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Specchi digitali e relazioni umane

Specchi digitali e relazioni umane

28 Dicembre 2017 Manola Orsi
Manola Orsi
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Il riflesso che più ci rimandano gli specchi digitali è una perdita di connessione emotiva nella vita reale. Se accendiamo una luce sulle nostre vite ci scopriamo persi nelle nostre solitudini, presenti ma meno accessibili emotivamente a se stessi e agli altri. Ci contattiamo di più ma ci incontriamo meno. Presi dal fare, tutto appare più agito che sentito. Spesso, stiamo quindi sopravvivendo invece che vivendo.

L’era digitale si è instaurata nelle nostre esistenze con le caratteristiche di un processo evolutivo inesorabile e pervasivo. Come molti studiosi asseriscono, ci stiamo addentrando alle soglie di una mutazione, che è contemporaneamente psicologica e sociale, ormai antropologica, latrice di potenzialità, risorse, livelli di apprendimento e di disagi dell’essere umano e rischi di patologie, in gran parte , da scoprire.

Stupore, entusiasmo, paura, interrogativi costellano questo scenari dalla geografia ancora incerta.

Diventa fondamentale acquisire una consapevolezza critica che possa far luce sulla complessità del fenomeno e incentivi una riflessione costruttiva. Solo così possiamo evitare di cadere in banali semplificazioni che esaltano o demonizzano le nuove tecnologie e allo stesso tempo non sottovalutare i fenomeni emergenti (come l’abuso tecnologico, la dipendenza da internet, la pedofilia, la pornografia in rete, la solitudine, l’emarginazione tecnologia, il cyberbullismo) che hanno trovato nella rete un loro spazio di espressione.

Le ricerche condotte sulla dipendenza da internet sottolineano di considerare, accanto all’elemento prettamente “quantitativo” dell’uso di internet (tempo trascorso  a navigare in rete), anche e soprattutto il significato e l’importanza, da un punto di vista psicologico, che lo strumento sembra rivestire per il soggetto, individuando nell’intreccio  tra quelle che sono le caratteristiche e le potenzialità della rete e le caratteristiche di personalità e i bisogni soggettivi  e intersoggettivi dell’individuo, i nodi e processi che sottendone all’uso e abuso delle nuove tecnologie.

 

Il digitale cattura, esalta, eccita. La multimedialità è fatta di immagini interattive che ci informano silenziosamente anche al di là della nostra coscienza.

L’elemento centrale di internet è una serrata interattività che ha cambiato lo spettatore passivo in produttore attivo. Svolgendosi, così, all’interno di una forma di relazione che genera pensieri e opera trasformazioni attraverso il vissuto delle emozioni, ogni forma di interattività è psicoattiva ed è quindi in grado incidere sui processi mentali  di chi lo usa.

La rivoluzione digitale è tale anche perché la tecnologia è divenuta anche un ambiente da abitare, un mondo, con la sua propria lingua, che si intreccia con quello reale e che determina vere e proprie ristrutturazioni cognitive, emotive e sociali dell’esperienza, capace di rideterminare la costruzione dell’identità e delle relazioni, nonché il vissuto dell’esperire.

Del resto l’evoluzione digitale si è instaurata nelle nostre esistenze senza fare troppo rumore, quasi fosse un processo naturale, fisiologico che ha  come fine ultimo la relazione tra esseri umani, coinvolgendo allo stesso modo l’interpersonale e l’intrapsichico.

Queste osservazioni confermano che la virtualizzazione della relazione e la sua spiccata tecnomediazione , eleggono una nuova forma di relazione: la connessione. 

Siamo animali profondamente sociali, cablati per connetterci gli uni con gli altri, e lo facciamo attraverso le emozioni. La mente è “costantemente in cerca di altre persone con cui entrare in risonanza  e condividere esperienze” essa è intrinsecamente intersoggettiva. Le relazioni plasmano la mente e il cervello fin dalla nostra vita intra-uterina e danno sostanza e significato alla vita nella sua interezza in quanto modellano i sistemi di regolazione fisiologica, e tra essi innanzitutto il sistema dello stress, lasciando impronte che tenderanno a permanere anche nelle fasi successive della vita.

La relazionalità e con essa il sostegno sociale sono quindi un imperativo, una necessità biologica, non  un’optione, essa è la necessità fisica di interagire e creare legami, di co-regolare lo stato bio-comportamentale attraverso la relazione con gli altri, un bisogno innato di entrare in contatto, in connessione, con gli appartenenti alla propria specie un bisogno non solo funzionale ma anche e soprattutto emotivo, profondamente intimo. Un senso di connessione con una persona affettivamente importante è il principale dispositivo innato di regolazione delle emozioni.

