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Ricordare e Dimenticare. Come Google costruisce la nostra identità.

Ricordare e Dimenticare. Come Google costruisce la nostra identità.

25 Settembre 2017 Edoardo Mattei
Edoardo Mattei
Edoardo Mattei
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Tutto quello che pubblichiamo on line lascia tracce che non si cancellano. Gli utenti di Facebook condividono 25 miliardi di contenuti al mese e in media ne creano circa 70 a testa. Così rischiamo di restare prigionieri del nostro passato digitale con conseguenze sul futuro. Ad esempio, la quasi totalità dei responsabili delle risorse umane fa ricerche online quando esamina le domande di assunzione, Come si fa ad azzerare tutto e ricominciare da capo?

La Rete non dimentica

Periodicamente torna alla ribalta il problema dell’oblio dei dati sulla Rete cioè della necessità di cancellare dalla ricerca di Google, dai social network e chissà da quanti altri siti le notizie, le foto o i commenti ritenuti lesivi o infondati. Alcuni casi conosciuti sono quello dell’irlandese Eoin McKeogh che da anni combatte per essere dimenticato, da quando un utente anonimo l’avrebbe erroneamente accusato di non aver pagato la corsa di un taxi (ci fu uno scambio di persona). In Francia, una madre sta cercando da tempo di cancellare foto compromettenti della figlia adolescente. In Romania, una donna non vuol far comparire informazioni sul suo divorzio. Nel Regno Unito, un ex politico vuole eliminare i link ad un libro ritenuto diffamatorio. Un attore vuole far sparire le notizie su una presunta relazione con una minorenne mentre un medico cerca di cancellare i commenti negativi sul suo operato. Fece un certo scalpore nel settembre 2012 il tentativo di Philip Roth, considerato il maggior scrittore vivente, di modificare alcune informazioni che riteneva non corrette sulla sua pagina di Wikipedia ma gli fu impedito perché ritenuto «non credibile».

La Rete non dimentica (V. Mayer-Schönberger, Delete. Il diritto all’oblio nell’era digitale) e nell’oscurità dei suoi hard disk rimane traccia di quello che abbiamo detto, scritto o postato. Un immenso patrimonio di dati che non conosce l'oblio della memoria.

Non solo, in queste immense distese di dati ci sono anche gli articoli, i post, le notizie, le foto e i video prodotti da altri in cui appariamo o siamo citati. Il proliferare di fake news ci avverte del pericolo di scambiare il verosimile per vero, il probabile per certo, il pettegolezzo per la realtà. Scegliere, però, se e cosa ricordare o cancellare è meno semplice di quanto sembri.

 

Memoria, ricordi ed oblio.

Prima di tutto facciamo chiarezza sui termini memoria, ricordo e oblio. Il «ricordo» è composto da elementi diversi (immagini, suoni, odori, emozioni) che derivano dal funzionamento di sistemi differenti in interazione fra loro. Per essere vissuta come «ricordo» l’informazione deve essere recuperata e ricomposta completamente. La memoria è il processo incaricato di rintracciare i frammenti del «ricordo» e proporli nella sua interezza. Quando manca qualche elemento abbiamo ricordi incompleti, ricordiamo le voci ma non le persone, le persone ma non i nomi, l’epoca ma non il giorno. Il periodo dalla ritenzione (registrazione) del ricordo alla sua rievocazione segna il decadimento dell’informazione stessa, la difficoltà di rintracciare il dato quindi l’oblio ma non la sua cancellazione.

Possiamo pensare alla memoria in termini di data mining: un enorme database da cui estrarre dati. Talvolta la mente protegge i ricordi impedendone l’accesso, come nel caso dei traumi. Google può essere pensato come la tecnologia della memoria con la differenza, però, di non proteggere dai ricordi meno graditi o più nascosti.

Delegando i ricordi a Google trasferiamo alla piattaforma tecnologica i pericoli fisiologici della nostra mente già messi in rilievo da Luciano Floridi, docente di filosofia ed etica dell’informazione a Oxford e membro del team di esperti costituito da Google nel 2014 per valutare il miglior approccio al problema. Floridi rilevava tre pericoli: inaccessibilità ai dati, la loro riscrivibilità (falsificazione o modifica nel tempo) e perdita totale. Un pericolo enorme perché sui ricordi basiamo la nostra identità personale e sociale.

 

Identità personale e sociale

Nello scorrere del tempo rintracciamo noi stessi e ci riconosciamo in una narrazione capace di legare i ricordi in una storia. Nel racconto della nostra vita selezioniamo alcuni eventi per costruire la nostra identità, come ci presentiamo agli altri, chi siamo. L’identità personale e quella sociale non sempre combaciano e si creano quelle tensioni da cui nasce la richiesta di oblio nella Rete.

