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La doppia faccia della tecnologia

La doppia faccia della tecnologia

28 Febbraio 2018 Psicologia e Tecnologia
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La tecnologia dà la possibilità di andare in nuovi territori e correre in più mondi. Può essere trasformata in una nuova religione e sembrarlo, perché è come un nuovo mezzo di comunicazione universale. Imparando a restare presenti a sé stessi e acquisendo consapevolezza dei comportamenti patologici in cui è possibile cadere, è possibile prestare maggior attenzione ai dettagli senza farsi travolgere.

La tecnologia definisce il contesto nel quale ci muoviamo, ci relazioniamo con noi stessi e con gli altri. Le forme di interazione con essa sono dettate dalle pratiche imposte dai dispositivi, dalle regole delle piattaforme di social networking, dagli algoritmi e dagli spazi virtuali del Web. La riflessione sul ruolo della tecnologia, sulla sua pervasività e sui suoi effetti non può essere lasciata solo ai tecnologi o ai filosofi ma deve coinvolgere tutti, anche gli psicologi.

La psicologia può contribuire sia all'implementazione di tecnologie più umane e alla loro conoscenza, sia a comprendere gli effetti della tecnologia sulle persone e a suggerire cosa fare per viverla in modo efficace favorendo il benessere personale, la conoscenza del Sè (Lo sviluppo del Sé nella generazione virtuale: potenzialità e limiti) e del mondo, ed evitando le sue dipendenze e i rischi potenziali.

Sulla tecnologia e i suoi effetti SoloTablet sta sviluppando da tempo una riflessione ampia e aperta, contribuendo alla più ampia discussione in corso. Un approccio usato ha coinvolto tramite interviste filosofi, teologi, antropologi, psicologi e studiosi che stanno contribuendo con il loro lavoro speculativo, di ricerca, professionale e di scrittura a questa riflessione. Questa intervista è stata pensata per gli psicologi.


In questo articolo proponiamo l’intervista che Carlo Mazzucchelli  ha condotto con la dott.ssa Sara Fracalossi

Buongiorno. Può raccontarci qualcosa di lei, della sua attività attuale, delle sue specializzazioni e aree di interesse professionale? Come colloca le problematiche tecnologiche all'interno delle sue attività di psicologo/a?

Buongiorno a Lei, ho iniziato la mia carriera nella psicologia già con il liceo, seguendo l’indirizzo delle scienze sociali, in quanto mi affascinavano i meccanismi della nostra mente, come essa plasma e viene plasmata dal mondo circostante. Ho proseguito gli studi nell’Ateneo di Trento, specializzandomi poi all’Università dell’Aquila in Psicologia Clinica e della Salute, per poi conseguire un Master a Bolzano (S.I.I.Pa.C) in Psicologia delle Nuove Dipendenze (dipendenza da gioco d’azzardo, internet, cellulare, shopping compulsivo, lavoro, affetto, porno e sesso).

Devo dire che ho imparato molto durante le mie trasferte di studio, potendo conoscere anche professori di importanza nazionale, sperimentando oltre a ciò anche una parentesi di lavoro nel commerciale che mi ha permesso di conoscere la mia dinamicità. Per mantenermi agli studi, ho lavorato in un progetto legato alle vendite e ciò mi ha consentito di cogliere le varie sfaccettature dei ruoli professionali, mostrando un senso di empatia verso il prossimo che mi ha sempre aiutata a connettermi verso i bisogni dell’altro. Ricordo con piacere quegli anni in cui il capo area mi diede la sua fiducia, forse mosso dal mio entusiasmo, ed io riuscì a portare a casa quattro premi come miglior comunicatrice e miglior venditrice, innalzando il negozio a livello regionale. Narro ciò per sottolineare quanto la fiducia possa dare un grande potere, possa essere molto importante per una persona e soprattutto per la realtà odierna.

Ad oggi, dopo due anni nell’ambito delle dipendenze comportamentali (Technology and the New Generation of Active Citizens...) e psicoterapeuta in formazione nell’indirizzo sistemico-familiare (ITFV), l’energia che mi ha sempre accompagnata la riverso nel mio lavoro di psicologa: ho uno studio a Trento, dove ricevo sia per la consulenza nelle dipendenze comportamentali (Dipendenza da smartphone e nuovi comportamenti), sia per il sostegno dell’individuo in ambito clinico, come ad esempio il disagio emotivo, l’autostima, l’assertività, la conoscenza delle emozioni, l’ansia, la resilienza, le strategie di coping (100 strategie analogiche per resistere al digitale (e allo smartphone)).

