Solo ebook /

Oltre l'austerità, un ebook per capire qualcosa di più della crisi in corso

Oltre l'austerità, un ebook per capire qualcosa di più della crisi in corso

13 Dicembre 2012 Antonio Fiorella
Antonio Fiorella
Antonio Fiorella
share
Con la recensione sull'ebook 'Oltre l'austerità', di Sergio Cesaratto e Massimo Pivetti, inizia a collaborare a SoloTablet Antonio Fiorella. La sua rubrica 'Soloebook' si arricchirà nel tempo di recensioni su ebook utili alla conoscenza, alla comprensione e all'approfondimento critico della realtà che ci circonda. La prima recensione evidenza come gli autori del volume fanno giustizia di molti luoghi comuni, superficialità ed errori con i quali, anche sulla stampa italiana, è stata raccontata la crisi.

Oltre l’austerità (ciò che il titolo dell’ebook curato da Sergio Cesaratto e Massimo Pivetti non dice espressamente) c’è l’informazione parziale, l’omissione di interventi alternativi, la malafede... o la presa per i fondelli (secondo quanto avrebbe confessato uno degli autori a una platea più ristretta).

La rivelazione (per i non addetti ai lavori) da parte di alcuni studiosi ed economisti che della crisi non solo non ci è stato raccontato tutto, ma che deliberatamente si cerca di fare passare misure draconiane come inevitabili, dovrebbe catturare la nostra attenzione almeno quanto (o forse più) degli stessi provvedimenti di austerità. Che concorrono a sviare l’attenzione dalle finalità estreme che vorrebbero smantellato lo stato sociale, a ridimensionare i diritti conquistati nei decenni successivi al dopoguerra, a riportare stipendi e salari a livelli di impoverimento. Senza considerare lo stuolo, in aumento, dei senza lavoro e senza diritti.

 

All’arrivo della crisi finanziaria e all’acuirsi della recessione “ci si sarebbe aspettato che venisse subito avviato in Europa un coordinamento di politiche economiche espansive...” in ossequio a un percorso già intrapreso da una comunità di nazioni, che si sono messe insieme per raggiungere una convergenza comune nell’ambito politico amministrativo ed economico. Invece i (17) paesi dell’eurozona che hanno rinunciato alla loro sovranità monetaria si sono trovati e si trovano sprovvisti della principale leva del potere economico, per fare fronte alla speculazione e alla disoccupazione di massa. La Banca Centrale Europea non ha i poteri d’intervento che hanno le altre banche centrali, ossia la completa gestione della politica monetaria. Le industrie dei paesi periferici non trovano finanziamenti, la produzione di beni e servizi diminuisce, lo stato sociale arretra, perché mancano le risorse finanziarie. E si è continuato sulla strada del rigore con l’imposizione di avanzi primari (eccedenze delle entrate sulle spese pubbliche, al netto di quella per il pagamento degli interessi sul debito pubblico), con l’obiettivo di ridurre il rapporto debito pubblico/PIL. “In nessun conto viene tenuto il fatto che né la teoria economica né l’esperienza concreta consentono di stabilire un limite oltre il quale tale rapporto diventerebbe insostenibile.” Si osservi il 220% del Giappone, il 120% dell’Italia, il 70% della Spagna. (Pivetti)

Quando è l’individuo a fare sacrifici, spiega De Vito, questi si traducono per lui in un pari ‘gruzzoletto’ per ridurre il debito. Ma quando i sacrifici sono imposti a una collettività, in pratica la società si scopre appiedata, impedita a produrre beni e servizi, ciò che non genera alcun risparmio. L’improduttività diminuisce il reddito e falcidia il risparmio che si era accumulato.

L’Europa si trova in una situazione in cui i paesi in difficoltà si scoprono a metà del guado: né falliscono , né vengono aiutati a risolvere la crisi, ossia con sacrifici ma accompagnati da prospettive di crescita.

Anzi, secondo Maffeo, il mancato intervento della BCE nel sostegno dei debiti sovrani appare “funzionale alle politiche di austerità volte a smantellare le conquiste sociali realizzate nei primi decenni del dopoguerra.”

