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La gentilezza del pensare

La gentilezza del pensare

05 Dicembre 2018 Anna Maria Palma
Anna Maria Palma
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Pensare è un’arte, un’arte che si può apprendere. A scuola non ci è stato insegnato a pensare.

 


 “Nelle scuole e nelle università, c’era apprendimento – doveva esserci perché c’erano esami - ma non c’era molto piacere e non c’era neppure molto pensiero. Il “luogo” dell’apprendimento si trova ovunque la mente diventi viva. Forse le sto dando una visione unilaterale del pensiero, come fosse tutto passione e piacere e qualcosa di molto fisico. Pensiero è anche lavoro: duro lavoro. E anche una sorta di devozione o rigore – il che è anche di per sé un piacere, tra parentesi.

Il piacere del rigore. Cercare molto duramente di farsi strada nel pensiero fino alla chiarezza. Correggersi. Cercare un riferimento che non si ricorda dove si è letto. Controllare, controllare, controllare. Leggere libri davvero tremendamente difficili, come La ragion pura di Kant.
E il piacere ci veniva dall’entrare nella mente dei grandi pensatori con la nostra mente e lasciare che quelle grandi menti modellassero la nostra, piccola.

James Hillman

 

Allora il pensare può essere considerata l’abilità operativa attraverso la quale l’intelligenza lavora sulla base dell’esperienza

L’attività di pensiero è costante in tutta la vita e a tutte le età, ma siamo certi che tutta questa pratica aiuti davvero le persone a ragionare meglio?

Così decidiamo di imparare a pensare e consideriamo i vari tipi di pensiero. Quello laterale ad esempio è un pensiero mirato a cambiare le percezioni e i concetti e si può imparare a farlo in modo continuo. Occorre che ci sia la disponibilità a cambiare “intenzionalmente” modello all’interno di un sistema basato su modelli. Possiamo dire che il pensiero laterale diventa sia un atteggiamento mentale sia un complesso di diverse e dettagliate strategie operative.

L’atteggiamento mentale comporta la volontà di considerare il mondo in una varietà di modi diversi, attraverso il riconoscimento che qualunque prospettiva è soltanto una fra le tante possibili, come scrive Marianella Sclavi nel suo libro “Arte di ascoltare e mondi possibili”.

E coinvolge la consapevolezza dei meccanismi mediante i quali la mente utilizza modelli e della necessità di abbandonare un modello precostituito per poter accedere a un altro migliore.

“La teoria su cui ci basiamo è il modello che utilizziamo per determinare ciò che riusciamo a vedere ed interpretare” scriveva  Einstein, ma un modello se da una parte costituisce una “mappa mentale” che può esserci di aiuto, può al tempo stesso “ingabbiarci” e ci renderci “ciechi”.

 

Allora possiamo considerare il pensiero come “atto deliberato”?

Che cosa si può fare per dare gentilezza al nostro pensiero? Quali sono le parole gentili  che possono nutrire pensieri gentili. Senza parole noi non possiamo pensare e allora la ricerca è quella di creare una maggiore consapevolezza nel fare il lavoro che Hillman propone, non duro lavoro, ma impegnativo, direi scelto!

Coltivare e nutrire l’intenzione di alimentare pensieri funzionali, non positivi, non felici. Sarebbe una inutile forzatura, ma “addomesticare i pensieri selvatici®” come scrive Nicoletta Cinotti credo che potrebbe essere un’attività a cui potremmo pensare di dedicarci.

Questo ci permetterebbe di attivare il pensiero a piacimento, orientandolo verso qualsiasi argomento o qualsiasi aspetto sia utile per noi considerare. Quindi assumere un po’ la response ability del proprio pensiero, cioè essere in grado di applicarlo secondo scelta “pensata”!

Il pensiero non addestrato non consapevole, può essere ballerino, può tendere ad oscillare da un’idea all’altra. Nella mente non allenata un’idea suscita un’emozione che a sua volta condiziona la nostra visione delle cose, e poi il pensiero si lancia lungo il sentiero imboccato con il rischio di non effettuare nessuna reale esplorazione dell’argomento.

