Io abito la possibilità /

Gentilezza delle domande, gentilezza delle risposte e abitudine alla scortesia delle non risposte.

Gentilezza delle domande, gentilezza delle risposte e abitudine alla scortesia delle non risposte.

05 Novembre 2018 Anna Maria Palma
Anna Maria Palma
Anna Maria Palma
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Il disagio della mancanza di risposta sta diventando sempre più silenzioso tanto è il dilagare della non risposta. Mi riferisco a quanto avviene nella realtà virtuale dove sempre più sta imperversando quella che voglio chiamare una disattenzione relazionale ai limiti dell’offesa. Forse più semplice sarebbe parlare di cattiva educazione, ma trovo che questa espressione stia diventando di per sé obsoleta se parto dal presupposto che sento in via di estinzione il concetto di educazione; come si può definire cattivo qualcosa che non è più tanto preso in considerazione?

Il vortice degli impegni, i ritmi di lavoro, le urgenze le priorità. Queste le cause a cui ci si riferisce quando si lasciano giacere mail, richieste, domande inevase. Queste le cause che sembra possano non permettere un piccolo, un piccolissimo cenno di riscontro a qualcosa che hai scritto, a qualcosa che hai chiesto, dare seguito a un progetto condiviso, fornire una risposta, semplice, breve, purchè ci sia un cenno umano, un piccolo segnale che faccia capire che sei stato preso in considerazione.

Perché allora il disagio sta diventando silenzioso? Perché ci stiamo abituando alla non risposta. Ci stiamo assuefacendo a questo stile che smorza ogni entusiasmo, ogni passione. Perché dopo avere sollecitato qualche volta, ti arrendi, perché rischi la risposta di insofferenza, la risposta di intolleranza. Ti impegni molto a cercare di capire il perché, vai anche oltre; ricorri a Platone che ha scritto: “"Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile. Sempre".

E allora ti interroghi sul vero senso della gentilezza: può essere resa? Può diventare rassegnazione? No, qui diventa sfida, ma sfida non belligerante, sfida a comprendere che quanto agisce l’altra persona non è contro di te, ma nasce da un suo disagio, nasce da una “battaglia di cui non sai nulla”, allora la gentilezza diventa un impegno soprattutto verso di te. Ti acqueti, ti tratti bene, smorzi la reazione che il comportamento dell’altra persona potrebbe indurti ad avere. Rivedi le tue priorità, esplori la qualità delle tue relazioni, indirizzi altrove le tue energie. Ritrovi la dignità di non metterti in domanda, ma di indirizzare altrove le tue.

Pur da laica, ho avuto molto chiara la citazione che in alcune circostanze mi è stata fatta: “Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne sarà degna, la vostra pace scenda sopra di essa; ma se non ne sarà degna, la vostra pace ritorni a voi. Se qualcuno poi non vi accoglierà e non darà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dai vostri piedi”. (Mt 10, 5, 12-14)

Voglio allora riportare l’attenzione a sensi più profondi, andando oltre il mondo virtuale di messaggi non letti o messaggi che cadono in un letargo senza fine, di risposte non date, di modalità in cui si ignora e si mortifica l’altro. Con Carlo Mazzucchelli abbiamo esplorato approfonditamente il tema della gentilezza che cambia le relazioni virtuali con la pubblicazione di un e-book La gentilezza che cambia le relazioni digitali. Confidiamo che nostre riflessioni in esso contenute siano di stimolo e possano contribuire a modificare comportamenti che stanno mortificando le relazioni, sia che si considerino nello spazio professionale che personale.

 

 

Mi tranquillizza spostarmi su un piano diverso quello dove le domande diventano esistenziali e allora le risposte sono più complesse e articolate.

L’amico Eugenio Guarini, a proposito della risposta scrive: “La risposta è una storia, la risposta ha una storia...

La domanda è sempre la stessa. Quella da cui sono partito, non so più da quanto tempo. Cosa voglio, chi sono, che combino?

E, strada facendo, ho capito che le prime risposte non devono essere prese per definitive. Farlo sarebbe come inchiodarsi.

La domanda è quella, ma la risposta ha una storia. La risposta è una storia.

Se accetti di ripetere la domanda, di farle spazio, ogni volta, di farla riecheggiare   vedi che la risposta è come una pianta, che cresce, ramifica, ha una sua storia. E promette un futuro. E più che la risposta è il rispondere continuamente che ti tiene in sella. E mi lascio portare nel momento stesso in cui metto in atto tutto quel che so fare, per cercare risposte ulteriori alle mie domande…Che voglio? Dove vado? E chi sono?...

 E ancora Alberto Meschiari, in “Il mondo che vorrei” scrive

  “Lo chiedevi a me, che ho la maggior parte della mia vita alle spalle, affinchè il mio racconto ti aiutasse a orientare meglio la tua che ti attende davanti. Come vedi non ho dimenticato la mia promessa di farlo. E se non ti ho risposto subito, è perché mi sono riservato il tempo di dedicarmi interamente a te, con tutto il mio affetto e la mia attenzione. Le risposte sai non stanno sempre bell’e pronte nella mente. A volte occorre che sia il cuore a trovarle”.

Che dire poi di Rainer Maria Rilke in Lettere a un giovane poeta

Sii paziente verso tutto quello che è irrisolto nel tuo cuore e.....cerca di amare le domande per se stesse,

come stanze chiuse a chiave, o libri scritti in una lingua sconosciuta.

Non cercare le risposte, che non ti possono venir date

perché non saresti in grado di viverle.

E il punto è vivere tutto.

Vivi le domande in questo momento.

Forse a poco a poco senza neanche notarlo,

continuerai a vivere, fino a ritrovarti,

un giorno, dentro le risposte.  

 

Per finire con Erri De Luca

“Le domande sono il girotondo a giostra, aspettano clienti-bambini per un giro sul loro cavallo a dondolo, sull’automobilina o sul razzo. Le domande sono più belle delle risposte, durano oltre di loro, girano ancora e a me viene sempre voglia di fare un’altra corsa, di dare una seconda risposta…”

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Appagata per questo tuffo poetico e filosofico, dove è possibile cogliere anche l'importanza di un tempo di attesa per la risposta, ritorno con fiducia a ricollocare il senso della gentilezza declinandola in ogni singola azione umana, come il semplice saluto o il semplice sorriso o la semplice risposta ad un messaggio, mail, wapp, sms. Semplice come “ti rispondo a breve”, o “grazie, leggo più tardi e ti rispondo”. Piccole frasi che prendono il tempo e lo spazio di un sorriso, un sorriso virtuale che non muove niente nei ritmi e nelle priorità, è solo una questione di stile e soprattutto di considerazione e di rispetto verso l’altra persona. Forse anche verso se stessi e verso il contesto per non dimenticare il senso autentico della gentilezza: appartenenza, far parte, sentirsi parte di. Ogni gesto gentile verso l’altro è gentilezza verso se stessi, verso il contesto nel quale si opera e contribuisce a generare un clima dove si vive bene, che sia quello personale o professionale, implementando il senso di cooperazione, di efficacia e di efficienza: con leggerezza!

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