 

L’origini della crisi va fatta risalire agli anni ’80 quando si è affermata la nuova dottrina neoliberista che si fondava nell’assunto (che ebbe nell’economista e premio nobel Robert Mundell il sommo sacerdote, e nel presidente Reagan il suo oracolo) che meno tasse, meno stato, più mercato avrebbero liberato risorse (improduttive e mal gestite dalla pubblica amministrazione) e rilanciato l’economia. “Quel che è certo, afferma Zezza, è che questo modello di crescita ha portato il mondo alla Grande Recessione iniziata nel 2007: il periodo di declino più lungo nel secondo dopoguerra e che lo spostamento verso l’alto nella distribuzione dei redditi non ha comportato una crescita generalizzata del benessere.” A trarne beneficio sono solo una ristretta minoranza: l’1% detiene il 38% della ricchezza mondiale.*

La  crisi europea viene qui interpretata come quella “tipica tra paesi centrali e periferici una volta che questi ultimi instaurino regimi di cambio fisso con i primi.” Le liberalizzazioni finanziarie e la moneta unica hanno generato squilibri commerciali tra i paesi dell’Eurozona, aumentato il debito estero, ridotto la competitività degli stati periferici a causa dell’aggravarsi dei costi di finanziamento.

“E’ naturalmente responsabilità della nostra classe dirigente nazionale, quella ancora del potere, aver condotto l’Italia in un accordo monetario in cui il mercantilismo tedesco si dispiega senza rimedio.” (Cesaratto)

Le elite dominanti del centro e della periferia si trovano così in parte a combattere con armi impari, in parte accomunate da vantaggi reciproci a discapito delle masse: “le une mosse dall’obiettivo di catturare i mercati periferici, le altre da quello di importare la disciplina dei paesi più forti.” Tanti saluti al sogno europeo di creare pace sociale e benessere diffuso per tutti.

Intanto diventa sempre più incerto l’approdo a una soluzione della crisi condivisa dall’insieme dei paesi dell’Eurozona, anche sulla scorta dell’impostazione mercantilistica dell’economia dominante, quella tedesca.

Il caso della Germania mette in evidenza l’asimmetria tra l’economia tedesca e le altre economie europee. “Bismark non è passato invano nella storia della Germania!” La politica autoritaria fondata sulla disciplina cattura l’opinione pubblica e incontra un “rinascente senso di autostima nazionale.”

Tuttavia scrive Bagnai: “Nella favola dei media il cattivo è il bilancio pubblico.” Anche quando si apprende che “in realtà sono le banche private che hanno prestato molto e male: ma la soluzione ideologica viene additata nella riduzione dell’impronta di Stato, che deve fare un passo indietro, così che al prossimo giro la banche possano prestare troppo e peggio!” In quanto agli industriali che siano del centro o della periferia, ognuno ha il suo tornaconto: “quelli del centro lucrano profitti vendendo beni alla periferia, e quelli della periferia ... ricorrono allo spauracchio del vincolo esterno per disciplinare i sindacati.”

Pertanto spetta ai “paesi massacrati quotidianamente dalla linea della austerità” fronteggiare il paradosso che la creazione di liquidità è ritenuta dannosa se viene generata da politiche di deficit spending, mentre può diventare illimitata quando serve a salvare banche o permettere di continuare impunemente la speculazione. (Paggi e D’Angelillo)

Un susseguirsi di manovre restrittive crea, nella questione dei debiti sovrani e delle politiche di abbattimento dei rapporti debito/PIL, il rischio di un trend perverso con conseguenti cadute sia dei livelli di produzione sia dell’occupazione. (Ciccone)

