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Darsi tempo, non volere tutto e subito sembra diventato impossibile.

Darsi tempo, non volere tutto e subito sembra diventato impossibile.

07 Novembre 2017 Psicologia e Tecnologia
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Intervista di SoloTablet con la psicologa Giulia Checcucci - "Credo che sarebbe utile mettere in luce come si stia viaggiando troppo velocemente, senza fermarsi a guardare chi si ha intorno, troppo presi a fotografare cibi, eventi o persone da postare su Facebook o Twitter o Istagram! In questo senso credo che sarebbe davvero utile una riflessione a livello generale, non solo di psicologi e scienziati ma anche di famiglie, educatori, insegnanti perché è da loro che occorre iniziare a mettere in luce quanto sia importante dare nuovi modi di interagire con le tecnologie, imparando a scegliere e darsi tempi in cui usarle e tempi in cui fare altro e in altro modo."

La tecnologia definisce il contesto nel quale ci muoviamo, ci relazioniamo con noi stessi e con gli altri. Le forme di interazione con essa sono dettate dalle pratiche imposte dai dispositivi, dalle regole delle piattaforme di social networking, dagli algoritmi e dagli spazi virtuali del Web. La riflessione sul ruolo della tecnologia, sulla sua pervasività e sui suoi effetti non può essere lasciata solo ai tecnologi o ai filosofi ma deve coinvolgere tutti, anche gli psicologi.

La psicologia può contribuire sia all'implementazione di tecnologie più umane e alla loro conoscenza, sia a comprendere gli effetti della tecnologia sulle persone e a suggerire cosa fare per viverla in modo efficace favorendo il benessere personale, la conoscenza del Sè e del mondo, ed evitando le sue dipendenze e i rischi potenziali.

Sulla tecnologia e i suoi effetti SoloTablet sta sviluppando da tempo una riflessione ampia e aperta, contribuendo alla più ampia discussione in corso. Un approccio usato ha coinvolto tramite interviste filosofi, teologi, antropologi, psicologi e studiosi che stanno contribuendo con il loro lavoro speculativo, di ricerca, professionale e di scrittura a questa riflessione. Questa intervista è stata pensata per gli psicologi.

 

In questo articolo proponiamo l’intervista che Carlo Mazzucchelli  ha condotto con Giulia Checcucci, Psicologa Psicoterapeuta e Sessuologa.

 

Buongiorno. Può raccontarci qualcosa di lei, della sua attività attuale, delle sue specializzazionie aree di interesse professionale? Come colloca le problematiche tecnologiche all'interno delle sue attività di psicologo/a?

Salve, mi chiamo Giulia Checcucci e sono Psicologa Psicoterapeuta e Sessuologa.

Sono esperta di dipendenze, soprattutto tossicodipendenze, quindi collaboro con il SerT (Servizio Tossicodipendenze) del mio comune. Mi piace il mio lavoro, sia nelle sedute individuali, che in gruppo. I weekend di gruppo che organizzo due volte l’anno mi permettono di esprimere a pieno le mie potenzialità e risorse creative oltre a far sì che ogni persona possa trovare le sue.

Nel mio studio privato vedo le persone e lavoro con loro per un miglioramento della propria esistenza attraverso la Psicoterapia della Gestalt, una terapia basata sulla ricerca della consapevolezza e sull'assunzione di responsabilità, nel qui e ora, all'interno della propria esperienza. Nella terapia utilizzo vari strumenti, alcuni tipici della Gestalt, oppure altri, come l'EMDR, che si utilizza quando ci sono traumi o situazioni che creano disturbo alla persona. Sono anche docente all’Istituto Gestalt Firenze, la mia scuola di Specializzazione, attività che mi diverte e, al tempo stesso, mi permette di continuare a studiare ed aggiornarmi insieme ad altre persone, trasmettendo il piacere ed il nutrimento che dà questo tipo di attività.

