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Quando le principali piazze finanziarie erano italiane

Quando le principali piazze finanziarie erano italiane

23 Agosto 2013 Antonio Fiorella
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La chiocciola di internet @, simbolo chiave di ogni indirizzo di posta elettronica, era in uso già durante il Risorgimento. La si è trovata in una lettera commerciale del 1536. I mercanti veneziani la utilizzavano come segno grafico rappresentativo di un'anfora (misura di peso e capacità). E oggi nella lingua spagnola il termine arroba indica per l’appunto sia il simbolo internet sia delle unità di misura (il termine probabilmente è di origine araba: ar-roub, che significa un quarto).

Tale simbolo commerciale venne riprodotto sulle tastiere delle prime macchine per scrivere e da lì è poi trasmigrato sulla tastiera del computer: “direttamente dal risorgimento al cyberspazio”.

Alessandro Marzo Magno ne L’invenzione dei soldi racconta questo particolare ed altri godibili aneddoti. Il sottotitolo Quando la finanza parlava italiano la dice lunga sul carattere intrinseco (ipocrita) non solo di chi maneggia il denaro (o sterco del diavolo, come lo ha designato il classico di Le Goff Jacques), ma soprattutto di chi ne disponeva a iosa - dietro una morale sbandierata a corrente alternata.

E’ curioso altresì scoprire quante cose ancora permangono o si sono trascinate quasi fino ai giorni nostri. In Gran Bretagna la suddivisione tradizionale della lira sterlina (1 pounds = 20 shillings = 240 pennies) viene sostituita dal sistema metrico decimale (1 pounds = 100 pennies) solo nel 1971. L’antico sistema risaliva ai tempi di Carlo Magno quando, tra il 781 e il 794, stabilì che il Sacro romano impero dovesse avere una “moneta degna” dei predecessori pagani. Una libbra d’argento (325gr) consentiva di coniare 240 denari. Da allora si iniziò a fare riferimento a “una lira” anziché “una libbra” o a “240 denari”. Per semplificare il calcolo, venne poi creato il soldo, sottomultiplo equivalente a 12 denari. Si ebbe quindi il sistema 1 lira = 20 soldi = 240 denari.

Nel medioevo la circolazione del denaro era alquanto limitata; invece era diffuso il baratto. Far di conto, per i mercanti di professione, era piuttosto difficile. Gran parte delle cose che oggi vengono comunemente utilizzate semplicemente non c’erano. E’ il caso dei numeri. “A un certo punto ci si è messa di mezzo pure la chiesa: i numeri romani erano nobili perché provenivano dal prestigioso mondo dei latini, mentre le cifre arabe erano robaccia da miscredenti”.

Luca Pacioli è stato un genio del rinascimento. “Siccome non era né un pittore né uno scultore, ma un matematico, gli italiani ... lo hanno messo in serie B”. La Summa de arithmetica, pubblicata nel 1494, al capitolo XI tratta delle scritture contabili (De computis et scripturis), ponendo le basi della partita doppia. Cosa che contribuì ad agevolare il commercio.

Ritornando alla coniazione delle monete, i primi a guadagnarci furono coloro che le producevano. Costoro godevano del cosiddetto “diritto di signoraggio”, ossia trattenevano una percentuale di metallo prezioso ricevuto per trasformare i lingotti  in moneta sonante.

Le guerre creano sconquassi ed opportunità. La lotta per la supremazia tra chiesa e impero contribuì allo sviluppo delle città marinare. Lasciate a se stesse, ed essendo al centro dei collegamenti commerciali tra il continente europeo e il vicino oriente, ne trassero giovamento. Come si è visto il diritto di signoraggio induceva a ridurre la quantità di metallo prezioso nelle monete. Un poco alla volta il denaro carolingio fu assottigliato del metallo argenteo fino a diventare inservibile; anche in conseguenza di ciò le città mercantili cominciarono a emettere moneta propria. “Non sarà una rivoluzione da nulla, perché farà nascere l’economia e la finanza moderna”.