 

Data la natura intimamente sociale degli esseri umani non stupisce il favore con cui sono state accolte le più recenti tecnologie, la caratteristica  della nostra specie che è stata propriamente sfruttata ai propri fini dall’industria del settore.

Visto che nasciamo predisposti a reagire all’ambiente e che  lo sviluppo del cervello è regolato da geni che interagiscono con le esperienze di vita, lo fa anche il DNA tramite processi epigenetici, noi diventiamo le nostre esperienze! Diventa affascinante e inevitabile studiare l’impatto  e le conseguenze che un mezzo così straordinario con la sua pervasiva tecno mediazione della relazione e delle esperienze possa avere sul nostro sistema complesso mente-corpo-cervello e sui rapporti umani. Le relazioni sono virtuali ma i suoi effetti sono concreti.

Dalle neuroscienze sappiamo che il cervello umano è plastico, dato che, una vasta gamma di esperienze quotidiane, attività fisiche e mentali, possono cambiare le connessioni neuronali e le sue funzioni. Alcune ricerche hanno evidenziato come le tecnologie digitali stiano di fatto cambiando i nostri cervelli, aumentandone l’attività in diverse regioni. D’altra parte, internet ha conseguenze psicologiche sul nostro cervello non solo perché ci impegna in determinate attività, ma perché non ci impegna in determinate altre attività.

Attraverso il suo modo di funzionare e le sue richieste, esso fornisce un tipo di allenamento che si avvicina molto di più alla distrazione che alla concentrazione, favorisce il pensiero distratto, il rapido passaggio da un concetto all’altro e un apprendimento di superficie, in cui vengono  a mancare l’approfondimento critico e l’elaborazione dei contenuti.

Viene meno il “tempo del riposo” necessario a pensare creativamente. Insieme a tante abilità cognitive che l’uso di internet pare rafforzare sembra che  abbia impoverito le capacità autoriflessive  e di mentalizzazione degli individui. I concetti di spazio, tempo, territorio, incontro, inoltre sono sottoposti ad una consistente trasformazione.

Stiamo, così, precipitando in una società incessante, sempre attiva sempre più incapace di staccare la spina, sempre lì a digitare, a twittare, a condividere, senza differenze tra giorno e notte, tra feriale e festivo, tra casa e ufficio. Essa è in fondo l’espressione della postmodernità tecno liquida, che è caratterizzata secondo la definizione che ne da Cantelmi, dall’abbraccio ineludibile tra il mondo liquido e la rivoluzione digitale.

I modi  e le sembianza con cui interagiamo nel cyberspazio danno forma ad una identità digitale che  a volte diventa una personalità alternativa che non ha nulla di virtuale, ma che dobbiamo imparare a integrare nella nostra personalità.

Come precedentemente esposto, il rispecchiamento emotivo è un processo fondamentale per la costruzione di una sana personalità, inizia nella prima infanzia e dura tutta la vita ed è ciò che accade quando ci si guarda negli occhi e si pensa la stessa cosa. Sancisce un momento di profonda unione, che ci fa sentire tutt’uno con l’altro.

La società attuale offre al singolo pochi strumenti e spazi relazionali per affrontare le crisi personali, in contesti protetti, in cui sia possibile confrontarsi con i sistemi di significato altrui, o con sistemi di significato propri, per poter cogliere nuove prospettive di lettura della propria storia o entrare in contatto con il proprio sé autentico.

Appare chiaro che ciò che la rete fornisce è la possibilità di esprimere di sé tutti quegli aspetti che nel reale non trovano un sufficiente spazio e permette di preservare il proprio ideale dell’io da un non controllabile impatto con la realtà: è possibile esprimere di sé solo ciò che ciascuno di noi recluta accessibile tralasciando o addirittura negando quello che si ripudia o con il quale non si riesce a convivere.

Pur offrendosi nella funzione di specchio, il web che è solo un surrogato, non riesce a svolgere questo compito complementare. Ciò che viene a mancare è la presenza di un ricevitore attivo che possa rimandare una rielaborazione di ciò che ha acquisito.

Nell’universo digitale grande assente è il corpo fisicamente inteso (non ci si può toccare, baciare, ecc) e con esso tutta la comunicazione non verbale. Di fatto la sua esclusione dalle relazioni web-mediate, estromette una molteplicità di spunti emotivi e affetti che il corpo in sé media e, nonostante gli sforzi sempre più sistematici e creare icone, acronimi ed altri segni che possono indicare stati d’animo, emozioni e intenzioni, diminuisce la possibilità di accesso a tutta una serie d’informazioni fondamentali nell’interazione fra due individui.

