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Elezioni, false notizie e rituali social

Elezioni, false notizie e rituali social

22 Febbraio 2018 Carlo Mazzucchelli
Carlo Mazzucchelli
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Ogni mattina in Italia, un social networker si sveglia, sa che deve accedere al suo dispositivo Mobile più in fretta possibile per non perdersi messaggi, notifiche, novità e false notizie. Ogni mattina un altro social networker si sveglia e sa che deve scrivere qualcosa, messaggiare, pubblicare e mettere online messaggi e notizie. Quando il sole sorge tutti i social networker sanno che, per avere partecipato al rito del social networking, hanno contribuito alla produzione, diffusione e viralità di buone e false notizie.

La storia è piena di racconti inventati e false notizie. Oggi grazie a Internet gli uni e le altre hanno trovato il modo di regalare a chi le mette in circolazione maggiori benefici e vantaggi. Il flusso continuo di storie inventate corrode la fiducia nei media e nell'informazione regalando grandi opportunità a politici e personaggi senza scrupoli di confondere le acque, falsificare la realtà, condizionare l'opinione pubblica, delegittimare le autorità e distruggere la reputazione di singole persone e istituzioni.

Il fact-checking delle fake news non basta più

Nell'epoca dei social network il semplice fact-checking non basta più così come non è più sufficiente difendere la reputazione di una testata giornalistica, di un editore o di un'organizzazione (il riferimento è alle ONG sotto scacco da mesi per fatti veri ma anche non sempre provati o così veri come sono percepiti).

La proliferazione di false notizie online e la rapidità con cui circolano non dipende dall'aumentata credulità o superficialità delle persone e neppure dalla maggiore capacità di chi produce queste notizie di sfruttare i meccanismi delle piattaforme social digitali. E' legata anche alla ritualità che caratterizza la vita digitale online, dettata da regole algoritmiche di cui si è in genere inconsapevoli e spesso complici. Regole che si adottano perché ormai incapaci di rinunciare alla ripetitività dei molteplici micro-rituali nei quali si manifestano, e di sfuggire alla servitù volontaria a cui ci si è sottoposti e assuefatti.

Presi dal flusso continuo che caratterizza l'interazione delle piattaforme social non si comprende che il cambiamento esperienziale online e la ricerca continua di novità non sono altro che ripetizioni continue di pratiche, azioni e procedure perseguite per la loro percepita capacità di offrire stabilità, gratificazioni e piacere. Interrompere il flusso, adottare pratiche diverse, mettere in discussione le procedure, optare per scelte libere e consapevoli non è facile. In una parola è faticoso. La percezione è legata a una fatica che non genera alcun beneficio reale, quantomeno non immediato. Meglio lasciarsi andare al flusso continuo e rituale delle interazioni. Nella convinzione di contribuire a fare accadere le cose e di cambiare il mondo, con un semplice gesto, un feedback, una condivisione o un MiPiace.

La ritualità delle esperienze online delle nuove chiese digitali

In questa ritualità, praticata con piacere e spirito quasi religioso, sparisce ogni necessità razionale di andare oltre la magia dei mondi digitali per riflettere su sé stessi, elaborare un pensiero critico volto alla ricerca di senso e di verità e prendere consapevolezza delle situazioni in cui si è coinvolti, delle numerose trappole cognitive ed emotive nelle quali ci si trova imprigionati.

Ogni rituale crea i suoi simboli, quelli digitali basati su un'interazione continua ed effervescente generano simbologie collettive e culturali. La qualità di ogni rito è determinata da come le persone, che appassionatamente insieme vi partecipano, sperimentano e sentono simboli, situazioni e oggetti a esso associati e che determinano le loro azioni e pratiche ripetitive. Se una persona è eccitata da un evento, un'interazione o una pratica rituale confermerà la validità del rito e delle sue regole.

I riti social online sono semplici, definibili a partire dalle piattaforme su cui si esercitano e dagli elementi che li attivano e li caratterizzano determinando credenze collettive (Durkheim). Le loro regole di condotta che prescrivono il modo in cui bisogna comportarsi, definiscono percorsi esperienziali e pratiche alla portata di tutti. Non serve essere acculturati o tecno-esperti. Basta essere coinvolti!

Automatismi e algoritmi per rimanere sempre connessi

La prima regola della ritualità online è la verifica costante e ripetuta, in ogni momento e in qualsiasi luogo ci si trovi (anche in bagno o mentre si attraversa la strada senza rendersi conto che il semaforo è diventato rosso), del proprio dispositivo mobile. Un controllo che può diventare compulsivo, finalizzato a verificare eventuali novità nella casella di posta o sugli spazi digitali presidiati con account social. Un controllo che si traduce in gesti ripetuti anche quando il dispositivo è muto. Un mutismo derivante dall'assenza di alcun tipo di notifica o messaggio ma che non impedisce, anzi sollecita e rende urgente, l'esercizio di una verifica costante e l'interazione con il dispositivo. Anche solo per un bisogno inconscio ed emotivo alla ricerca di conferme sull'esistenza, sulla consistenza e la stabilità di una rete di relazioni e della realtà del mondo esterno, percepito nella sua componente sociale e relazionale. Come se, senza guardarsi nello specchio (schermo) attraverso il proprio profilo algoritmico e digitale, non si fosse in grado di percepire e costruire il proprio Sé.

