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I lavoretti occasionali della Gigonomics (Gig Economy)

I lavoretti occasionali della Gigonomics (Gig Economy)

17 Maggio 2018 Carlo Mazzucchelli
Carlo Mazzucchelli
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Molti Baby Boomers probabilmente non sanno neppure cosa sia ma le nuove generazioni di Millennial con la Gig Economy devono convivere ogni giorno. In Italia è forse più nota come lavoro a tempo determinato, a chiamata, precarizzato e inadeguato a dare sicurezza e tranquillità così come neppure opportunità. E' un modello economico ormai diffuso in tutto il mondo occidentale che in alcuni paesi permette guadagni extra ma in altri è sinonimo di sfruttamento e assenza di diritti. Come hanno insegnato le lotte dei riders di Foodora.

Tutti obbligati a reinventarsi

Capita spesso di incontrare persone che parlano di sé come in una fase lavorativa nella quale si stanno reinventando (vedo gente, faccio cose, apro un Blog o un sito web, uso Linkedin, ecc. ecc.) Molte di queste persone hanno laurea e master ma nessuna reale opportunità di un inserimento stabile nel mercato del lavoro. Tutti devono fare i conti con la Gig Economy (l'origine del concetto è fatto risalire a un articolo pubblicato nel 2009 a partire dal termine GIG che significa lavoretto o micro-job), un modello economico sempre più diffuso nel quale le prestazioni lavorative continuative e stabili sono diventate realtà in via di estinzione (in Italia il Jobs Act ne ha accelerato il percorso) e si lavora a chiamata. Sempre che ci si trovi nel posto giusto al momento giusto e che le competenze o i servizi che si è in grado di offrire siano richiesti e compatibili con la remunerazione prevista e/o con la produttività richiesta.

La Gig Economy definisce un modello economico on-demand, un mercato del lavoro caratterizzato dalla prevalenza di contratti a breve termine o di lavoro indipendente rispetto a posti di lavoro permanenti. Lavoretti a chiamata, temporanei, provvisori.In origine, le piattaforme di Gig Economy sono nate come opportunità per lavoretti utili ad arrotondare redditi e stipendi, oggi sonodiventate la norma che caratterizza un nuovo modello economico che coinvolge quasi 200 milioni di persone in tutto il mondo occidentale.

Nel posto e nel momento giusto

Il dove e il quando di questo modello economico è molto tecnologico, legato e dipendente da APP Mobile dedicate o piattaforme tecnologiche studiate da startup o aziende che hanno fatto della tecnologia il loro modello organizzativo a supporto di strategie di business (i vari Foodora, Deliveroo, ecc., ama anche Uber, Upwork, AirBnb e molte altre che tra l'altro in modo manipolatorio preferiscono definirsi protagonisti della #sharing economy invece che della #gigeconomy). In economie forti come quella degli Stati Uniti, e in particolare quella della Silicon Valley, molti di questi lavoretti sono sintomatici di flessibilità del mercato e occasioni per nuove opportunità di lavoro. Servono per guadagni extra o per affrontare i costi della vita molto elevati, ad esempio nella Silicon Valley dove non tutti hanno gli stipendi stratosferici di cui godono molti dipendenti delle grandi società tecnologiche. In Italia più che lavori extra sono occasioni di guadagno da cui dipende, in molti casi, la sopravvivenza individuale, di coppia o familiare. Molti dei nuovi lavoretti non prevedono alcuna forma di contratto lavorativo ma l'erogazione di prestazioni, solitamente provvisorie, part-time, saltuarie, interinali, temporanee, a chiamata, ecc.

Milioni alla ricerca di un lavoretto

Secondo uno studio recente condotto da McKinsey Global Institute le persone coinvolte nella Gig Economy negli Stati Uniti e in Europa hanno raggiunto la cifra di 162 milioni di persone.  Milioni di persone che pedalano per consegnare cibo e prodotti, che accompagnano cani di altri nei parchi cittadini o si prendono cura dei figli non loro, che prestano le loro competenze tecniche, marketing, legali ecc., a società che non hanno alcuna intenzione o interesse di assumerli in modo stabile.

Per molti economisti tutto ciò descrive un ambiente economico nel quale non si è più vincolati a un modello di lavoro continuativo, ma si è liberi di massimizzare tempi e guadagni, bisogni personali e necessità lavorative (le mamme che hanno da poco celebrato la loro festa dovrebbero celebrare, anche come donne, la Gig Economy come la risposta ai loro bisogni....). Per chi è descritto come protagonista di queste distopie camuffate da utopie liberiste e molto tecnologiche, il modello andrebbe cambiato, quantomeno aggiustato.

La Sharing Economy, secondo l'Oxford Dictionary,  è un sistema economico in cui beni o servizi sono condivisi tra individui privati, gratis o a pagamento, attraverso Internet.  Un modello conomico “generato dall’allocazione ottimizzata e condivisa delle risorse di spazio, tempo, beni e servizi tramite piattaforme digitali e i cui gestori agiscono da abilitatori mettendo in contatto gli utenti e possono offrire servizi di valore aggiunto; inoltre tra gestori e utenti non sussiste alcun rapporto di lavoro subordinato.