Nel mio lavoro, e anche nella mia vita privata, non utilizzo particolari tecnologie, se non il computer ed il cellulare come preziosi aiutanti, ma, per adesso, non ho voglia di rinunciare al cartaceo, al piacere di scrivere sull’agenda o sfogliare un libro, avvertendone il profumo e la consistenza di pagine e carta. Utilizzo i social, soprattutto Facebook, e sono iscritta a siti di Psicologia per essere visibile all’esterno. Da tempo penso alla possibilità di fare sedute tramite Skype ma sto ancora confrontandomi con i miei dubbi sulla capacità di interagire empaticamente attraverso uno schermo. Anche in questa situazione non ho voglia di rinunciare al contatto, ad una stretta di mano, uno sguardo, una sensazione ed a tutto ciò che vedo possibile solo in una situazione reale. Anche se lo schermo mi comunica freddezza e staticità, non rinuncio alla possibilità di poterne usufruire in futuro, magari per situazioni in cui le persone non possano muoversi o siano lontane.

 

Secondo il filosofo pop del momento, Slavoj Žižek, viviamo tempi alla fine dei tempi. Quella del filosofo sloveno è una riflessione sulla società e sull'economia del terzo millennio ma può essere estesa anche alla tecnologia e alla sua volontà di potenza (il technium di Kevin Kelly nel suo libro Cosa vuole la tecnologia) che stanno trasformando il mondo, l'uomo, la percezione della realtà e l'evoluzione futura del genere umano. La trasformazione in atto obbliga tutti a riflettere sul fenomeno della pervasività e dell'uso diffuso di strumenti tecnologici ma anche sugli effetti della tecnologia. Qual è la sua visione attuale dell'era tecnologica che viviamo e che tipo di riflessione dovrebbe essere fatta, da parte degli psicologi e degli scienziati ma anche delle singole persone?

Riconosco che le tecnologie, e mi riferisco soprattutto a computer, tablet, cellulare, hanno semplificato la nostra vita, rendendo più semplice scrivere, comunicare, essere veloci, fare tante cose contemporaneamente. Niente da dire, si raggiungono le persone velocemente, si fanno gruppi su Whatsapp, si arriva ovunque, si girano città sconosciute con Google Maps, tutto è velocizzato, istantaneo, facile.

Nonostante questo, forse perché sono ormai alla soglia dei 60 anni, guardo con nostalgia e cerco di recuperare tempi e modi diversi. In questo senso credo che tutto si risolva nella SCELTA, in maiuscolo perché è forse la cosa più importante che noi esseri umani abbiamo come possibilità, cioè, quella di fermarsi a valutare, agire, con la consapevolezza che ogni scelta comporta un prezzo, una rinuncia. E questo, al giorno d’oggi, mi sembra poco gradito. Darsi tempo, non volere tutto e subito, non consumare voracemente qualsiasi cosa, sembra quasi impossibile.

Vedo tante persone al giorno, e mi stupisco quando comprendo che le lunghe conversazioni di cui mi stanno parlando, con partner, genitori, figli, amici, quindi relazioni affettive, avvengono attraverso Whatsapp! Credo che sarebbe utile mettere in luce come si stia viaggiando troppo velocemente, senza fermarsi a guardare chi si ha intorno, troppo presi a fotografare cibi, eventi o persone da postare su Facebook o Twitter o Istagram! In questo senso credo che sarebbe davvero utile una riflessione a livello generale, non solo di psicologi e scienziati ma anche di famiglie, educatori, insegnanti perché è da loro che occorre iniziare a mettere in luce quanto sia importante dare nuovi modi di interagire con le tecnologie, imparando a scegliere e darsi tempi in cui usarle e tempi in cui fare altro e in altro modo. Per fare un esempio: scrivere al computer è comodissimo, efficace e veloce ma a volte è molto piacevole anche prendere una penna, magari stilografica, e scrivere un biglietto o una lettera!

 

 

Molti adolescenti passano fino a otto ore al giorno connessi ai loro dispositivi mobili. Studi scientifici hanno dimostrato come l'utilizzo eccessivo di strumenti tecnologici aumenti negli adolescenti il rischio della dipendenza e della salute mentale. I problemi evidenziati sono quelli dell'attenzione, del controllo del comportamento e delle emozioni, della relazione con sè stessi e con gli altri. Ci sono anche effetti positivi ma sembrano inferiori a quelli considerati negativi. Lei cosa ne pensa? Quali sono i benefici e i vantaggi e quali i rischi e le problematiche più frequenti?