Svolgo, inoltre, il ruolo di facilitatrice nel gruppo di auto-mutuo-aiuto (A.M.A) per il gioco d’azzardo di Trento, ed è un compito molto arricchente: avendo lavorato con i gruppi terapeutici, posso dire che il gruppo ha una grande potenza, è capace di far sentire accolto senza giudizio, creando uno spazio dove la persona si possa finalmente affidare, andando così ad incrementare la sua autostima e la sua fiducia verso la salute. E non si tratta solo di un benessere che va a crearsi tra i singoli membri, ma crea anche nel facilitatore la sensazione di poter davvero dare una mano, scoprendola proprio negli occhi delle persone.

La tecnologia, nel mio lavoro, cerco di tenerla come un supporto, come aiuto nelle comunicazioni o nell’organizzazione, avendo sempre un occhio di riguardo al fatto che non diventi uno strumento freddo che possa distanziare dal contatto umano.

 

Secondo il filosofo pop del momento, Slavoj Žižek, viviamo tempi alla fine dei tempi. Quella del filosofo sloveno è una riflessione sulla società e sull'economia del terzo millennio ma può essere estesa anche alla tecnologia e alla sua volontà di potenza (il technium di Kevin Kelly nel suo libro Cosa vuole la tecnologia) che stanno trasformando il mondo, l'uomo, la percezione della realtà e l'evoluzione futura del genere umano. La trasformazione in atto obbliga tutti a riflettere sul fenomeno della pervasività e dell'uso diffuso di strumenti tecnologici ma anche sugli effetti della tecnologia. Qual è la sua visione attuale dell'era tecnologica che viviamo e che tipo di riflessione dovrebbe essere fatta, da parte degli psicologi e degli scienziati ma anche delle singole persone?

Per quello che sto vedendo attualmente, posso dire che in particolare nel tema delle dipendenze emerge quella che io chiamo una grande “vulnerabilità” dell’umano (Smartphone: una slot machine mobile, miniaturizzata e sempre a portata di mano). Mi spiego, siamo immersi in una quotidianità molto veloce, dove sembra non vi sia abbastanza tempo (Darsi tempo, non volere tutto e subito sembra diventato impossibile) e dove le parole non arrivano a bastare, dove se non si risponde in pochi secondi ad un messaggio, il proprio valore può infrangersi, ci si può sentire poco importanti, non abbastanza cool, “non abbastanza”. L’inizio di questa realtà era stato intravisto dal sociologo Bauman, il quale la denominò come “società liquida”, dove non si fa in tempo ad abituarsi ad un comportamento o ad una novità che ne avviene una nuova, determinando il continuo mutamento come la costante della nostra era. Tutto scorre, se non stai al passo, ti senti fuori.

Io vorrei che le persone riprendessero consapevolezza di Sé e del contesto: va bene essere alla moda, seguire la frenesia della società, ma senza che questo intacchi lo stato della persona, senza che essa si faccia travolgere emotivamente ed intimamente, mettendo a repentaglio il suo Io. Per questo vorrei ci fosse più sostegno ai giovani, in particolare verso gli adolescenti, che hanno bisogno di essere ascoltati, perché la loro voce è attualmente molto più sulle tastiere, a volte con un like, a volte con una foto, attendendo solo una conferma, un’accettazione, un apprezzamento. Tenendo conto di questo ambiente, ognuno di noi è giusto che sottolinei i grandi benefici che ha portato e porta tuttora la tecnologia, valutando però anche quanto sia importante un’educazione emozionale che parta dalla famiglia fino a culminare e continuare nella scuola.

Molti adolescenti passano fino a otto ore al giorno connessi ai loro dispositivi mobili. Studi scientifici hanno dimostrato come l'utilizzo eccessivo di strumenti tecnologici aumenti negli adolescenti il rischio della dipendenza e della salute mentale. I problemi evidenziati sono quelli dell'attenzione (Un appello a minimizzare la distrazione), del controllo del comportamento e delle emozioni (Pratica l'auto-controllo per una vita digitale consapevole e bilanciata), della relazione con se stessi e con gli altri. Ci sono anche effetti positivi ma sembrano inferiori a quelli considerati negativi. Lei cosa ne pensa? Quali sono i benefici e i vantaggi e quali i rischi e le problematiche più frequenti?

