L'Arte Col Tempo Rana /

ART-icolo 1: L’importanza di essere Col Tempo Rana

ART-icolo 1: L’importanza di essere Col Tempo Rana

05 Aprile 2014 Walter Coda
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E già, quando il gioco si fa duro, la mente comincia a sognare. Il professor Coda spiega l’arte col tempo rana! Si, non è uno scherzo, perché l’arte, col tempo, è diventata forma sempre più concreta di concetto e idea rivoluzionaria, tra connotati digitali ed espressioni naturali. Come le rane di rottura stile Cracking Art distribuite qua e là per Bologna, Milano e dintorni o gli iperrealistici ritratti dipinti su tablet attraverso il finger painting.

Ma si sa, come affermò il sommo Julius von Schlosser nel 1935, “non esiste in realtà una cosa chiamata arte”, ci sono i cosiddetti Artisti che un tempo tiravano giù scarabocchi nelle caverne e oggi tracciano linee con le dita su schermi tattili per restituirci una Grande Bellezza.

Okay, mi spiego meglio :)

Se la storia siamo noi, vuol dire che l’arte deve interpretare al meglio le nostre abitudini, osservazioni, emozioni, vomitando innovazione, perché piena di riferimenti col passato e regole precise da applicare. Si, avete letto bene, non ho sbajato - e qui? - perché un termine volgare può risultare estremamente positivo se viene utilizzato per rompere codici e far avanzare la ricerca attraverso lo stimolo, l’eccitamento, la provocazione.

E qui viene il bello, tutti pazzi per l’orinatoio di Marcello! L’origine dell’arte contemporanea. Come? Chi? Checousa? Circa 100 anni fa, anno più, anno meno, ci fu un signore chiamato Duchamp, che un giorno decise di fare il monello: de-con-te-stua-liz-za-re. Cioè prendere un oggetto e trasferirlo dal suo luogo abituale ad uno straordinario. Un’operazione che oggi potremmo definire estremamente abile e di facile uso, che procurerebbe migliaia di Like sui social network e decine e decine di condivisioni. Siamo in pieno stile Dudù Dada Da.

Il vespasiano in questione - mi raccomando, non identifica né Bruno Vespa né il famoso motoscooter, è soltanto un altro modo per chiamare in modo storico ed elegante il popolare “cesso” - è un ready-made, ovvero l’oggetto preso di sana pianta e spostato in un museo per dargli carica artistica e forza spirituale (intendo ironica e con tanto senso dell’umorismo). Tutto qui? Eh no, qui dobbiamo stare molto attenti: perché l’artista non è più colui che sa fare delle opere d’arte con le sue mani, bensì l’individuo che sa cogliere nuovi significati alle cose già esistenti, cambiando completamente il concetto all’interno dei svariati mezzi di espressione. “A prescindere!”, come Totò insegna e Bonito Oliva raccomanda.

Benché sull’inizio dell’arte contemporanea ci siano seri e concreti dubbi onesti - secondo illustri critici già da fine Ottocento Paul Cézanne scatenò la concettualizzazione dell’opera d’arte, mentre altri considerano l’espressionismo la vera rottura attraverso la quale l’artista comprende che non esiste un solo approccio oggettivo alla realtà - l’arte contemporanea è viva e in continua ibridazione, come del resto il pianeta “Technologia” ci mostra attraverso computer art, App per qualsiasi bisogno fisiologico e rivoluzione sociale digitale. Ma una domanda-quesito-perplessità sorge superspontanea: sarà sempre così o arriveremo al punto di tornare indietro e ricominciare un nuovo ciclo come acqua e nuvole svolgono dalla notte dei tempi?
Nessuno potrà mai prevedere il futuro, ma un’osservazione personale mi conduce ad una riflessione scritta: se il mondo degli smartphone e dei tablet riesce a replicare un evento in infiniti eventi per infinite possibilità, potranno le nuove generazioni valorizzare la tanto cara Aura dell’opera d’arte e realizzare IDEAFATTI che restituiscano l’hic et nunc che tanto Benjamin ci ha descritto? Potremo gustare l’esistenza unica e irripetibile di un lavoro artistico nel luogo in cui si trova senza guardarlo dallo schermo di un terminale che ci rende schiavi e stupidi e privi di consapevolezza umana?

A noi tutti questo difficile compito.

Per evitare di assaggiare doppiamente la radice di un gusto, sosteniamo quello che i Tedeschi ci hanno ben suggerito: “Fallo meno bene, piacere troppo è male”, così troveremo il giusto compromesso tra naturale e digitale, senza strafare.

Beh, ora il viaggio artistico contemporaneo con il professor Coda è cominciato. E non dimenticate la cultura popolare, il dialetto, il nostro sano colloquio quotidiano che ci conduce alla preferita terna. Tutto in chiave rigorosamente rock. E anche electro house, giusto per alimentare il DADA.

E capì?

2014 COPYRIGHT © Walter Coda - tutti i diritti riservati all’autore

 

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