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CGIL, Uber, Robot e algoritmi vari

CGIL, Uber, Robot e algoritmi vari

24 Febbraio 2017 Carlo Mazzucchelli
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Gli algoritmi tecnologici che abitano, anche a nostra insaputa, i numerosi mondi paralleli che frequentiamo sono responsabili della nostra felicità leggera che ci accompagna quotidianamente, nelle nostre interazioni tecnologiche, ma lo sono anche di forme di assoggettamento delle quali non tutti sono completamente consapevoli. L'algoritmo sembra sempre più in grado di realizzare i suoi sogni, gli internauti sembrano sempre più contenti di affidarsi ai sogni di altri, quelli suggeriti, prodotti in serie, calcolati e personalizzati da chi gli algoritmi li produce e li diffonde, su piattaforme e dentro ecosistemi applicativi che stanno dominando il mondo.

Spunti per una riflessione

Tre spunti per una breve riflessione. Il primo viene dalla lettura di un libro illuminante come Il mondo dato di Cosimo Accoto, edito da Egea. Il secondo deriva dalla lettura di un'intervista alla leader del sindacato della CGIL in occasione del lancio della campagna referendaria, legata al tema del lavoro (Esseri umani, posti di lavoro e algoritmi) e in particolare della piaga dei voucher. Il terzo da un'azione serale di zapping televisivo che ha permesso di ascoltare una saccente quanto insensibile Elisa Serafini, ex manager di Uber, che nella trasmissione La gabbia Open di Paragone, dialogava con Landini della FIOM di massimi sistemi senza dimostrare di comprenderne la complessità e la criticità.

Il tema di questa riflessione è il ruolo delle nuove tecnologie nella trasformazione del mondo del lavoro e quanta poca conoscenza le persone abbiano di ciò che realmente sta avvenendo, soprattutto in relazione agli effetti concreti sulla vita delle persone, in futuri prevedibili, non rinviabili e neppure molto lontani.

E' un tema di cui si parla molto sia per la robotizzazione e automazione crescente di fabbriche, filiere logistiche e uffici, sia per l'attenzione crescente di media e studiosi che riflettono sulle conseguenze economiche e sociali dell'ultima rivoluzione delle macchine. Una rivoluzione resa possibile in particolare dallo sviluppo di nuovo software e dei suoi algoritmi computazionali, dall'emergere di nuove forme di Intelligenza Artificiale e di macchine intelligenti capaci di apprendere.

Un'affermazione di Susanna Camusso nell'intervista con Lucia Annunziata è stata rivelatrice di una percezione emergente sul ruolo che la tecnologia sta assumendo nel determinare anche il mondo del lavoro. Parlando della protesta dei tassisti a Roma Camusso ha affermato che "la regolamentazione di Uber è necessaria, perché trovo insopportabile che le persone siano governate dagli algoritmi e non dalle relazioni di lavoro esplicite. Credo che una parte di ragioni serie ci fosse, nelle manifestazioni di ieri (il riferimento era alle proteste dei tassisti)".

Un'affermazione ben diversa da quelle pronunciate dalla ex manager di Uber in TV che sembrava non cogliere appieno di essere intrappolata, anche cognitivamente, all'interno di una retorica sull'innovazione e sulla liberalizzazione che impedisce a lei, come a molti altri, di riflettere consapevolmente e criticamente sulle nuove realtà determinate tecnologicamente e con le quali tutti hanno a che fare. La riflessione necessaria tocca i temi del lavoro e di come è regolato e incentivato, il mercato della domanda e dell'offerta, quali programmi e politiche andrebbero fatti (Trump vince battendo sondaggisti, dati e algoritmi), ma anche il ruolo che nella trasformazione in corso stanno giocando macchine sempre più intelligenti e capaci di apprendere.

Sfugge ai più....

Ciò che sta succedendo nella realtà sfugge, forse è semplicemente rimosso, alle masse di consumatori utenti ma anche ai media. I primi sono così presi dalla socialità virtuale e virale dei social network da non comprendere quanto gli algoritmi, che governano le loro interazioni e relazioni online, siano gli stessi algoritmi che stanno determinando le nuove forme di lavoro che in molti casi producono precarietà e infelicità esistenziale. Gli algoritmi (Pro e contro gli algoritmi tecnologici) sono simili anche nell'impedire ogni forma organizzata di dissenso solidale, che vada al di là dei MiPiace e che potrebbe trasformarsi in messaggio di protesta e di azione politica. Su Facebook ogni forma di dissenso è facilmente isolata o annegata nell'uguaglianza dell'irrilevanza (citazione dal libro di Diego Fusaro Pensare altrimenti), una situazione nella quale tutti si sentono liberi di esprimere la loro opinione ma sempre all'interno di perimetri ben delimitati, quelli delle pagine e del muro su cui scrivono, dalle forme di schiavitù complice alla quale soggiacciono put di poter scambiarsi un MiPiace o un cambiamento di stato.

L'algoritmo di Facebook (Facebook: trasparenza, personalizzazione e algoritmi per mondi plasmati a sua immagine) sincronizza le coscienze di chi lo frequenta imponendo la trasparenza radicale, comportamenti e stili di vita, quello di Uber sostituisce alle norme vigenti le semplici, potenti e invasive righe di codice delle sue APP che aspirano a regolamentare il mercato dei trasporti e a imporre le loro leggi con conseguenze sociali non secondarie e percepite nettamente dai tassisti che hanno protestato in questi giorni.  A essere sociale, scrive Accoto nel suo libro, non è solo lo spazio abitato del muro delle facce: "Definire software sociale solo il codice sotteso a social network e social media - come comunemente si tende a fare - è una pericolosa miopia [...] il software è sempre sociale, bisogna solo cercare di comprendere che tipo di socialità, di volta in volta, è chiamato a incarnare."