La connessione Internet nata con l’intento di collegare il mondo, ha anche la doppia faccia di isolare la persona nel suo dispositivo. È giusto che le persone sviluppino un tempo adeguato alle tecnologie, un equilibrio. Il punto di demarcazione dovrebbe essere quello riguardante quanto un comportamento invade negativamente la propria vita: quanto arricchisce la persona di conoscenze, le permette di farsi conoscere ed esprimersi e quanto invece intacca la vita reale, togliendo tempo agli affetti, al lavoro, agli interessi fuori porta. Sviluppare un buon bilanciamento credo sia alla base per un uso corretto della tecnologia.

I dispositivi tecnologici e le loro piattaforme software catturano l'attenzione e tengono incatenati, fisicamente e psicologicamente. Cosa impedisce veramente di staccarsi dal proprio dispositivo? Le applicazioni digitali offrono viaggi senza fine. Social network, Netflix, videogiochi sembrano favorire la serialità e la circolarità, senza vie di uscita. Anche per la loro capacità di produrre gratificazioni continue, consumo del tempo e coinvolgimento emotivo. Esistono secondo lei alternative, vie d'uscite dai mondi virtuali e tecnologici attuali? Cosa bisogna fare per far convivere mondi virtuali e mondi fattuali, senza perdere se stessi?

Sì, certe piattaforme sembrano fatte per non staccarsi mai. Il nostro cervello memorizza i comportamenti che danno gratificazione e pertanto può andare a ricercarli una volta provati. Ciò può accadere ad esempio nei videogiochi di ruolo, dove il giocatore è alimentato ad andare avanti nel percorso virtuale non solo dal passaggio di livello, ma anche da altri giocatori che connettendosi con lui, lo riconoscono come leader spingendolo a guidarli ancora più avanti, sottolineando la sua capacità e la sua bravura. Queste caratteristiche danno una sensazione di alta autostima, di sentirsi “utile a”, di sentirsi importante e possono portare a “non staccare la presa”; per non parlare dei siti di gioco d’azzardo, dove una singola vincita può far partire “il pensiero magico” di poter vincere sempre, sfidando la sorte, sfidando le probabilità.

Credo sia importante individuare dentro di Sé dei tempi, darsi dei tempi (Darsi tempo, non volere tutto e subito sembra diventato impossibile) al bisogno anche impostare una sveglia se è necessario, in modo da comprendere quanto tempo si vuole dedicare e a cosa.

 

Viviamo immersi in un processo evolutivo che ha assimilato la tecnologia subendone la volontà di potenza e la velocità di fuga. La tecnologia è diventata parte integrante e necessaria della vita di tutti i giorni. Non ne possiamo fare a meno, anche se scarsa è la conoscenza degli strumenti usati e la consapevolezza sui loro effetti. La tecnologia non è neutrale ma neppure cattiva. Molto dipende dall'uso consapevole e critico che di essa viene fatto per conoscere se stessi e soddisfare i propri bisogni. La tecnologia non deve essere demonizzata ma neppure trasformata in una nuova religione. Ma questo è quanto sembra stia accadendo, evidenziando una nuova fuga dalla realtà e verso l'irrazionalità. Lei cosa ne pensa?

Certo, la tecnologia dà la possibilità di andare in nuovi territori e correre in più mondi. Può essere trasformata in una nuova religione e sembrarlo, perché è come un nuovo mezzo di comunicazione universale. Certo è anche, che se la persona impara a restare presente a se stesso ed è consapevole dei comportamenti patologici in cui può cadere, può prestare maggior attenzione ai dettagli senza farsi travolgere.

 

Nell'evoluzione attuale gli esseri umani sembrano delegare alla tecnologia porzioni importanti delle loro vite o usarla come efficace farmaco antidepressivo. Alla ricerca di benessere, felicità e potere, gli umani sembrano coinvolti e complici in un continuo cambiamento che potrebbe determinare la sparizione della loro caratteristica umana. Grazie ai nostri dispositivi tecnologici ci sentiamo tutti un po’ superuomini ma la percezione che la tecnologia stia prendendo il sopravvento genera ansia, panico e infelicità. Forse per questo si preferisce vivere nel presente continuo rinunciando a ricordare il passato e a sondare il futuro.  Lei cosa ne pensa? Non crede che ci sarebbe bisogno di un approccio critico alla tecnologia e una maggiore consapevolezza?

