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La gentilezza nell'ascolto

La gentilezza nell'ascolto

23 Agosto 2018 Anna Maria Palma
Anna Maria Palma
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Ascolto attivo. Significa che ascoltare presuppone una qualche attività. Così quando tengo una conferenza o parlo ad un convegno, mentre il mio sguardo cerca di raggiungere e toccare tutti, almeno con lo sguardo appunto, rintraccio quegli occhi, quell'espressione del viso, quella postura del corpo che più mi trasmettono una connessione, una presenza scelta nell'ascoltatore, una responsabilità assunta nel condividere l'esperienza che entrambi a qualche livello abbiamo scelto di "spartire". Mai avevo letto parole così sagge in questo libro "L'arte di ascoltare" di Plutarco con testo originale in greco. Ho estratto alcune considerazioni. Così ho pensato che ad un mio prossimo evento, invece di distribuire informazioni su quello che sto per dire, distribuirò queste indicazioni. Magari non rimarrà granché di quanto ho detto, ma tutti avranno una indicazione su come ascoltare, per la gioia di qualunque relatore.

 

L’arte di ascoltare Plutarco

Qualsiasi discorso è nullo se non è ben inteso.

L’ascolto, spesso sottovalutato, è infatti una metà fondamentale dell’atto della comunicazione.

In questo manuale, tratto dai Moralia, Plutarco elargisce consigli di virtù, ma anche esempi di vizi che toccano uno degli aspetti più importanti della vita umana. Perché l’arroganza, l’odio, la presunzione e la smania di protagonismo inquinano la nostra disposizione verso l’altro e le sue ragioni.

Dedicata a Nicandro, in occasione del suo ingresso nell’età virile, l’operetta si rivolge ai giovani, affinché sappiano maturare senza cedere al disordine delle emozioni, ma in ogni cosa cercando la pacatezza e la riflessione. Plutarco mette in guardia contro le belle parole vuote, contro i discorsi apparentemente affascinanti, ma privi di sostanza, usati per abbindolare gli ingenui e coloro, appunto, che non sanno ascoltEd è solo seguendo la ragione che si può essere veramente liberi.

 

L'arte di ascoltare.jpgIl senso dell’udito, il quale come dice Teofrasto, è esposto più di ogni altro alle passioni, inquantoché la vista, il gusto e il tatto non producono i turbamenti, gli sconvolgimenti e le paure che l’udito riversa sull’anima quand’è investito da clamori, strepiti e rimbombi

Le orecchie sono le uniche parti del corpo sensibili alla virtù, purché siano fin dall’infanzia mantenute pure, integre e impermeabili all’adulazione e ai discorsi cattivi......l’ascolto di un brutto discorso può provocare un’alterazione del carattere.

Come un esperto allevatore di cavalli rende la bocca di questi sensibile al morso, così un bravo educatore rende le orecchie dei ragazzi sensibili alle parole, insegnandogli non a parlare molto, ma ad ascoltare molto.

Il silenzio quando si ascolta qualcuno è sempre un ornamento sicuro, specialmente per un giovane, ma bisogna evitare di agitarsi e di abbaiare ad ogni battuta, aspettando pazientemente che l’interlocutore abbai finito di esporre il suo pensiero, anche se non lo si condivide, senza però investirlo subito con una sfilza di obiezioni, ma -come dice Eschine- concedendogli ancora un po’ di tempo perché possa integrare, chiarire o correggere quanto ha detto, ed eventualmente ritrattare qualche frase affrettata.

Chi infatti passa subito al contrattacco non solo interrompe e spezza il logico fluire del discorso, ma non ci fa una bella figura e finisce per non ascoltare e non essere ascoltato.

Dobbiamo tenere presente che i buoni risultati di un discorso non dipendono dal caso o dalla buona sorte, ma sono frutto di studio, di impegno e di duro lavoro, perciò bisogna trarne motivo di ammirazione per chi parla e cercare di imitarlo.

È facilissimo rintuzzare le argomentazioni di un avversario, ma contrapporne di migliori non è semplice e costa fatica.

...perciò fermerà la sua attenzione sui contenuti e cercherà di cogliere l’essenza del discorso, nonché lo stato d’animo dell’oratore, per trarne solo ciò che è utile e vantaggioso, riflettendo che si trova non in un teatro o in un auditorium musicale, ma in un’aula scolastica, per migliorare la propria vita non con una bella scenografia ma con la nuda e semplice parola.

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...a maggior ragione quando veniamo via da una lezione o da una conferenza dobbiamo guardare dentro di noi per verificare se l’anima si sia liberata di qualche peso superfluo e si sia fatta più mite e più leggera. Come dice Aristone “a nulla servono un bagno e un discorso se non ci rendono puliti”.