Questa difficoltà ha delle basi oggettive: veridicità, aggiornamento e contestualizzazione. Le informazioni rintracciabili in Rete non sono immediatamente identificabili con una fonte accreditata, così pettegolezzi, falsità ed illusioni si mischiano facilmente con la verità rendendo difficile l'autenticazione a causa dell’overload. Rimane una “cultura del sospetto”, un tarlo fastidioso (“e se fosse vero?”) che inficia ogni informazione. Nella Rete ogni informazione ha carattere di attualità, agisce su un piano sincronico in contrasto con la diacronia del racconto di sé. Non c’è l’aggiornamento del ricordo conseguente la maturazione di una posizione o il cambiamento di una opinione. Si decontestualizza ogni evento astraendolo dal suo spazio-tempo e ricontestualizzandolo in quello in cui viene riportato alla luce.

Si comprende, alla fine, perché nasce la richiesta di preservare la propria identità.

 Maschera Social Network

Google organizza i nostri ricordi

«Nella Rete avviene la proiezione sociale dell’identità» si dice spesso, ma questa affermazione è falsa. La Rete ci offre una identità anedottica, frammenti di sé liberamente associabili, tessere di un mosaico sempre nuovo. La richiesta dell’oblio digitale è la salvaguardia della propria identità, la rivendicazione dell’unica composizione possibile dei ricordi proposti da Google.

Quando un ricordo viene riportato alla memoria, contiene il contesto in cui è accaduto. Così dovrebbe avvenire su Google. Inoltre, come quantificare la persistenza, misura del tempo intercorso fra la ritenzione e la riproposizione? La persistenza è la misura dell’oblio, decadimento di un ricordo, ancora nella disponibilità della memoria ma non più utile alla costruzione della propria identità.

L’espressione «in una mia vita precedente» è entrato nel linguaggio comune per riferirsi ad un periodo storico o ad eventi che non usiamo più per narrarci. Abbiamo cambiato vita. Se l’io narrativo non si riconosce più nell’io “storico”, se non ci riconosciamo più in quel ricordo, possiamo cancellarlo dalla Rete? 

A prima vista la richiesta di oblio sembra una richiesta legittima, eppure si nascondono nodi di tensione etica e sociale difficili da sciogliere.

 

Oltre l’oblio. Riappropriarsi della Storia.

Prima di tutto occorre definire quali informazioni possono essere oggetto di cancellazione. Nel novembre 2015 la cassazione condannò un comune a pagare € 250.000 di risarcimento ad un padre accusato ingiustamente di violenze sessuali sulla figlia di 6 anni originate da una «personalissima ed assai discutibile istruttoria» condotta da una maestra di asilo. Quelle  accuse, rilevatesi false, sono ancora presenti in Rete e fanno di lui un pedofilo. Sarebbe giusto cancellarle tutto per salvaguardare la sua immagine sociale. Esempio opposto è come comportarsi con quanti sono stati coinvolti con Tangentopoli. Bisogna cancellare le notizie su quegli avvenimenti che riguardano persone che hanno cambiato vita?  Esiste un valore sociale delle informazioni che è superiore all’identità personale?

Lasciare a Google la decisione “etica e sociale” sull’oblio è estremamente pericoloso. È un potere immenso: controllare l’immagine di milioni di persone e, al contempo, influenzare l’opinione pubblica. Il controllato diventerebbe controllore di se stesso. Dimenticare talvolta è doveroso ma difficile. Talvolta dobbiamo dimenticare un lutto per continuare a vivere o un torto subito quando si perdona. Se una sofferenza, così come un successo, si ripresenta sempre non saremo mai in grado andare oltre, di far diventare questo evento parte della narrazione che lì si fermerà. Il digitale, annullando la dimensione spazio-temporale, ci propone fogli sparsi di storia. La nostra identità subisce modifiche radicali. Provate a cercarvi su Google: vi riconoscete? Si manifesta uno slittamento fra l’identità sociale e quella personale.

Vox populi vox dei recita un motivo antico. Una “etichetta” rimane impressa a vita, specialmente se è negativa. I Vangeli non conoscono la necessità di nascondere fatti ed eventi scabrosi. I peccatori pubblici si convertono senza rinnegare il loro passato, anzi, proprio questo da’ forza al loro presente: San Paolo era un giustiziere dei cristiani (At 8,2-4; 9,1-20), S. Pietro un traditore (Mt 26,69-75; Mc 14,66-72; Lc 22,56-62; Gv 18,15-18.25-27), S. Matteo Apostolo un esattore corrotto e collaborazionista (Mt 9,9-13; Mc 2,13-17). Non hanno nascosto questi fatti e, quando emendati, sono entrati a pieno diritto nella narrazione della loro vita. Dobbiamo riappacificarsi con la storia, trovare una risposta di senso agli eventi vissuti e giustificare il nostro cambiamento. Non dobbiamo inseguire verginità posticce ma essere trasparenti anche nelle nostre debolezze e caducità. Possono esserci eventi poco edificanti ma essere rimasti o divenuti onesti e leali.

Certo la web reputation ne risulterà influenzata ma quanti hanno avuto il coraggio di farlo oggi si sentono liberi mentre gli altri sbirciano nel segreto followers e Google con il timore di essere scoperti.

La paura di mostrarsi “umani”, che si scoprano i nostri difetti, è alla base della richiesta dell’oblio su Google e alimenta l’ansia per la web reputation ed il personal branding, cioè una finzione continua Ma questo sarà oggetto di una prossima riflessione.

 Salvator Dalì - persistenza della memoria

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