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Il GDPR è attivo, il Web è morto?

Il GDPR è attivo, il Web è morto?

30 Maggio 2018 Carlo Mazzucchelli
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Tutti stanno ricevendo decine di email spedite in ottemperanza alle norme del GDPR europeo (General Data Protection Regulation). Grazie ad esse ogni cittadino europeo può ora aggiornare le policy della propria privacy online e accedere, modificare ed eventualmente cancellare informazioni personali e dati che ha deciso di non condividere o rendere pubblici. Il GDPR riafferma la privacy come un diritto di ogni cittadino europeo. Secondo alcuni però il GDPR potrebbe contribuire alla fine del Web per come si è sviluppato fino a oggi.

Mentre va in onda la celebrazione del 25 di maggio come data nella quale tutti dovevano prendere atto dell'entrata in vigore della nuova normativa, per alcuni non si è prestata attenzione al significato che le nuove regole possono avere per la Internet del futuro. A non rendersene conto sembrano essere stati per primi gli organi di stampa e i media. Tutti presi dalla narrazione della scadenza da non mancare, dalle incombenze e complessità della nuova regolamentazione, e dalla necessità di mettere in guardia su sanzioni e rischi in caso di non osservanza della legge, si sono dimenticati di riflettere su alcuni significati del GDPR ma soprattutto su alcuni dei suoi effetti collaterali. Uno su tutti, il venire meno di una parte della democrazia alla quale il Web ci aveva in qualche modo abituato.

La riflessione non comporta la negazione della validità della nuova normativa sulla privacy ma serve per un approfondimento necessario sulle sue potenziali conseguenze. Alcune si sono già determinate con numerosi siti web aziendali e risorse Internet non accessibili, con la richiesta a Google di non rendere disponibili nelle ricerche del suo motore milioni di URL. Il tutto determinato dai ritardi accumulati nell'adempimento delle normative GDPR e per il timore di immediate sanzioni.

Il fatto che l'Unione Europea abbia deciso di introdurre nuove e più stringenti regole per l'uso dei dati dei cittadini europei che in rete fanno acquisti, socializzano e navigano, è certamente una cosa positiva. Il GDPR supera le normative europee del 1995 trasformando la privacy in un diritto da rispettare e tale da dover essere considerato fin dall'inizio nell'implementazione di qualsiasi iniziativa, applicazione o attività digitale online.

Il GDPR può essere visto però, secondo alcuni commentatori, anche come una limitazione alle libertà di Internet. Ad esempio in paesi come gli Stati Uniti i consumatori e i cittadini americani della rete sono abituati a muoversi online senza molte resistenze, perdite di tempo e complicazioni, anche se queste ultime sono determinate dalla semplice necessità di proteggere i dati e le informazioni personali di chi naviga attraverso l'imposizione della compilazione di alcuni moduli online. Chi critica il GDPR lo fa anche perché intravede nell'introduzione di nuove regole più stringenti una limitazione alle attività commerciali e di business di aziende e organizzazioni. Non soltanto quelle editoriali, legate all'informazione, ma tutte le aziende che si ritrovano a dover gestire le innumerevoli informazioni generate dalle attività dei loro clienti. Clienti che possono essere distribuiti in ogni parte del mondo e in paesi che, con normative come il GDPR, possono introdurre limitazioni e impedimenti alle attività commerciali in essere, oltre alla libertà di informazione.

Nella riflessione emergente in molti media americani è completamente assente una riflessione critica sull'importanza della privacy e sul diritto di ogni cittadino europeo di vedersela garantire in una situazione di monopolio determinato dal predominio dei produttori tecnologici, prevalentemente americani, che dominano il mercato con le loro piattaforme. Se alcuni percepiscono il GDPR come uno strumento politico usato contro i Signori del silicio significa che la decisione europea ha colto nel segno. Nell'era dei Big Data, delle intelligenze artificiali e delle Internet degli oggetti, degli assistenti personali e delle macchine capaci di apprendere, porsi il problema dei dati personali, della loro riservatezza e del diritto alla privacy di chi li produce è un segnale forte di difesa della democrazia, piuttosto che il suo contrario. Il richiamo di alcuni al ruolo che normative come quelle raccolte nel GDPR europeo potrebbero giocare in paesi dittatoriali e autoritari nel limitare la libertà di opinione e nell'aumentare il controllo dei governi, non è sufficiente a impedire un'azione volta a limitare l'invadenza delle piattaforme tecnologiche nella vita individuale delle persone.

E' possibile che quanto sta accedendo oggi possa incidere sulla Internet del futuro. Un futuro nel quale Internet potrebbe funzionare in modi diversi in base ai paesi nei quali verrà utilizzato e che per alcuni potrebbe determinare un'assenza di libertà o una limitazione delle libertà fin qui offerte da Internet. Un futuro nel quale la libertà personale e il diritto alla privacy potrebbe però anche essere maggiormente tutelato. Ad esempio grazie a iniziative come il GDPR europeo.

Il Web non è morto e non morirà certamente per l'introduzione delle nuove normative UE. Il Web rischia di morire per la privatizzazione strisciante e continua che viene praticata da pochi grandi gruppi privati (in alcuni casi come in Cina con l'aiuto esplicito del governo centrale) che stanno costruendo mondi sempre più chiusi, controllati e nei quali poter raccogliere dati e informazioni senza rispettare alcun tipo di diritto individuale. Diritti sacrosanti come quello della privacy e della riservatezza dei dati personali.

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