

La "disoccupazione digitale diventa "occupazione divina" semplicemente smettendo di identificarsi con ciò che produciamo e concentrandosi su ciò che siamo. Siamo prossimi ad una rivoluzione pacifica, fatta di libertà, di emozioni, quasi un paradiso in terra. Senza lottare contro un nemico, senza imbracciare armi, senza morti o feriti ma come Dio comanda.

 

 

 

 

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