Genova iniziò a battere moneta nel 1138; poi fu la volta di Venezia, una cinquantina di anni dopo. Nel 1252 Genova coniò una moneta d’oro, detto genovino. Seguì Firenze che cominciò a battere il fiorino. E qualche anno più tardi, la Zecca di San Marco. Nacque così il ducato, che rimase stabile nel tempo fino a diventare termine di riferimento per le altre monete del continente e dei paesi mediterranei.

I forzieri delle banche italiane servirono anche come deposito privilegiato (una specie di zona franca, oggi si direbbe offshore)  per i sovrani stranieri dell’epoca. “All’apice del suo fulgore la Serenissima repubblica arriverà a possedere il 15% di tutte le riserve auree del mondo allora conosciuto”.

Tra il ‘200 e il ‘400 il primato delle piazze finanziarie passò da Siena e Lucca a Firenze, quindi a Genova e Venezia. A partire dal XVII sec. la finanza si trasferì nelle Fiandre - Bruges, Anversa, Amsterdam - e infine a Londra.

“Non c’è grande banca senza papa”. Le maggiori fortune si accumulavano grazie ai legami con il papato, a quei tempi “il più formidabile utilizzatore di denaro”. Ma in ballo non c’era solo una questione di ricchezza e di prestigio. Quando a prestare i soldi era un grande banchiere, e soprattutto se questi lavorava per le finanze dei regnanti, veniva ritenuto un mercante rispettabile. Se invece i prestiti erano concessi su scala ridotta, e se a usufruirne era gente comune, chi praticava l’attività era additato come un peccatore, veniva tacciato di usura, ed era perseguibile.

Bisognava ricorrere a dei trucchi. I prestiti erano concessi con una “scadenza prefissata che si sapeva in partenza non si sarebbe rispettata”; scattava così una multa concordata che rappresentava l’interesse sul credito. Identica normativa dell’usura e medesimi raggiri si trovano, oggi, nella finanza islamica.

La banca più antica dei nostri giorni, il Monte dei Paschi di Siena, venne fondato nel 1472. Due secoli dopo il granduca di Toscana concesse a garanzia dei depositi le rendite dei pascoli della Maremma, detti “paschi”, da cui derivò il nome.

Le famiglie dei Bardi e dei Peruzzi, entrambi di Firenze, furono i più grandi banchieri del medioevo. I Bardi tra il 1310 e il 1345 impiegavano direttamente ben 346 persone. E’ quanto risulta dai libri superstiti. I Medici sono i più conosciuti per il ruolo di mecenate oltre che finanziatori di opere pubbliche.

Quando la moneta muore, riporta Francesco Carbone, il sangue scorre per le strade.

Ai tempi ogni socio rispondeva delle perdite della compagnia con il patrimonio personale. Essendo “il concetto di responsabilità limitata” un elemento sconosciuto, le banche fallivano trascinandosi dietro altre banche e famiglie. Ciò significava la rovina. Nel caso dei Bardi e Peruzzi, a metà del ‘300, la situazione precipitò a tal punto da sembrare l’arrivo dell’apocalisse. I fallimenti coincisero con inondazioni, carestie e rincaro dell’argento. Infine arrivò la peste nera (1348) a ridurre della metà la popolazione di Firenze e a flagellare l’intera Europa.

Le banche hanno il “vizio congenito” della mancanza di liquidità. E quelle del medioevo lo sperimentarono per prima. “Sarà sempre l’incapacità di rimborsare i creditori a causare i fallimenti”. Secondo Paolo Mottura, docente della Bocconi, la banca resta una struttura finanziaria intrinsecamente instabile.

“L’Italia del medioevo e della prima età moderna non si è fatta mancare nulla: ha inventato la finanza e anche i reati che le sono connessi”.

Oltre alla sottrazione di metallo nobile alla fonte (con il diritto di signoraggio), a valle lavoravano i “tosatori di monete” che silenziosamente provvedevano a rimpicciolire i dischetti di metallo, privandoli così a poco a poco del loro valore intrinseco.