Se il dibattito ha un tema specifico già stabilito, ascolti in silenzio chi parla, perché deviare il discorso su altri argomenti, interrompendolo con domande continue e imbarazzanti, non solo rende sgradito e sgarbato chi le fa, ma non reca a lui nessun vantaggio e finisce col confondere chi parla e le cose che dice.

Occorre anche evitare di porre troppe domande e di intervenire continuamente, perché anche questo è indice di esibizionismo. Ascoltare invece con pacatezza gli interventi altrui denota rispetto e volontà di apprendere, a meno che uno non si senta turbato da qualche frase e averta il bisogno di liberarsi da quella passione che l’opprime o di alleggerirne il tormento.

È impossibile infatti che in un dibattito l’oratore sia talmente sprovveduto e superficiale da non avere proprio niente che possa essere apprezzato: un pensiero, un’idea, una citazione, il tema stesso o lo scopo del suo discorso o quantomeno lo stile, la disposizione della materia, qualcosa insomma, che risalti, come fra i cardi spinosi e la scabrosa ononide, spuntano i delicati e candidi campanellini.

“ogni parola è chiara e ben tornita”

L’ascoltatore ha dunque una vasta gamma di motivi e di spunti per mostrarsi gentile con chi tiene una conferenza o una lezione. Non è necessario dimostrarglielo con la voce, bastano uno sguardo mite, un volto pacato, un atteggiamento benevolo e interessato.....stare seduti, col busto eretto, non assumere pose rilassate e tantomeno scomposte, tenere lo sguardo fisso su chi sta parlando, mostrandosi attento e vivamente interessato ma con nel volto un’espressione che non lasci trasparire non solo alcun sentimento di alterigia o di insofferenza, ma neppure altri pensieri o preoccupazioni...chi ascolta con fronte accigliata, indice di arroganza o presunzione, un volto annoiato, lo sguardo errante di qua e di là, le membra scomposte e le gambe accavallate; e sono comunque biasimevoli e da evitare con molta accortezza anche un cenno o un bisbiglio col vicino, i sorrisetti ironici, gli sbadigli sonnacchiosi, seppure repressi, il capo abbassato e qualunque altro simile atteggiamento.

Alcuni pensano che in un dibattito gli ascoltatori non abbiano altro impegno che quello appunto di stare ad ascoltare e che l’impegno sia tutto dell’oratore. Così molti pretendono da lui una preparazione approfondita e dettagliata sull’argomento, loro entrano nella sala spensieratamente, senza curarsi di cose che invece li riguardano, e se ne stanno lì comodamente seduti come se si trovassero ad un banchetto felici e contenti alla faccia di chi ha lavorato per loro. Ma se pure un commensale ha degli obblighi di cortesia nei confronti di chi l’ha invitato, molti di più ne ha chi ascolta una conferenza, perché partecipa alla discussione, è come un compagno di lavoro dell’oratore, e perciò non è bene che si metta a criticarne severamente le parole, i gesti e le imperfezioni, assumendo per giunta un contegno scomposto e irresponsabile per tutta la durata dell’ascolto. Come nel gioco della palla bisogna che chi la riceva si muova in sincronia con chi la lancia, così in un dibattito deve esserci una certa sintonia tra l’oratore e l’ascoltatore, quando ciascuno dei due sia rispettoso di ciò che gli compete.

Vi sono poi certuni che per guadagnarsi la nomea di persone attente e perspicaci, anche quando non serve, riempiono e sfiniscono di chiacchiere e di domande curiose l’oratore, sollevando quesiti che non hanno nulla a che vedere con il tema della discussione, o chiedendo spiegazioni su argomenti che sono già chiarissimi di per sé: così una strada corta si fa lunga, e non solo per loro, come dice Sofocle, ma anche per gli altri.

La mente non è un vaso da riempire, ma come la legna da ardere ha solo bisogno di una scintilla che la accenda e le dia l’impulso per la ricerca e un amore ardente per la verità. Come uno che vada a chiedere del fuoco ai vicini di casa, ma poi, trovandosi davanti una bella fiamma grande e luminosa, se ne resti lì a riscaldarsi, così chi si reca da uno per ascoltare la sua parola, ma non ne attinge alcuna luce per la propria mente, ammaliato dal fascino della sua bella lezione, ne trae solo un riflesso esteriore (come un volto che si illumina e si arrossa al riverbero della fiamma), non si purifica interiormente, non si libera dal buio e dalle scorie dell’anima, che solo la filosofia riesce a scacciare.

Bisogna però che alla teoria si unisca la pratica, attraverso l’esercizio delle personali capacità inventive, per costruirsi una forma mentis non da sofisti, da stoici o da scienziati, ma intima e filosofica, nella convinzione che un buon ascolto è il punto di partenza per vivere bene.

 

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