Al pensiero serve la nostra fiducia e questa riesce a sorgere quasi spontanea quando le parole sono scelte con cura e gentilezza, parole che permettono di non generalizzare, catastrofizzare, giudicare; sono parole possibili che generano pensieri a loro volta possibili!

Se siamo consapevoli e riusciamo a mettere in evidenza il pensiero soltanto quando abbiamo problemi di una certa entità quella di pensare non diventa mai un’abilità esercitata volentieri.

Allora occorre dichiararsi attivi nel far funzionare la testa per voler provare piacere, per esplorare idee, creare idee, giocare con le idee, tutte attività che fanno parte di quello che viene definito piacere intellettuale.

Oggi siamo un po’ assediati da tantissime informazioni, forse troppe. Il rischio è quello di non sapere trattenere quelle funzionali, quelle utili e quindi abbiamo bisogno di pensare, per decidere quali informazioni cercare e dove andarle a trovare. Abbiamo bisogno di pensare per utilizzare al meglio le informazioni di cui disponiamo. Abbiamo bisogno di pensare per costruire possibili sistemi di raggruppamento dei dati.

Consideriamo anche che la maggior parte dell’attività del pensiero riguarda i rapporti con altre persone e chiediamoci quanta incidenza può avere il nostro modo di pensare sul tema della conflittualità.

Usiamo a volte il pensare come sforzo, a volte disperato, di dimostrare la bontà della propria posizione.

Talvolta mettiamo in funzione la mente per imporre agli altri le nostre opinioni, così da generare una ineluttabile realtà: non acquisiremo mai nulla di ciò che già avevamo in partenza. Avere ragione è davvero assai poco interessante. Sentirsi un pensatore, acquisire “l’arte di pensare” nutre la nostra immagine che diventa un’immagine dinamica, operativa che si nutre e si arricchisce di pensieri altri.

La tecnologia ci può essere di aiuto, ma il cattivo uso della tecnologia può nutrire linguaggi e pensieri disfunzionali, affatto gentili

Galimberti scrive: “E poi approvare o disapprovare, non argomentando - non si può con 140 caratteri - ma scrivendo semplicemente "mi piace" o "non mi piace". Argomentare è difficile, perché per farlo occorre saper pensare e parlare.

… ogni tecnica comporta una modalità d'uso che plasma chi la usa, indipendentemente dall'uso che ne fa. I messaggi diffusi nei social hanno una vita breve che si consuma, come tutte le cose in una società dei consumi spinta all'eccesso, per cui il tempo della riflessione e del pensiero si estingue in quel tempo breve della risposta emotiva non pensata e non riflessa. Ma si può prescindere da questi mezzi di comunicazione oggi diffusi su vasta scala? No. Perché, siccome il mondo della comunicazione passa attraverso questa rete, uscirne equivale a un'esclusione sociale. E nessuno vuole provare l'angoscia e la solitudine di questa esclusione.”

Per questo con Carlo Mazzucchelli nell’ebook “La gentilezza che cambia le relazioni digitali” abbiamo voluto restituire valore e dignità a quelle persone impegnate ogni giorno a pensare pensieri pensati, ad alimentare quel linguaggio che non diventi un limite alle relazioni.

Sapevo già allora che c’erano altri modi di guardare; che se, poniamo, avessi fatto uno, due, tre passi indietro e avessi visto più contesto, ci sarebbe voluto un altro tipo di scrittura. E se, per ulteriore complicazione, avessi voluto esplorare chi ero io e chi era la gente nella strada […], sarebbe stato necessario ancora un altro tipo di scrittura. […]. Per tutta la vita ho dovuto riflettere sui diversi modi di guardare e su come ciascuno di essi modifichi la configurazione del mondo”.

 Da “Scrittori di uno scrittore” del premio Nobel V. S. Naipaul, edizioni Adelphi

Pensare, riflettere sinonimi di una stessa arte ma con sottili differenze. Qualcuno ha scritto: “Gli specchi prima di riflettere dovrebbero pensare!” E se lo si chiede agli specchi, possiamo aspettarcelo da noi essere umani?

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