Posso ricevere attenzioni, conferme: un “mi piace” è dopante ma non nutriente. Tutto ciò  rende di fatto la comunicazione tra due utenti una comunicazione tra due sole menti. Dobbiamo quindi accettare una dissociazione basale della mente rispetto al corpo tutte le volte che si internet mettiamo in gioco la nostra emotività.

In esse l’incontro con l’altro può essere definito a rischio ridotto. Ciò che si pone come una barriere esercita una funzione protettiva. Questo può essere un elemento favorente che può spingere un ragazzo timido  a fare dei passi in avanti ed uscire di casa da solo, ma, allo stesso modo può essere alla base di sensazioni di onnipotenza, di vissuti di depersonalizzazione e di un incremento dell’ideazione paranoidea.

Possiamo quindi asserire che droghe e comportamenti dipendenti costituirebbe un tentativo disfunzionale di regolare contenuti emotivi in persone con carenti competenze meta cognitive e di identificazione e distinzione delle emozioni traumatiche.

La rete può inserirsi in questi spazi psicologici deficitari di sofferenza psichica, un mondo che non di rado costituisce il terreno predisponente della dipendenza patologica, producendo un processo di disconnessione del soggetto dalla realtà e dalle relazioni che lo circondano.

Questo stato dissociativo transitorio, che si sedimenta progressivamente con le ore di connessione, non si pone ancora come esito patologico, ma come matrice ideale in grado di generarlo in un continuum dall’abuso alla dipendenza patologica.

Secondo Popper, oltre una certa soglia di imput sensoriali perdiamo la nostra capacità discriminante e con essa il nostro senso etico. L’empatia è una disposizione umana che ci mette in sintonia con i nostri simili, di cui ci fa condividere le emozioni, dapprima in modo automatico e mimetico, poi in mdo sempre più cognitivamente mediato

L’illusione generata dalla rete di essere sempre connessi, sempre insieme; ciascuno per conto proprio, lontano dagli altri, in un “non luogo” che non appartiene a nessuno, porta a relazioni dirette ma non empatiche, con una crescente difficoltà a immedesimarsi negli altri. Per tutti i motivi sopra elencati, diminuisce il sentimento di intimità e spesso aumenta il senso di solitudine, così come crescono le possibilità di conoscenza e si riducono le occasioni di vera complicità.

 La conseguenza più immediata della mancanza di empatia è un aumento del comportamento aggressivo, che già  constatiamo nei social, con il rischio di un aumento dell’aggressione anche nella vita reale a discapito della socialità positiva, cioè la cura l’altruismo e la cooperazione.

Credo che il riflesso che più ci rimandano questi specchi digitali sia una perdita di connessione emotiva nella vita reale. Se accendiamo una luce sulle nostre vite ci troviamo sempre più spesso ognuno di noi persi nelle proprie solitudini, presenti ma meno accessibili emotivamente a se stessi e  all’altro. Ci contattiamo di più ma ci incontriamo meno, presi dal fare tutto appare più agito  che sentito. Spesso, stiamo quindi sopravvivendo invece che vivendo. Questa solitudine e inaccessibilità dell’altro a livello neurocettivo, inconsapevole, spaventa l’uomo perché filogeneticamente e ontogeneticamente ha bisogno dell’altro per sopravvivere e sentirsi sicuro così da accedere alle sue risorse di homosapiens.

Abbiamo bisogno di tempo e spazio per se stessi e per l’altro, abbiamo bisogno di sentire che la condivisione del nostro stato emotivo venga accolto  e riconosciuto  e possa avere un effetto sul’altro. In tal senso la relazionalità diventa un’opportunità, una risorsa, potenzialità per la persona che però se non gestita, curata può diventare il suo limite accentuando questa sensazione di solitudine e di profondo disagio personale (più o meno consapevole) con atteggiamenti di chiusura.  Tutto questo non significa che vorremo o possiamo annullare il nostro bisogno dell’altro, la nostra fisiologia continuerà a richiederne il suo appagamento, magari aumentando le ore di connessione e perdendo la vera possibilità di cura e di benessere che sono le relazioni in carne e ossa. La tecnologia ha la potenzialità di ammaliarci, riuscendo a farci dimenticare ciò che sappiamo della vita. Mi piace vedere, quindi, questa ricerca nell’iper-connessione digitale come un riprova dell’ingente necessità della relazionalità insita nei nostri bisogni psicobiologici e che forse il problema è che stiamo perdendo i confini tra le due realtà, senza distinguerne  le diversità, potenzialità, effetti.