Il ruolo della tecnologia

Il problema è che farlo non sembra facile, anche per il ruolo assunto dalle tecnologie nella vita di molte persone. Un ruolo tutto legato alla formazione dei modi con cui si percepisce la realtà e ci si costruisce le mappe mentali con le quali poi ci si orienta nella vita personale così come in quella professionale e lavorativa. Se la tecnologia spinge a vivere nel presente continuo ne risultano condizionati anche l'immaginario individuale e la costruzione di futuri possibili. I Baby Boomers che hanno avuto la fortuna di vivere l'esperienza del 68 (non tanto in termini politici quanto di rinnovamento culturale e antropologico, come scrive Edgar Morin nel suo recente libro Maggio 69ì8 - La breccia) volevano l'impossibile, oggi molti Millennial si accontentano di ciò che è offerto loro da potentati, piattaforme e oligarchie che hanno imposto al mercato i loro modelli lavorativi ed economici, le loro regole, e le loro piattaforme.

Ciò che colpisce della cosiddetta Gig Economy, o in qualsiasi modo la si chiami in Italia, è la sua naturalizzazione. Viene vissuta e la si sperimenta come se fosse l'unico contesto lavorativo possibile, così naturale da non essere neppure percepita nella sua disumanità, nel suo essere portatrice e generatrice di disuguaglianze e causa della privazione di diritti e libertà. La naturalizzazione in corso, per alcuni già avvenuta, si traduce in un'umanità varia e numerosa abitata dai molti Nessuno ben descritti dallo psichiatra Vittorino Andreoli nel suo ultimo libro da poco pubblicato. Un'umanità frustrata, insicura, paurosa perché si sente esclusa ma anche molto arrabbiata e pronta a esplodere in ogni momento (se continuano a farmi danni io ne farò agli altri...).  

In questo contesto, un ruolo particolare è svolto dalla tecnologia e dalla sua pervasività. Gli schermi hanno addomesticato lo sguardo, fanno da intermediari lavorativi ma anche cognitivi, agiscono come strumenti di sorveglianza e di controllo (i braccialetti tecnologici che monitorano le attività e dettano l'agenda dell'orario di lavoro), contribuiscono alla disintermediazione umana e alla spersonalizzazione relazionale. La Gig Economy non è soltanto imposta dai modelli economici vincenti, dalle legislazioni che ne derivano e dai potenti di turno ma anche dalla capacità di convincimento di chi ne fa parte. Un'azione che mira a far percepire gli interessi del modello vigente come proprio e a condividerne la filosofia, le sue rappresentazioni e narrazioni del reale, anche nel caso in cui i vantaggi e i benefici delle persone coinvolte siano minimali.

La tecnologia incide sulla Gig Economy in molte altre forme quali l'automazione facilitata dall'evoluzione delle intelligenze artificiali e dalle macchine capaci di apprendere, dalla diffusione di reti degli oggetti e di piattaforme software che stanno determinando veri e propri apparati e dalla sensazione negativa che nulla possa più sfuggire alla potenza e alla volontà di controllo degli algoritmi. La percezione è che si stiano perdendo posti di lavoro e precarizzandone molti altri, ma anche disperdendo energie, capacità, talenti e tanta qualità. Le nuove tecnologie dovrebbero al contrario essere usate per ridurre la fatica e la ripetitività, per distribuire maggiore benessere e offrire maggiori opportunità oltre che per garantire il potere essere umani.

Cosa fare?

Intrappolati nella Gig Economy e impegnati nella costante ricerca del prossimo lavoretto, sparisce il tempo da dedicare alla riflessione e alla presa di coscienza, non tanto della propria infelicità e insoddisfazione, quanto dei meccanismi e algoritmi che la determinano. L'individualismo diffuso porta a forme di ribellismo molecolare (ne ha parlato anche Michele Mezza nel suo bel libro Algoritmi di libertà, che suggerisco a tutti i Millenial di leggere) senza potere e incapace di soddisfare le richieste che lo hanno motivato. Impedisce la nascita di nuovo sapere e di un senso comune, di una coscienza politica condivisa che porti alla solidarietà e a forme di relazione (un tempo si diceva di lotta) capaci di produrre risultati.

Ciò che serve è riacquistare la capacità di programmare e di dare forma ad algoritmi diversi capaci di contrastare (contro-programmare) modelli e piattaforme. Bisogna trovare il modo di rivendicare nuovamente un salario equo, un posto di lavoro più garantito, e condizioni di lavoro meno disumane. I giovani rider di Foodora hanno forse aperto una breccia. Da questa breccia sono nate numerose e nuove domande, utili ad acquisire conoscenza e sapere ma soprattutto a produrre effetti concreti nella Gig Economy. E' una breccia che può favorire il cambiamento e permettere di vedere con maggiore chiarezza che la precarietà non è soltanto quella degli attori della Gig Economy ma anche quella delle fondamenta sulle quali si regge. Fondamenta precarie, vulnerabili e fragili che rischiano di frantumarsi di fronte a forme emergenti di ribellione ma soprattutto alla inconsistenza dei risultati che la Gig Economy produce, privilegiando i pochi, penalizzando i molti e creando disuguaglianze che saranno all'origine di cambiamenti e ribellioni future.

 

Fonte: Fondazione Feltrinelli

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