Come già accennato, tutto dipende da come si utilizzano le tecnologie, in questo caso i dispositivi mobili. Sicuramente con Whatsapp si possono creare gruppi, connettersi velocemente e comunicare con tutti, si possono ricevere appunti di scuola, foto di gite  e altro. Ma si possono anche creare circuiti di violenza psicologica, esclusioni di persone, bullismo virtuale, isolamento. E proprio a proposito dell’isolamento mi vengono in mente gli Hikikomori, cioè gli adolescenti che rifiutano il mondo e si chiudono in camera per non uscirne più per mesi, anni, rimanendo in contatto con il mondo solo attraverso social network e videogiochi. Fenomeno emerso in Giappone, adesso è presente anche in Italia e nel resto dell’Europa.

I dispositivi tecnologici e le loro piattaforme software catturano l'attenzione e tengono incatenati, fisicamente e psicologicamente. Cosa impedisce veramente di staccarsi dal proprio dispositivo? Le applicazioni digitali offrono viaggi senza fine. Social network, Netflix, videogiochi sembrano favorire la serialità e la circolarità, senza vie di uscita. Anche per la loro capacità di produrre gratificazioni continue, consumo del tempo e coinvolgimento emotivo. Esistono secondo lei alternative, vie d'uscite dai mondi virtuali e tecnologici attuali? Cosa bisogna fare per far convivere mondi virtuali e mondi fattualim senza perdere sè stessi?

A rischio di ripetermi, credo che una delle possibili scelte vincenti sia educare alla scelta ed all’assunzione di responsabilità e rischi che questa comporta. L’omologazione è padrona del nostro tempo ed essere un po’ fuori dal coro può costare molto, soprattutto ai ragazzi. Ognuno di noi dovrebbe imparare a usare il proprio tempo, dividendolo tra doveri e piaceri, tra ciò che si deve fare e tra ciò che si può e si vuole fare, in un intreccio armonioso tra mondo reale e mondo virtuale. Posso scrivere al mio gruppo su whatsapp per organizzare una cena dove trovarsi, chiacchierare e mangiare, magari intavolando una discussione sull’uso del cellulare quando stiamo insieme; posso scegliere una penna in un negozio, impiegando del tempo per provarla, guardarla, per scrivere appunti su un quaderno, quindi  svilupparli in una relazione scritta al computer. Se ho litigato con il partner posso mandargli un messaggio per fissare un incontro, proporgli di andare fuori a cena, per poi potergli parlare vis-a-vis.

Potrei fare mille esempi ma spero di avere reso l’idea; l’importante, credo, sia fermarsi a riflettere, guardare quanto tempo si spende nell’uno o nell’altro mondo, cercando una sorta di equilibrio tra reale e virtuale. Come psicoterapeuta ed educatrice, cerco di trasmettere, soprattutto ai giovani, l’importanza delle sensazioni, delle emozioni e dei sentimenti, del vivere nel presente, assaporando ciò che si prova, cogliendo le sfumature e arricchendosi nella relazione con se stessi e con gli altri. Nelle sedute invito al silenzio dei cellulari, al rispetto ed alla privacy, due concetti, mi sembra, un po’ obsoleti, dato che, ormai, sembra normale e dovuto, chiedere di vedere il cellulare al partner come prova di fedeltà!

 

Viviamo immersi in un processo evolutivo che ha assimilato la tecnologia subendone la volontà di potenza e la velocità di fuga. La tecnologia è diventata parte integrante e necessaria della vita di tutti i giorni. Non ne possiamo fare a meno,anche se scarsa è la conoscenza degli strumenti usati e la consapevolezza sui loro effetti. La tecnologia non è neutrale ma neppure cattiva. Molto dipende dall'uso consapevole e critico che di essaviene fatto per conoscere sè stessi e soddisfare i propri bisogni. La tecnologia non deve essere demonizzata ma neppure trasformata in una nuova religione. Maquesto è quanto sembra stia accadendo, evidenziando una nuova fuga dalla realtà e verso l'irrazionalità. Lei cosa ne pensa?