Il tentativo dei nazisti di destabilizzare la Gran Bretagna inondandola di sterline false ebbe un illustre precedente. La Zecca di Luigi XIV coniò delle monete d’argento, tra cui il “luigino”. Le donne ottomane a partire dalla metà del XVII secolo cominciarono ad accaparrare questa moneta per ornamento. Vari feudi, tra i quali alcuni della repubblica ligure che conservavano diritti di zecca dormienti, ripresero in pieno l’attività. E ricominciarono a “battere luigini sempre più sviliti”. Fino all’intervento del sultano che fece ritirare le monete in circolazione per fonderle e restituirle ai possessori, ma allo stato di vile metallo.

 

La questione dell’usura si inacerbisce “verso la metà del ‘400 quando i francescani scendono in campo”, soprattutto ad opera di due Bernardino, da Siena e da Feltre. Principi e comuni che tollerano le pratiche usuraie nei loro territori sono minacciati di scomunica. “I sudditi di un sovrano scomunicato non gli devono più obbedienza”. Quando accade, chiunque altro potrebbe usurparne il posto. Insomma il potere del clero, testimoniato dall’imponenza delle chiese nelle città italiane di origine medievale, consigliava la massima prudenza. “Ancora oggi si capisce assai bene che non era cosa mettersi contro” coloro che le avevano costruite.

Bernardino da Feltre ha contribuito a riempire l’Italia di Monti di pietà, “un’istituzione in cui qualcuno ha visto una similitudine con il microcredito dei giorni nostri”. Le prediche del fraticello, contro l’usura, ebbero l’effetto collaterale di sollevare il popolo in campagne antiebraiche. A Trento successe che durante la Pasqua del 1475 un bambino, Simonino, fu trovato morto nelle vicinanze di alcune abitazioni ebraiche. Gli ebrei furono accusati di averlo sacrificato durante il rito pasquale. Benché interrogati (con i sistemi di allora), giudicati e condannati, il misfatto non fu mai provato. Simonino venne comunque beatificato da Papa Sisto V. Il culto sarà soppresso tre secoli e mezzo dopo, nel 1965.

La cappella degli Scrovegni, realizzata tra il 1303 e il 1305, “è ancora oggi una delle meraviglie d’Italia”. Il capostipite, Rainaldo, soprannominato da un suo contemporaneo “mona di scrofa”, viene collocato da Dante all’inferno. Il figlio Enrico redime la figura paterna commissionando la decorazione della cappella dedicata alla Vergine, senza peraltro mai trascurare gli affari: “una riuscitissima operazione di marketing”.

Gli edifici di culto, fino a tutto il ‘500 inoltrato, erano anche “luogo di raduno e di lavoro, esisteva un vero e proprio uso civico del tempio”. L’uso dell’incenso nelle funzioni religiose aveva il fine non ultimo di “coprire i cattivi odori lasciati dalle varie attività”.

I rischi collegati alla navigazione e al commercio marino erano ingenti. Il Mediterraneo era infestato da pirati. Le navi potevano essere spazzate via da ogni sorta di sciagura, dalle rivolte degli equipaggi alle tempeste. Per far fronte ai pericoli si stipulavano polizze, le si frazionavano e rivendevano, allo scopo di ripartire rischi e guadagni. Le città marinare divennero anche la culla delle assicurazioni marittime, e perfino della finanza tributaria.

In fatto di tributi si ha la documentazione che il governo genovese esercitasse una specie di redditometro ante litteram. Insediava una commissione di 18 membri con l’incarico di valutare le abitudini di vita dei soggetti. Ognuno produceva una relazione, quelle più favorevoli e più sfavorevoli “venivano scartate e si faceva la media tra le restanti”. Ha quindi un fondamento storico la propensione dei genovesi alla non ostentazione della ricchezza e alla parsimonia.

Dalla lettura complessiva è dimostrato dunque che le origini della finanza e dell’economia moderna hanno radici italiane, nonché la partita doppia e la doppia morale. E’ palese inoltre che qualsiasi passaggio di merce lascia un tanfo che soltanto l’incenso riesce a coprire. In quanto al vile denaro: pecunia non olet (letterale «il denaro non ha odore») recita il detto latino, tuttora lingua ufficiale di Santa Romana Chiesa.

Antonio Fiorella

L’invenzione dei soldi, Alessandro Marzo Magno, Garzanti

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