Proprio come detto precedentemente possiamo definire la consapevolezza la chiave dell’equilibrio. Ed è per questo che tengo molto che essa sia coltivata già dall’età dello sviluppo, per questo mi preme un’educazione alle emozioni, al sentirsi, all’ascoltare se stessi e gli altri, un’educazione all’empatia e alla parola, vera soluzione ai disagi interiori, se lasciata fluire.

 

Miliardi di persone sono oggi dotate di smartphone usati come protesi tecnologiche, di display magnetici capaci di restringere la visuale dell'occhio umano rendendola falsamente aumentata, di applicazioni in grado di regalare esperienze virtuali e parallele di tipo digitale. In questa realtà ciò che manca è una riflessione su quanto la tecnologia stia cambiando la vita delle persone (High Tech High Touch di Naisbitt) ma soprattutto su quali siano gli effetti e quali possano esserne le conseguenze.  Il primo effetto è che stanno cambiando i concetti stessi con cui analizziamo e cerchiamo di comprendere la realtà. La tecnologia non è più neutrale, sta riscrivendo il mondo intero e il cervello stesso delle persone. Lo sta facendo attraverso il potere dei produttori tecnologici e la tacita complicità degli utenti/consumatori. Come stanno cambiando secondo lei i concetti della psicologia che usiamo per interagire e comprendere la realtà tecnologica? Ritiene anche lei che la tecnologia non sia più neutrale?

Credo che tutto ciò che arriva dalla consumazione non sia neutrale: già lo stesso shopping viene mirato, spostato e adeguato all’offerta (ricordo la mia ricerca, nella tesi di laurea magistrale, sull’influenza dei mass media in vari periodi economici, 2013). La tecnologia segue e crea dei nuovi bisogni, la psicologia può rispondere tenendosi al passo con i tempi, aggiornando i consumatori dei vantaggi e dei rischi della realtà tecnologica.

 

Secondo il filosofo francese Alain Badiou ciò che interessa non è tanto quel che è (chi siamo!) ma quel che viene. Con lo sguardo rivolto alla tecnologia e alla sua evoluzione, quali sono secondo lei i possibili scenari psicologici futuri che stanno emergendo e quale immagine ci stanno anticipando del mondo futuro che verrà?

L’evoluzione della tecnologia ha portato grandi benefici, facilitando il lavoro, sia a livello di contatti che di precisione strumentale, propagandosi positivamente a livello sanitario e culturale. Mi auspico che questa sua missione prosegua, che continui ad essere al servizio della persona, per migliorarne la qualità di vita e che in futuro vi siano sempre più controlli e tutele a garanzia che ciò avvenga.

 

Secondo alcuni, tecnofobi, tecno-pessimisti e tecno-luddisti, il futuro della tecnologia sarà distopico, dominato dalle macchine, dalla singolarità di Kurzweil (la via di fuga della tecnologia) e da un Matrix nel quale saranno introvabili persino le pillole rosse che hanno permesso a Neo di prendere coscienza della realtà artificiale nella quale era imprigionato. Per altri, tecnofili, tecno-entusiasti e tecno-maniaci, il futuro sarà ricco di opportunità e nuove utopie/etopie. A quali di queste categorie pensa di appartenere e qual è la sua visione del futuro tecnologico che ci aspetta? E se la posizione da assumere fosse semplicemente quelle tecno-critica o tecno-cinica? E se a contare davvero fosse solo una maggiore consapevolezza diffusa nell'utilizzo della tecnologia?

Esattamente,  credo che ognuno dovrebbe conoscere bene l’oggetto che ha davanti e con il quale si approccia. Una buona cognizione delle cose fa sì che si possa ottenere un’interazione funzionale, evitando di cadere in possibili schiavitù da tecnologia e/o da dipendenza. La persona, quando è conscia di tutte le caratteristiche, può scegliere quanto dedicarvisi e quanto addentrarvisi.

È probabile prevedere un futuro ricco di opportunità sempre maggiori, ed è onesto capire anche le paure di chi teme di perdere il contatto umano e di isolarsi sempre più dietro ad uno schermo. Io sono da quella parte che crede proprio nella sua ultima definizione, una “consapevolezza diffusa”, in quanto finché ci sarà conoscenza, ci sarà anche scelta e libertà.