Sono d’accordo, la tecnologia non deve essere demonizzata ma non deve diventare una nuova religione, però sta accadendo, sempre più. A volte, quando sono in treno, mi perdo ad osservare le persone nel vagone; generalmente sono l’unica con un libro in mano, tutti sono chini sul cellulare o lo usano per parlare, generalmente ad alta voce, incuranti di disturbare o invadere il territorio altrui.

Ho la sensazione, sempre più concreta, che la tecnologia stia rendendo schiavi ed è forse per questo che mi ribello e cerco di avere un comportamento consapevole, per me stessa e anche per gli altri, cercando di portare questa riflessione negli ambienti che frequento ed anche nel mio lavoro. Credo, anche se rischio di ripetermi, che l’educazione ad un buon utilizzo delle tecnologie, che non schiavizzi ma renda liberi di spaziare ed essere facilitati nella vita, dovrebbe partire dagli adulti ed essere trasmesso alle nuove generazioni. Solo partendo da genitori, insegnanti e adulti di riferimento che si mettono in discussione e iniziano loro stessi a cambiare, si può sperare in un cambiamento, ma so che è un’impresa ardua, ma, spero, non impossibile!

 

Nell'evoluzione attuale gli esseri umani sembrano delegare alla tecnologia porzioni importanti delle loro vite o usarla come efficace farmaco antidepressivo. Alla ricerca di benessere, felicità e potere, gli umani sembrano coinvolti e complici in un continuo cambiamento che potrebbe determinare la sparizione della loro caratteristica umana. Grazie ai nostri dispositivi tecnologici ci sentiamo tutti un pò superuomini ma la percezione che la tecnologia stia prendendo il sopravvento genera ansia, panico e infelicità. Forse per questo si preferisce vivere nel presente continuo rinunciando a ricordare il passato e a sondare il futuro.  Lei cosa ne pensa? Non crede che ci sarebbe bisogno di un approccio critico alla tecnologia e una maggiore consapevolezza?

Se davvero le persone vivessero nel presente non avrebbero ansia e panico, come la maggior parte delle persone che incontro, o, almeno, ne avrebbero meno. Proprio la rincorsa verso obiettivi da raggiungere subito e la velocità della vita, possono portare a vivere in una dimensione di futuro che spesso appare catastrofico, quindi genera ansia e panico. Il passato poi, va ricordato, ma non per rimpiangere o rammaricarsi, ma per trasformare ciò che ormai è accaduto, in qualcosa che oggi, nel presente, sia utile e nutriente.

L’importante è vivere nel presente, con uno sguardo progettuale al futuro e con il proprio passato che rappresenti una base solida e non solo una ferita. In questo senso il presente ha senso, basta sia vissuto e non serva solo a consumare. Il sesso, ad esempio, spesso è consumato, in un istante, per non fermarsi a vivere ciò che il presente mi offre: percezioni, sensazioni, emozioni, piacevoli e spiacevoli, ma tutte da vivere.

Se io esco con un possibile partner e vivo tutto ciò che il presente mi offre, una serata può durare tantissimo, e sarà fatta di momenti di passato, presente e futuro. Vivrò momenti di dubbio e assaporerò la paura di non piacere ma anche la soddisfazione di aver trovato una persona che mi piace, il gusto di condividere qualcosa e tanto altro. Una serata potrà rappresentare il primo di altri incontri e forse di un futuro insieme. Come cantava in una canzone Lucio Battisti “lo scopriremo solo vivendo”. Al contrario, se io ho l’ansia di concludere, perché non ce la faccio a reggere tante emozioni, o perché ho bisogno di riconoscimenti, o di sentirmi conquistatrice, o ancora di forti emozioni fulminee, basterà che vada su una chat e in due minuti troverò qualcuno con cui consumare, velocemente, e senza troppi coinvolgimenti.