Ci stiamo allontanando da nutrienti ambienti che dobbiamo ritornare, imparare, allenarci ad abitare che sono il nostro corpo e le relazioni umane perché se di relazioni possiamo ammalarci solo in relazione possiamo guarire.

Ecco che  l’incontro  con internet, l’incontro con il cambiamento tecnologico, si prefigura per il soggetto come un nuovo compito di sviluppo, come una nuova sfida carica di fattori critici che richiede, per essere affrontata con efficacia , una capacità di adattamento, un bagaglio d risorse strumenti, abilità, conoscenze, modalità relazionali da coltivare.

Il tempo e l’evoluzione della tecnologia non si possono fermare, ma credo sia importante risvegliarsi dalla “trance” in cui stiamo vivendo e attraverso maggiori conoscenze ed  una consapevolezza critica imparare a  “navigare” nel “villaggio globale” senza perdersi sia come persone sia come professionisti. Un antidoto per facilitare questo processo è l’educazione.

 

Come persone la forma più sottile è educarci all’emotività, a quello che ci sorge interiormente. La vera sfida insita nel percorso di cura di Sé coincide con il ristabilire la padronanza del corpo e della mente, vale a dire, di noi stessi; ritrovare la propria rotta. Tutto ciò significa essere liberi di sentire ciò che sentiamo, senza essere sopraffatti o arrabbiati, o in preda alla vergogna o collassati ed avere chiari i nostri valori, convinzioni, obiettivi, interessi rispetto ai quali  queste nuove possibilità virtuali e sociali ci confondono. La ricerca ci dice che sentirsi a proprio agio anche con le proprie vulnerabilità  è fondamentale per la nostra felicità, la nostra creatività e anche la nostra produttività e un’autentica apertura all’altro.

Questo appassionandosi alla vita e questo sentire di avere gli strumenti per affrontarla nelle difficoltà che mi propone, aumenta il senso di efficacia e  di sicurezza  e, con esse, la produzione della nostra “farmacia interna”,  che costituisce la nostra più grande risorsa e possibilità nonché fattore di protezione contro i processi di malattia. Fondamentale è vivere in armonia con le leggi della natura stabilendo il giusto ritmo di marcia e usare tecniche per migliorare la qualità della vita.

Inoltre, credo che nella vivacità e pluralità di visione e possibilità di intervento che permea oggi il panorama culturale in cui ci muoviamo, ogni professionista non deve dimenticare che una cosa è senz’altro vera: molte persone sono prigioniere, in maniera più o meno consapevole, di malesseri e vere e proprie patologie che impediscono loro di vivere una vita “normale” e “piena” e di rapportarsi col mondo in maniera soddisfacente. C’è gente che soffre e ognuno di noi operatori della salute nel “risvegliare le coscienze”, è importante che capisca al meglio come fare ad aiutarla e sensibilizzarla avendo conoscenza di tutti i processi che forgiano e possono condizionare l’essere umano e la parte del sistema di esso che ogni specialista va a curare, nonché la visione d’insieme del tutto.

La sola cura per le connessioni fallimentari è parlare, riprendere a conversazione rappresenta un passo verso il recupero dei nostri più fondamentali valori umani.

C’è bisogno, allora, di mantenere una forte esperienza di relazioni sociali reali nella vita di tutti noi: adulti, adolescenti, bambini. Le esperienze sociali virtuali devono essere messe al servizio di quelle reali, degli spazi condivisi, per sostenerle anche quando non è possibile un contatto vero. Devono essere utilizzati non come una protesi, ma come un ausilio alla realtà reale, alla vita vera di cui dobbiamo prenderci cura ogni giorno, senza cedere a facili scorciatoie alle inevitabili difficoltà che qualunque relazione umana comporta.

Uno strumento, quindi, non un fine il virtuale, che serve a connettere, costruire, creare opportunità, e così ben venga. Non c’è bisogno di rinunciare al proprio smartphone. Il suggerimento è di osservarli più attentamente, conoscerli per iniziare ad avere con essi un rapporto di  maggiore consapevolezza. In tal modo comprendendone  i profondi effetti che ha su di noi, possiamo accostarci al cellulare con scopi più chiari e sceglierci di goderci le sue comodità in modo diverso.


 

*Immagine testata di Elise Tak

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