 

Una delle studiose più attente al fenomeno della tecnologia è Sherry Turkle. Nei suoi libri Insieme ma soli e nell'ultimo La conversazione necessaria, la Turkle ha analizzato il fenomeno dei social network arrivando alla conclusione che, avendo sacrificato la conversazione umana alle tecnologie digitali,  il dialogo stia perdendo la sua forza e si stia perdendo la capacità di sopportare solitudine e inquietudini ma anche di concentrarsi, riflettere e operare per il proprio benessere psichico e cognitivo. Lei come guarda al fenomeno dei social network e alle pratiche, anche compulsive, che in essi si manifestano? Cosa stiamo perdendo e/o guadagnando da una interazione umana e con la realtà sempre più mediata da dispositivi tecnologici?

Vero è che le assenze di contatto oculare e fisico possono portare a non far esercitare le caratteristiche delle emozioni umane, come l’empatia, ovvero mettersi nei panni degli altri sentendo a pieno cosa prova un’altra persona. Le esperienze di condivisione vengono celate da filtri e da mille fotografie, prima che si trovi quella che rappresenta al meglio ciò che si vuol far credere di Sé. È come se il singolo mettesse da parte il suo Io più vero, per far posto a tante maschere da mostrare e soprattutto da far piacere, in modo da definire il suo benessere attraverso l’approvazione di altri, anche di sconosciuti.

Il dialogo, da sempre strumento di chiarificazione e rivelazione, può divenire un mero ticchettio veloce di tasti, al solo scopo di spronare risposte che si vogliono sentire, annientando quelle contrarie, in una comunicazione rapida dove non si ha tempo di aspettare, dove non si vuole aspettare.

Come in tutte le cose ci sono pro e contro, anche in questo caso non è diverso, tutto parte dal singolo individuo. È utile far sì che i propri rapporti interpersonali abbiano una qualità nel reale, che se il proprio profilo social network è una facciata nel virtuale, vi sia anche la parte vera di noi stessi che viene espressa nel mondo fisico, in modo che non venga taciuta e soffocata. Questo per evitare comportamenti e compulsioni che possono cadere nel patologico, in funzione di ristabilire qualcosa di se stessi che si è perso.

È importante sottolineare che, soprattutto per i ragazzi, certi mondi virtuali e social sembrano molto più veri della realtà stessa. Questo perché trovano conferme e rassicurazioni da altri pari, provano emozioni, nonostante vi sia di mezzo la separazione concreta di uno schermo, con la possibilità di trovare un contenitore di entusiasmi a portata di mano che può non far staccare la “connessione”.  A mio avviso credo sia fondamentale che ogni singolo si dia la possibilità di vivere questi mondi nel modo più sano, ovvero nel modo più funzionale a se stesso, in maniera da non esserne travolto negativamente, costruendosi una consapevolezza capace di fornirgli uno scudo per la difesa e una maggior acutezza nel sondare le situazioni.

 

In ogni ambito di realtà e pratica umana la conversazione e la relazione sono sempre più mediate dalla tecnologia che impone codici, linguaggi e forme della comunicazione ma anche comportamenti, stili di vita e regole sociali. Ma se è vero quello che ha scritto Daniel Coleman sull'intelligenza emotiva, cosa succede secondo lei ai circuiti sociali del nostro cervello in questo tipo di interazioni tecnologiche? Cosa si perde senza la componente emozionale che sempre caratterizza gli incontri faccia a faccia?

Come detto, non essendo ancora presente una comunicazione vis-à-vis, magari pian piano arriveremo agli ologrammi che escono dal cellulare, c’è ovviamente un’emotività che non viene esperita totalmente e che non può godere delle varie tonalità della comunicazione. Vero è anche che se l’interazione tecnologica sta diventando sempre più quotidiana, le persone potranno imparare nuovi modi di acquisire i dettagli.

Ogni generazione porta con Sé determinati saperi e capacità, che si diversificano in base a ciò che si va ad allenare od a praticare: ad esempio prima della possibilità di memorizzare grandi quantità di numeri  di telefono nel proprio smartphone, i numeri venivano imparati a memoria, sollecitandosi ad immagazzinare triplette o coppie di cifre; ad oggi moltissime persone non conoscono a memoria nemmeno il numero della persona che chiamano sempre, perché non gli serve ricordare il numero, basta cercare il suo nome in rubrica. Ciò non vuol dire che la persona in questione abbia meno reminiscenza, ma che sta allenando altre capacità, come ad esempio le capacità multitasking che richiede oggi la società.