 

Miliardi di persone sono oggi dotate di smartphone usati come protesi tecnologiche, di display magnetici capaci di restringere la visuale dell'occhio umano rendendola falsamente aumentata, di applicazioni in grado di regalare esperienze virtuali e parallele di tipo digitale. In questa realtà ciò che manca è una riflessione su quanto la tecnologia stia cambiando la vita delle persone (High Tech High Touch di Naisbitt) ma soprattutto su quali siano gli effetti e quali possano esserne le conseguenze.  Il primo effetto è che stanno cambiando i concetti stessi con cui analizziamo e cerchiamo di comprendere la realtà. La tecnologia non è più neutrale, sta riscrivendo il mondo intero e il cervello stesso delle persone. Lo sta facendo attraverso il potere dei produttori tecnologici e la tacita complicità degli utenti/consumatori. Come stanno cambiando secondo lei i concetti della psicologia che usiamo per interagire e comprendere la realtà tecnologica? Ritiene anche lei che la tecnologia non sia più neutrale?

Abbastanza difficile rispondere, nonostante sia consapevole che tutto lo scenario, sociale, psicologico, umano, stia cambiando con una presenza sempre più massiccia della tecnologia. Direi che occorrerebbe soffermarsi proprio sulla percezione fasulla della realtà, come lei afferma, che sembra aumentata ma in effetti si sta restringendo sempre di più, in seguito all’enorme entrata di sussidi tecnologici nel nostro mondo.

 

 

Secondo il filosofo francese Alain Badiou ciò che interessa non è tanto quel che è (chi siamo!) ma quel che viene. Con lo sguardo rivolto alla tecnologia e alla sua evoluzione, quali sono secondo lei i possibili scenari psicologici futuri che stanno emergendo e quale immagine ci stanno anticipandodel mondo futuro che verrà?

La fantasia che mi faccio rispetto ai possibili scenari futuri, credo si stia già avverando, nel senso che già qualcosa sta cambiando. Per fare un esempio, leggevo le parole di una collega che parlava del cellulare come nuovo “oggetto transizionale” (quell’oggetto che il bambino utilizza per lenire l'angoscia derivante dalla separazione e per sperimentare una relazione affettuosa con un altro diverso da sé) e del fatto che i bambini se lo portino dietro quando entrano nel suo studio perché dà loro sicurezza. Senza voler fare troppi catastrofismi, ho la sensazione che ci stiamo avviando verso un mondo un po’ più freddo, tecnicistico, veloce, ma non rinuncio alla mia idea che vi siano anche tante possibilità di interazione umana, di scambio di emozioni, di calore, fantasia e creatività.

 

Secondo alcuni, tecnofobi, tecno-pessimisti e tecno-luddisti, il futuro della tecnologia sarà distopico, dominato dalle macchine, dalla singolarità di Kurzweil(la via di fuga della tecnologia) e da un Matrix nel quale saranno introvabili persino le pillole rosse che hanno permesso a Neo di prendere coscienza della realtà artificiale nella quale era imprigionato. Per altri, tecnofili, tecno-entusiasti e tecno-maniaci, il futuro sarà ricco di opportunità e nuove utopie/etopie. A quali di queste categorie pensa di appartenere e qual è la sua visione del futuro tecnologico che ci aspetta? E se la posizione da assumere fosse semplicemente quelle tecno-critica o tecno-cinica? E se a contare davvero fosse solo una maggiore consapevolezza diffusa nell'utilizzo della tecnologia?

Credo sia proprio quest’ultima possibilità, quella in cui mi riconosco, l’idea che possa esistere una tecnologia, sempre più raffinata e presente ma anche sempre più consapevole. È indubbio che la tecnologia sia utile ma occorre valutarne gli effetti, ad esempio sugli adolescenti e, comunque, sulle persone più fragili e vulnerabili alla dipendenza.