“Nell’interpretazione della crisi come dovuta fondamentalmente alla spesa pubblica c’è, naturalmente, non solo ignoranza, ma anche malafede.” Interpretazione, come si è detto, utilizzata dalle classi dominanti per erodere i diritti sociali conquistati, per avere la meglio nei confronti dei concorrenti industriali e disporre di lavoro a buon mercato. Ad ogni modo se il ricorso all’espansione della spesa pubblica è indispensabile per innescare la crescita e l’occupazione, diventa ancora più critico l’attacco al servizio sanitario nazionale.  I numeri: la spesa in Italia ammonta al 9,5% del PIL, inferiore a quella della Germania, Francia e Regno Unito; nella patria della dottrina neoliberista, gli Stati Uniti, è a quota 17,4% del PIL (con circa un quarto della popolazione priva di copertura sanitaria). Quando si sente parlare di tagli alla sanità è bene conoscere che la posta in gioco è “una delle maggiori conquiste di civiltà della nostra esperienza repubblicana.” (Gabriele)

Significativa la ricostruzione della crisi greca, dal ruolo tenuto dalla Banca Centrale Greca (prima e dopo che venissero adottate le misure di austerità), ai drammatici effetti economici e sociali prodotti dalle cure della troika nei due anni di austerità imposta al paese. (De Leo)

 

Ci sono e quali sono le vie di fuga? E’ auspicabile, praticabile e/o perfino necessaria la fuoriuscita dall’euro di uno o più paesi dell’Eurozona?

Gli effetti di un’uscita dall’euro non sono preventivabili come una equazione matematica sebbene, dal crollo della lira nel ’92 e conseguente uscita dallo SME al default argentino, non manchino i casi di crac finanziari e crisi economiche che hanno coinvolto degli stati sovrani. Ovviamente occorrerebbero misure straordinarie di natura monetaria, il ritorno al controllo dei movimenti di capitali. Ma gli effetti per quanto gravi potrebbero essere assorbiti più agevolmente di “quelli prodotti da anni di continue politiche fiscali recessive.” (Levrero)

 

L’esperienza dell’euro ha innescato un processo deflazionistico della politica economica.  E le politiche economiche dell’austerità fin qui adottate non hanno fatto altro che inasprire tale fenomeno. Invece i provvedimenti intrapresi concorrono “a mettere i popoli in competizione gli uni con gli altri, ad uniformare verso il basso le condizioni di vita e di lavoro e i sistemi di protezione sociale.”

Si rende quindi necessario intraprendere una lotta decisa e prolungata. Da parte della sinistra europea sarebbe utile un ripensamento sulle politiche di assecondamento sin qui adottate, soprattutto negli anni in cui era maggioritaria in Europa, per rompere la tenaglia delle elite dominanti che dall’interno e dall’estero premono per comprimere gli spazi di sopravvivenza.

La sinistra francese ha portato avanti un programma che mira al distacco dal liberismo, ad aumentare l’occupazione, alla presa di coscienza di essere “proprietari di sovranità politica.”

Dall’introduzione di Sergio Cesaratto e Massimo Pivetti raccogliamo dunque l’invito rivolto alla sinistra italiana di apportare un ri-orientamento idoneo ad arginare “le devastazioni economico-sociali e politiche dell’austerità. E’ allora ragionevole domandarsi se il ritorno ad una maggiore autonomia economica e monetaria nazionale, pur se provocato da circostanze esterne al nostro paese, non potrebbe risparmiarci una buona parte di quelle devastazioni.”

Perché a tempo debito non si abbia anche a dire: oltre il danno, l’oltraggio della menzogna.

 

Antonio Fiorella


Oltre l’austerità, a cura di Sergio Cesaratto e Massimo Pivetti, MicroMega

 

* (fonte http://denaroedintorni.blogspot.it/2011/10/credit-suisse-dice-l1-della-popolazione.html)

comments powered by Disqus

Sei alla ricerca di uno sviluppatore?

Cerca nel nostro database


Alternative Apps

Alternative Apps design and develop applications for iPhone/iPod and iPad.

Vai al profilo

Doxinet srl

Doxinet è un’azienda capace di adattarsi alle esigenze del mercato, in grado di...

Vai al profilo

Giorgio Peressin

Dedico il mio tempo alla mia passione: sviluppare app.

Vai al profilo

Digitelematica srl

Digitelematica è una software house già attiva in ambienti tradizionali (MF, As...

Vai al profilo