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Il lato oscuro della rivoluzione informatica

Il lato oscuro della rivoluzione informatica

26 Febbraio 2016 Carlo Mazzucchelli
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Il contenzioso tra Apple e FBI Americana che in questi giorni sta caratterizzando le cronache dei giornali di mezzo mondo è l’occasione per nuove riflessioni e approfondimenti sul ruolo che l’informazione ha assunto nel mondo tecnologico attuale. Il dibattito è prevalentemente centrato sul diritto o meno di FBI di vedere craccato l’iPhone di Apple e quello di quest’ultima di rifiutare di fornire la chiave giusta per farlo. L’attenzione dovrebbe però andare al ruolo che aziende come Apple hanno oggi assunto nel controllo dei nostri dati.

Da anni l’epicentro della rivoluzione informatica e tecnologica è la Silicon Valley, la regione della California dove è concentrato il maggior numero di aziende tecnologiche e di startup al mondo (Apple, Cisco, Facebook, Google, Intel, Linkedin, Netflix, Twitter, Oracle, Tesla Motors, Pandora, Symantec, VMware, Zynga, ecc.). Negli Stati Uniti ci sono sempre stati anche altri poli tecnologici come quello di Seattle (sede di Microsoft, Amazon, Avanade) o di Austin (Dell) e nel mondo stanno crescendo poli simili. Nessuno di essi ha però il ruolo e l’importanza assunto dalla Silicon Valley nel definire e plasmare i confini e i contenuti della moderna società dell’informazione.

La Silicon Valley nel 1991

La storia della Silicon Valley è così lunga da avere fatto dimenticare i suoi esordi alla fine della seconda guerra mondiale e la sua rivoluzione caratterizzata inizialmente da grande idealismo e senso di progresso. Le idee e i progetti da esse nati negli anni hanno migliorato la vita di tutti, hanno permesso ad aziende e organizzazioni di trasformarsi e svilupparsi, hanno alimentato economia e benessere sociale e hanno cambiato il mondo facendolo diventare interconnesso, piatto e globalizzato.

Quei valori iniziali, pur continuando a far parte della narrazione della Silicon Valley, si sono nel frattempo scoloriti, edulcorati e, secondo alcuni, trasformati in qualcosa di completamente diverso. Lo ha sostenuto recentemente anche Eugeny Morozov nel suo libro Silicon Valley: i signori del silicio, nel quale accusa le aziende tecnologiche della Silicon Valley di incarnare la fase attuale del capitalismo. Un’incarnazione subdola perché ammantata dei valori di prosperità e uguaglianza e mascherata dietro la retorica della rivoluzione digitale ma che in realtà nasconde l’ennesima operazione di accentramento del potere economico e politico nelle mani di pochi. Il tutto reso possibile dalla capacità di raccogliere, archiviare e usare la merce forse più profittevole dei nostri giorni, i dati personali di ogni utilizzatore di prodotti tecnologici.

Lo “stay hangry, stay foolish” di Steve Jobs si è trasformato in fame di dati, una fame che accomuna Apple e Google, Amazon e Facebook e tutte le grandi Marche tecnologiche della Silicon Valley. Il ruolo assunto dai dati e dalle informazioni non è che uno degli effetti collaterali della rivoluzione tecnologica continua in atto. Le tecnologie dell’informazione sembrano avere preso il sopravvento su chi le usa, e chi le produce e controlla ha acquisito un potere enorme sulle loro vite. Lo sostiene anche il filosofo inglese Alistair Duff  della Università Edinburgh Napier della Scozia e non è il solo a farlo.

In un’intervista ad Atlantic, Duff sostiene che è necessario dotarsi di una nuova teoria normativa della società dell’informazione ed elaborare nuovo pensiero creativo e critico utile a sistematizzare la rivoluzione che stiamo vivendo ma che sembra esserci sfuggita di mano. Per farlo non è sufficiente affrontare singoli aspetti di questa rivoluzione come la Privacy, la libertà della Rete e la sua democrazia  o la proprietà intellettuale. Serve avere una visione olistica, integrata, di largo respiro, una visione come quella nata durante la Rivoluzione Industriale dell’800.

Secondo il filosofo la Silicon Valley è ricca di innovazione e di opportunità ma produce anche un lato oscuro da non sottovalutare come quello della disuguaglianza e dell’abuso dei dati personali. Come ha scritto Morozov i signori del silicio costituiscono ormai una vera e propria casta tecnocratica che ha fondato il suo potere sul predominio della tecnologia sugli esseri umani e la loro subordinazione all’imperativo tecnologico ( se non sei su Facebook non esisti, se non usi Google non trovi nulla). E’ un potere talmente cresciuto negli ultimi anni e così poco contrastato da essere ormai fuori controllo.

Le novità tecnologiche e il potere delle aziende protagoniste della rivoluzione tecnologica sono tali da dominare il dibattito pubblico e da tenere imprigionata l’attenzione del consumatore/cittadino. Si parla di tecnologia e si parla sempre meno della rivoluzione politica ed economica che dalla crisi del 2008 ha preso in ostaggio il mondo creando grandi diseguaglianze, crescente povertà e precarizzazione del lavoro.

I protagonisti della rivoluzione tecnologica amano dipingersi come paladini della solidarietà, dell’autonomia, della collaborazione, della socialità ma si dimenticano volentieri della privacy. Quando la difendono, come ha fatto Apple rifiutando il diktat dell’FBI lo fa in modo militante e forse non proprio correttamente visto che la richiesta dello stato è forse l’unica plausibile. La realtà è che la privacy e i dati personali sono tutti sotto scacco, anche di Apple e dei suoi vari strumenti tecnologici come iTunes.

Il tema della privacy tocca principalmente il ruolo assunto dalla molteplici applicazioni di social networking. Rispetto a quelle che le hanno precedute come le comunità Well, Friendster o Myspace, quelle attuali come Facebook sono finalizzate commercialmente e alla ricerca di guadagni. Un obiettivo normale per società private ma il problema nasce dall’uso dei dati e delle informazioni degli utenti delle loro applicazioni come se fosse una merce come un’altra. Questi dati sono un patrimonio che starebbero bene in un dominio pubblico come un bene comune da condividere per scopi umani e non commerciali. Il rischio è che questo patrimonio, anche quello utile per attività sociali e pubbliche come la sanità, l’istruzione e altre realtà pubbliche che offrono servizi alla cittadinanza, finisca per essere a disposizione di realtà private. Che Google in futuro possa segnalare i sintomi di una malattia perché in possesso di informazioni sanitarie riservate su un individuo può essere positivo.

Ma che fine farebbe il servizio sanitario nazionale nel caso in cui Google si sostituisse alle entità che oggi operano nel settore imponendo i suoi modelli economici e di monetizzazione?  Per i ricchi non cambierebbe molto, potrebbero continuare a rivolgersi a cure specialistiche costose, per i poveri invece non rimarrebbe che rivolgersi a Google, offrendo ancor più dati sulle loro condizioni di salute in cambio di servizi.

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