 

Una delle studiose più attente al fenomeno della tecnologia è Sherry Turkle. Nei suoi libri Insieme ma soli e nell'ultimo La conversazione necessaria, la Turkle ha analizzato il fenomeno dei social network arrivando alla conclusione che, avendo sacrificato la conversazione umana alle tecnologie digitali,  il dialogo stia perdendo la sua forza e si stia perdendo la capacità di sopportare solitudine e inquietudini ma anche di concentrarsi, riflettere e operare per il proprio benessere psichico e cognitivo. Lei come guarda al fenomeno dei social networki e alle pratiche, anche compulsive, che in essi si manifestano? Cosa stiamo perdendo e/o guadagnando da una interazione umana e con la realtà sempre più mediata da dispositivi tecnologici?

Proprio in questi giorni sto notando, attraverso i racconti dei miei pazienti, come siano già cambiate le modalità relazionali tra persone, siano genitori e figli, coppie, amici, alunni e professori. Ormai ogni persona fa parte di gruppi di Whatsapp, sia per la scuola, che tra parenti, amici, gruppi di studio, ecc. Le mamme controllano i figli e pretendono il messaggino appena arrivano, la moglie pretende di vedere il cellulare del marito, e viceversa, o gli legge i messaggi di nascosto, o, ancora, pretende uno screenshot come prova di fedeltà.

Le persone comunicano attraverso messaggio, scritto o vocale, in un crescendo di “non detti” e fraintendimenti, si incontrano nelle chat, creando relazioni che, ormai,viaggiano solo attraverso il web. Mi sembra che si stia perdendo, fortunatamente non del tutto, la piacevolezza del fissare un appuntamento, aspettare, immaginare, scoprirsi, guardarsi, toccarsi, annusarsi. Ecco, mi sembra che comunicando attraverso il web si perda la piacevolezza dei sensi, limitandosi alla vista (guardo un messaggio), all’udito (ascolto un messaggio), al tatto (schiaccio dei tasti), utilizzati al minimo.

Sicuramente tutto è più semplice, veloce, immediato, ma non posso fare a meno di pensare a quanto si perda in termini di sensazioni ed emozioni, evitando l’attesa, e non utilizzando creatività e fantasia utili in situazioni di criticità. Il discorso è lungo e complesso e mi vengono in mente tanti esempi di qualcosa che si sta perdendo, ad esempio l’immaginare ed il fantasticare su qualcosa che si aspetta. Oggi abbiamo, sempre più, tutto a portata di mano, immediatamente; diciamo che la sensazione che ho, aldilà della comodità, è un po’ di freddezza, come se, invece di scartare un regalo, immaginando cosa ci sia dentro al pacchetto, me lo dessero in mano, così, “tout court”.

 

In ogni ambito di realtà e pratica umana la conversazione e la relazione sono sempre più mediate dalla tecnologia che impone codici, linguaggi e forme della comunicazione ma anche comportamenti, stili di vita e regole sociali. Ma se è vero quello che ha scritto Daniel Coleman (Goleman) sull'intelligenza emotiva, cosa succede secondo lei ai circuiti sociali del nostro cervello in questo tipo di interazioni tecnologiche? Cosa si perde senza la componente emozionale che sempre caratterizza gli incontri faccia a faccia?

Di sicuro si perde la capacità di provare empatia, perché credo sia molto difficile “sentirsi nei panni dell’altro” attraverso un messaggio, anche se corredato di emoticon che, sicuramente, colorano di emotività la conversazione. Come detto prima, credo che tutto sia più freddo, statico, che si perda la capacità di sentire, comprendere; ad esempio, mi vengono in mente tutti gli studi sui neuroni-specchio, considerati veri e propri mediatori nella comprensione del comportamento altrui: come si potrebbero utilizzare parlando attraverso messaggi? Almeno attraverso una telefonata è possibile ascoltare le variazioni della voce, del respiro ed immaginare cosa provi l’altra persone, ma con un messaggio non credo proprio.

 

 

E' di questi giorni la decisione del ministero della pubblica istruzione di permettere l'uso degli smartphone personali in classe (un BYOD scolastico). Potrebbe essere un espediente intelligente per evitare investimenti tecnologici a scuola oppure una scelta di campo a favore del ruolo positivo che la tecnologia può portare a scuola cambiando la didattica e il modo di apprendere. Lei ritiene corretto che nelle scuole sia introdotto l'uso dello smartphone? Anche se rimarrebbero attive le piattaforme di social networking? Non pensa che in classe attenzione, concentrazione e tempo dovrebbero evitare ogni forma di distrazione e controllo tecnologico?