La potenza dell'algoritmo (Che cosa sognano gli algoritmi) sfugge anche alla stragrande maggioranza dei media che, con alcune eccezioni, continuano a raccontare divertiti e leggeri il mondo del lavoro usando categorie tradizionali che non aiutano a comprendere la rivoluzione in corso, sia in termini di innovazione ma anche di trasformazioni disruptive e paradigmatiche, determinate dall'evoluzione tecnologica. La narrazione, rivolta più al consumatore che al cittadino, si sofferma con curiosità su robot, intelligenze artificiali, applicazioni e gadget tecnologici che stanno cambiando le abitudini di vita delle persone e i loro stili di vita ma fa fatica a comprendere e raccontare come e quanto nel frattempo le stesse tecnologie stiano modificando le filiere produttive, la logistica, i trasporti, la comunicazione, le fabbriche, i centri commerciali e i punti vendita e gli uffici. Sfuggono a molti osservatori le conseguenze reali in termini di perdita di posti di lavoro e il cambiamento profondo in corso nell'economia capitalistica del terzo millennio (Sempre più schiavi di algoritmi tecnologici). Sfugge ancor più, e questo è il fatto più eclatante,  che non è la sostituzione di un essere umano con un robot a fare notizia ma il costituirsi, lento e inesorabile, di piattaforme automatizzate, infrastrutture complesse, sociali e interconnesse, dotate di capacità di apprendere e sincronizzarsi tra di loro. E' una sincronizzazione che secondo filosofi come Pierre Levy e Derrick de Kerckove avrebbe dovuto portare all'intelligenza collettiva e connettiva ma che nella realtà sta emergendo nella forma di intelligenza artificiale, non necessariamente benevola e sintonizzata con quella umana.

Così come Uber con gli algoritmi delle sue applicazioni sta ridefinendo l'intero mercato del trasporto cittadino o Airbnb sta cambiando quello dell'ospitalità (La fiducia trainata dagli algoritmi), le molteplici piattaforme tecnologiche che si stanno formando stanno mutando il mondo intero trasformandola in una macchina globale e planetaria. Sono piattaforme in parte visibili, per gli strumenti (APP, smartphone, tecnologie indossabili e Internet degli oggetti) che utilizziamo nella nostra interazione con esse o in parte note per nome anche se fondamentalmente sconosciute come il Cloud Computing e il Big Data. Completamente invisibili rimangono invece gli algoritmi e i milioni di stringhe di codice software che queste piattaforme alimentano e fanno funzionare.

Se si conosce l'algoritmo non lo si evita ma lo si comprende

In questo contesto, a tutti, semplici utenti e lavoratori, giornalisti, politici e commentatori potrebbe tornare utile la lettura del libro di Accoto. Potrebbe servire a comprendere come il mondo che si sta componendo è sempre più dominato e determinato tecnologicamente attraverso una convergenza che vede stratificarsi e operare un'unica piattaforma (l'autore la chiama Pila - traduzione dall'inglese stack) fatta di risorse energetiche e geofisiche, di cloud computing con i suoi server e le sue immense banche dati, di reti intelligenti che fanno funzionare organismi complessi come le città, di indirizzi con cui ogni oggetto, interazione, persona o transazione sono identificati, di interfacce potenti, invisibili, conversazionali che stanno ridisegnando il mondo al nostro posto, e infine di utenti sempre meno soggetti e sempre più semplici profili digitali costantemente modificati, aggiornati e sovrascritti dalle piattaforme tecnologiche nelle quali si muovono (Algoritmi e software si stanno mangiando il mondo).

La piattaforma tecnologica sulla quale si sta adagiando il mondo intero viene osservata e raccontata come una realtà tecnologica (L' algoritmo definitivo. La macchina che impara da sola e il futuro del nostro mondo). Uno sbaglio concettuale e cognitivo fondamentale che è alla base di molti ritardi nel comprendere le trasformazioni in corso. La piattaforma tecnologica è prima di tutto, scrive Accoto, una realtà organizzativa che impone i suoi modelli di business e le sue regole. La piattaforma è un "insieme di meccanismi, motori, o se si preferisce di programmi software generativi che disegnano le forme, le dinamiche e le regole della partecipazione", del lavoro, dell'economia, delle città e della vita sociale. La piattaforma si presenta nella forma di applicazioni ed ecosistemi che appartengono a poche realtà tecnologiche, un gruppo di società come Google (meglio chiamarla Alphabet per comprendere l'intera offerta dell'azienda), Facebook (Instagram, WhatsApp), Amazon, Microsoft e Apple ma anche startup multinazionali come Uber e Airbnb che hanno sostituito nel gotha delle aziende quotate in borsa e per capitalizzazione aziende storiche, sia finanziarie, sia automobilistiche o produttrici di energia.

Le nuove tecnologie, nella loro fase attuale di evoluzione, pongono a tutti nuove sfide fatte di opportunità e rischi che non possono essere affrontate senza comprendere la loro complessità.

Sono necessarie nuove categorie interpretative, nuovi paradigmi e la consapevolezza che la trasformazione tecnologica in atto non si può interrompere ma può essere usata per determinare in termini positivi i futuri che verranno.

Comprendere la complessità nell'ambito del lavoro significa anche fare i conti con gli algoritmi programmabili e invisibili che stanno ridefinendo non soltanto lo spazio fisico del lavoro, sia manuale sia cognitivo, ma anche quello normativo, legislativo, contrattuale, culturale, sindacale e politico.

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