La ritualità tipica delle funzioni sacre e in particolare del canto liturgico trova riscontro anche negli spazi virtuali online.  Il canto in chiesa è una celebrazione della comunità dei fedeli che lo costituiscono ma anche un modo per farsi sentire da coloro che stanno fuori dal tempio. E' strumento vitale per sperimentare e condividere parole, gesti, posture, contatti, movimenti, silenzi, sguardi e azioni. Esattamente ciò che succede nella ritualità online fondata sulla connessione e sulla condivisione.

L'esercizio continuo della condivisione

Mentre il coro religioso si sperimenta una volta a settimana, quello social è un esercizio quotidiano, reso impellente dalla necessità di rispondere agli automatismi che fanno funzionare le piattaforme social. Più che il canto (la condivisione) conta soddisfare gli algoritmi con una delega che significa in realtà rinunciare a costruire mondi comuni reali perché fondati sulla relazione e sulla condivisione. Si condivide perché non si resiste a premere un bottone preposto per la condivisione. Nel farlo si finisce ad esempio di non condividere nulla con la persona che si ha di fianco, ad esempio a un concerto dal vivo o durante una manifestazione pubblica. Due esempi che evidenziano la forza rituale del gesto all'interno delle molteplici rappresentazioni teatrali nelle quali si è immersi online e le cui coreografie sono tutte in qualche modo predefinite.

Chi schiaccia il bottone pensa di essere protagonista ma in realtà è un semplice comprimario, spettatore della propria vita così come di quella degli altri. Protagonisti veri sono algoritmi, software, automatismi che, grazie alla miriade di informazioni (dati sempre esperienziali, gusti, preferenze e comportamenti, ecc.) che posseggono sui social networker, hanno acquisito la capacità semantica e narrativa di far diventare vere anche le cose che non lo sono (se non è avvenuto online forse non è reale), di far sparire il corpo analogico di chi li usa, così come i momenti della socialità e delle emotività, le persone a cui si è legati, i luoghi e gli oggetti a cui si sente di appartenere e ai quali si è legati. Una sparizione che non sembra essere sufficiente a motivare l'allontanamento dai riti social delle piattaforme digitali ma che anzi li rafforza, unitamente al profilo digitale con cui a questi riti si partecipa mettendosi in scena.

Mi astengo ma il mio Sé digitale è partecipativo

Rituale online è diventata anche la partecipazione. Mentre si assiste al calo diffuso della partecipazione politica e la pratica di astenersi da molte forme di impegno sociale e culturale, online tutti sembrano essersi trasformati in campioni della partecipazione. Una volta si frequentava l'oratorio o la sezione di partito, ci si iscriveva al sindacato o a una associazione culturale con l'obiettivo di contribuire e lasciare traccia di sé attraverso opere e pensieri (Ippolita).

Oggi le tracce a cui si è interessati sono solo quelle digitali, spesso disseminate anche senza volerlo e diventate tali solo in modo riflesso o per essere state memorizzate e tracciate all'interno dei grandi Big Data che alimentano la Rete. Senza più alcun senso di appartenenza a comunità sociali fatte di persone in carne e ossa ci si iscrive a chatline, forum, sistemi di messaggistica, comunità e social network online per poter dire e sentirsi di far parte di qualcosa, poco importa se semplicemente virtuale e in assenza di esperienze analogiche.

I motori di ricerca nuovi oracoli e sacerdoti del mondo

Ogni rito ha il suo oracolo, ministro, mullah o rabbino. Quello digitale ha sempre al suo centro un motore di ricerca, sia quello potentissimo e onnisciente di Google sia quello focalizzato e rapace di Facebook, assimilabile all'occhio di Sauron, l'Oscuro Signore di Mordor del libro di Tolkien, di Facebook o quello più subdolo e pervasivo di piattaforme social costruite con finalità non sempre conosciute o condivise. Compito del motore di ricerca non è più fornire risposte ma soddisfare domande la cui formulazione non è sempre tale da garantire la verità di una risposta o la sua verificabilità. E qui si ritorna alle false notizie e alla loro capacità di proliferare online. Se si fa affidamento sugli algoritmi e sugli automatismi delle piattaforme digitali, se si è portati a fidarsi maggiormente di un motore di ricerca che di sé stessi, dei propri organi di senso e cognitivi, non bisogna meravigliarsi se poi si prenda per vero anche ciò che non lo è. Se si ritiene che senza GPS si perda l'orientamento si rinuncia a capire che la realtà non è solo quella mappata da un sensore così come la verità non è solo quella virale o proposta da un motore di ricerca. Se si arriva a pensare che non si possa stare insieme e incontrarsi senza inviarsi centinaia di messaggi e senza mollare mai un momento il proprio dispositivo, significa aver perso il contatto con la realtà così come la capacità di fare a meno degli strumenti digitali. Ma è proprio nel sapere farne a meno che si può riprendere il controllo della propria vita e anche della verità. Un controllo che permette anche di scoprire di quante false notizie si è circondati e di come vengano usate per condizionare le scelte elettorali di cittadini sempre più attivi online e sempre meno impegnati nella realtà sociale e politica di cui fanno parte.

 

 

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