 

E' di questi giorni la decisione del ministero della pubblica istruzione di permettere l'uso degli smartphone personali in classe (un BYOD scolastico). Potrebbe essere un espediente intelligente per evitare investimenti tecnologici a scuola oppure una scelta di campo a favore del ruolo positivo che la tecnologia può portare a scuola cambiando la didattica e il modo di apprendere. Lei ritiene corretto che nelle scuole sia introdotto l'uso dello smartphone? Anche se rimarrebbero attive le piattaforme di social networking? Non pensa che in classe attenzione, concentrazione e tempo dovrebbero evitare ogni forma di distrazione e controllo tecnologico?

Dando fiducia agli studenti, gli si dà la possibilità di fare la differenza. Un corretto uso ed insegnamento di questi strumenti può ampliare notevolmente la formazione, può portare a nuovi modi di concepire i collegamenti tra materie, o arrivare a sviluppare altre capacità proprie dell’individuo. È importante spiegarne le potenzialità, favorendo l’interesse stesso dei ragazzi per non sciupare un’opportunità di studio nel qui ed ora e al tempo stesso collegata a più realtà.

 

Ogni prodotto tecnologico cambia il contesto in cui è utilizzato plasmando stili di vita, comportamenti, mente e cervello. Come tale deve essere studiato e compreso nei suoi effetti sugli individui. Cosa può apprendere uno psicologo dall'utilizzo e dallo studio delle piattaforme di social networking? Quale peso assumono le molteplici realtà virtuali nel definire la percezione del Sé, l'identità e le relazioni con gli altri? Quali sono i cambiamenti determinati dall'uso dei nuovi media tecnologici che obbligano lo psicologo a ripensare teorie, pratiche e modelli da utilizzare nella sua attività professionale?

I nuovi media portano a nuovi modelli, perché riescono a toccare temi come l’aumentare la propria cultura o portare se stessi a nuovi livelli, come acquisire nuove capacità di interazione, di apprendimento, di diffusione. Perciò penso che ognuno di noi abbia potenzialità espresse e tante ancora inespresse, ed è importante capire che l’individuo che cammina nella realtà del XXI secolo è una persona ricca di sfumature, non è un essere statico, fatto e finito: il suo percorso è lungo e di evoluzione in evoluzione ha la possibilità di andare migliorandosi, sempre se avrà  una cognizione ben presente sullo stato delle cose. Mi sento positiva nel credere che l’essere umano sia in grado di prendere in considerazione le avversità che si possono venir a creare e le buone cose che si possono sviluppare con un’educazione funzionale. Una formazione che deve partire dalla società stessa per tutelare i suoi componenti e le loro fragilità.

In conclusione, vorrei lasciare come riflessione finale la promozione della salute codificata nella “Carta di Ottawa - OMS” (1986), la quale esprime, a mio parere, la grande ricchezza che l’umanità possiede: il senso di cura e protezione l’un per l’altro

“La salute vive e cresce nelle piccole cose di tutti i giorni.

A scuola, sul lavoro, in famiglia, nel gioco, nell’amore…

La salute si crea avendo cura di se stessi e degli altri,

sapendo controllare e decidere dei propri comportamenti,

facendo in modo che la comunità in cui si vive

favorisca la conquista della salute per tutti”

 

Vuole aggiungere altro per i lettori di SoloTablet, ad esempio qualche suggerimento di lettura? Vuole suggerire dei temi che potrebbero essere approfonditi in attività future? Cosa suggerisce per condividere e far conoscere l'iniziativa nella quale anche lei è stato/a coinvolto/a?

Credo sia importante mantenersi attivi nella lettura di articoli che specificano nel dettaglio la rotta che sta prendendo la nostra società ed i possibili porti e punti di attracco e ristoro che può incontrare.

A proposito di social, vi lascio la mia pagina Facebook, se voleste contattarmi o approfondire dei temi assieme. Ho in mente di iniziare nella mia città dei lavori di gruppo, degli spazi di confronto, gruppi di sostegno a tematiche precise

Cosa pensa del nostro progetto SoloTablet? Ci piacerebbe avere dei suggerimenti per migliorarlo!

Penso sia davvero una bella idea congiungere in un unico spazio le ideologie ed i pensieri di professionisti di vario genere, in un’unione di psicologia e tecnologia, di anima ed involucro.

 

* Tutte le immagini di questo articolo sono scatti di viaggio di Carlo Mazzucchelli (Paesi Baltici)

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