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La fantasia dei bambini

La fantasia dei bambini

04 Aprile 2018 Walter Coda
Walter Coda
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Il prof di Brisco insegna Arte e Immagine. E non solo. Si diverte con tutti, ma proprio tutti, e sembra che la cosa funzioni anche per i ragazzi. Racconta aneddoti e storie personali per rendere viva la lezione, ma continua a formarsi e imparare da loro.

Un esempio?

“Su un’isola immaginaria tutto è al contrario: gli elefanti sono piccoli, i maiali sono giganti e hanno gli zoccoli. Gli ippopotami sono magrissimi, sugli alberi fioriscono taralli (il cibo preferito degli asini volati). Un giorno, un folletto detto “Mamed” guardò dentro il caffè e vide un mondo tutto immaginario. Cercò di staccare lo sguardo da quel “pozzo”, ma non ci riuscì. Tutti adesso diranno che ha visto la top model Alessia, ma invece ha visto per la prima volta lo spazio. Non ha visto quelle noiose stelle o il buco nero (beh, se avesse visto queste cose, sarebbe stato sicuramente in grado di staccare lo sguardo). Mamed aveva per la prima volta sognato: per lui il sole è un albero infinito le cui radici sono la fantasia dei bambini.”

Ormai Google e le varie reti sociali hanno reso le informazioni come un passatempo superfluo, uno scorrere col pollice che fa figo e va di moda. Bisogna ritornare ad una dimensione più vicina alla realtà per lasciare spazio all’immaginazione.

Troppe foto fanno male, ci rendono schiavi di una percezione che non c’è, di un sentire che ripropone il fallimento di tanti anni di ricerca del proprio istinto primordiale, ovvero la fatica di tener cari i ricordi, dei segreti che nessuno conosce. “Online”, “Screenshot”, “Live”, “Stories” sono diventate le armi psicologiche più potenti del 2000 e rotti anni, ci costringono ad essere sempre disponibili e possiamo spettegolare come vogliamo, basta copiare messaggi di conversazioni private e renderle eternamente pubbliche a libere interpretazioni. E poi restiamo eterni romantici, ci piace pubblicare immagini con frasi poetiche e sensazioni d’amore, perché in fondo tutti abbiamo bisogno di essere accettati in una società e non vivere in solitudine. Mirko fa tante altre cose, le sintetizza e le rende vulnerabili. Cosa vuol dire? Attraverso il viaggio, tutto diventa un altro viaggio. Dentro, sempre più interno, un continuo indagare.

Ci siamo, si arriva al dunque delle parole. Questa storia sarà un diario di vita, di quelli che ognuno scrive per raccontarsi, per sentirsi meglio ogni volta che c’è qualcosa che non va. Mete, strade, vie di arte, avventura, tecnologia e tradizioni, una profonda curiosità di scoprire sé stessi. Ogni pagina un luogo, un’emozione, un perché. Perché? Perché (ancora?) ciò di cui abbiamo bisogno è una direzione, scegliere di soffrire al meglio per godere di tutte le paci che ci circondano. Non so, suona quasi male paci, mi ricorda più il cantante che il vocabolo “tranquillità”. Più adeguatamente scriverei: attenzioni.

Immaginiamo Mirko con Oronzo, il suo camaleontico monopattino e uno smartphone di ultima generazione. E nello zainetto carta, penne, matite spuntate, sketch book di forme strane e tanto entusiasmo.

Eccolo scendere dal treno, dal pullman, dall’auto, pronto ad alzare lo sguardo e ammirare il nuovo posto di partenza. O chissà, di arrivo.

Il viaggio sta per iniziare. Sorriso, trepidazione, cuore.

 

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