Ad un primo impatto non sono per niente favorevole all’introduzione degli smartphone in classe, anche perché non sono uguali per tutti e quindi ci potrebbero essere diversità anche nel compiere azioni dello stesso genere, con strumenti diversi più o meno tecnologici. Immagino poi, quali espedienti dovrebbero trovare i professori per non fare usare social network o per evitare distrazioni da chat, ecc.!! Probabilmente sono io che ho difficoltà a vedere l’uso dello smartphone a scuola come una risorsa, quindi spero di sbagliarmi, però non posso fare a meno di pensare che causerebbe solo molta distrazione e difficoltà nella concentrazione.

 

Ogni prodotto tecnologico cambia il contesto in cui è utilizzato plasmando stili di vita, comportamenti, mente e cervello. Come tale deve essere studiato e compreso nei suoi effetti sugli individui. Cosa può apprendere uno psicologo dall'utilizzo e dallo studio delle piattaforme di social networking? Quale peso assumono le molteplici realtà virtuali nel definire la percezione del Sè, l'identità e le relazioni con gli altri? Quali sono i cambiamenti determinati dall'uso dei nuovi media tecnologici che obbligano lo psicologo a ripensare teorie, pratiche e modelli da utilizzare nella sua attività professionale?

In fondo, tutto ciò che ho detto, rispondendo alle altre domande, corrisponde a ciò che lo psicologo deve osservare nel continuare a lavorare con persone che utilizzano sempre più supporti tecnologici, social, ecc. Occorre guardare l’essere umano, le sue attività, relazioni, reazioni, alla luce di nuove macchine, tecnologie, modi di stare al mondo. Va cambiata la prospettiva, avendo flessibilità, apertura mentale, ma anche serietà e capacità di ridefinire i confini all’interno della relazione terapeutica e dello scambio umano.

Per fare un esempio penso ai primi tempi in cui lavoravo, quando lo scambio con il paziente era telefonico, al massimo per e-mail. Adesso siamo passati velocemente dalla telefonata, ai messaggi e infine a Whatsapp, anche perché la maggior parte delle persone non ha più sms e comunica solo con Whatsapp. I tempi cambiano, sempre più velocemente, e credo che anche noi psicologi e psicoterapeuti dobbiamo attrezzarci rispetto alle novità, rimanendo sempre, però, persone d riferimento serie e attendibili, anche se mettiamo una faccina sorridente in un messaggio su Whatsapp!!

 

Vuole aggiungere altro per i lettori di SoloTablet, ad esempio qualche suggerimento di lettura?Vuole suggerire dei temi che potrebbero essere approfonditi in attività future? Cosa suggerisce per condividere e far conoscere l'iniziativa nella quale anche lei è stato/a coinvolto/a?

Credo che sia importante continuare a parlare, scambiarsi opinioni, aprirsi a nuove possibilità di lavorare utilizzando al meglio la tecnologia, perché sia sempre di più al nostro servizio e non viceversa.

Per quanto riguarda qualcosa da leggere, non ho particolari suggerimenti, se non rileggere qualche pezzo di “classici” che offrano una prospettiva con la quale confrontarsi, ricordando ciò che viviamo, aldilà di tecnologia e comodità. Giusto per riassaporare antiche sensazioni ed emozioni, suggerirei la lettura di alcune pagine di “Frammenti di un discorso amoroso” di Roland Barthes (il capitolo si intitola “L’attesa”).

 

Cosa pensa del nostro progetto SoloTablet? Ci piacerebbe avere dei suggerimenti per migliorarlo!

Per quello che ho potuto vedere mi sembra un ottimo sito, pieno di informazioni e spunti di riflessione e discussione.

 

* Tutte le immagini di questo articolo sono scatti di viaggio di Carlo Mazzucchelli (USA, Toscana, Milano, Lituania)

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