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La trasparenza digitale ai tempi di Facebook

La trasparenza digitale ai tempi di Facebook

12 Aprile 2018 Carlo Mazzucchelli
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In questi giorni, mentre Zuckerberg è stato impegnato a illustrare ai senatori americani come funziona la sua creatura, in molti hanno toccato il tema della trasparenza dei dati e delle informazioni degli utilizzatori del social network più popolato al mondo. Il concetto di trasparenza è menzognero e falsificante, ha vari significati che non sempre sono compresi, soprattutto quando si rispecchiano nel loro contrario, ad esempio dando forma a maggiore opacità e ignoranza.

I molti significati della trasparenza

La trasparenza di cui generalmente si parla è quella che Facebook dovrebbe tenere, nei confronti degli utilizzatori tecno-dipendenti e tecno-creativi della sua piattaforma, rispettando le regole definite per la privacy, le aspettative così come la riservatezza dei dati dell'utente.

La trasparenza per Facebook in realtà è quella che chiede a ogni utente in termini di visibilità, complicità e stili di vita. Una richiesta che ricorda l'intuizione dello scrittore Pontiggia quando scriveva come la trasparenza "...rinvia all'idea che il fondo di noi stessi sia buono e che il fine sia di lasciarlo trasparire...", ma anche la trasparenza architettonica basata sulla completa visibilità degli spazi, siano essi interni e/o esterni (vedi le pareti di vetro, la digitalizzazione e dematerializzazione, l'illuminazione e gli open space lavorativi delle nuove cattedrali gotiche dei grandi protagonisti della rivoluzione digitale come Apple, Google, Amazon, ecc.).

 

Facebook si presenta come lo strumento ideale per soddisfare il bisogno, molto narcisistico, dell'era digitale e Mobile di mettere in pubblico non soltanto dati e informazioni ma anche stati d'animo e la propria intimità. Comportamenti spesso motivati dall'obiettivo di avere in cambio una maggiore visibilità sulle intimità e sulle vite degli altri. Un bisogno molto umano e sempre presente, perché fa parte della natura umana conoscere cosa facciano gli altri e sapere cosa pensino di sé stessi e degli altri. Un bisogno oggi espresso senza curarsi più di tanto dei numerosi Altri, anche in forma di algoritmi o di società come Acxiom che possiede nei suoi Big Data i dati di quasi la totalità dei cittadini americani. Tanti e invisibili o non percepibili Altri (Le vite degli altri per fare una citazione cinematografica) che queste intimità possono scoprire, analizzare e utilizzare anche per scopi prevalentemente utilitaristici e commerciali.

Riflessioni sulla trasparenza

Sulla trasparenza nell'era digitale hanno scritto cose molto interessanti il collettivo di Ippolita e il filosofo coreano Byung-Chul Han. Quest'ultimo nel suo libro La società della trasparenza, senza usare toni apocalittici ma certamente in controtendenza rispetto ai molti integrati digitali che hanno delegato molte funzioni del loro intelletto all'interattività online, descrive la trasparenza digitale come un grave problema perché elimina ogni forma di segreto, distrugge i desideri e la necessità di isolamento, favorisce un consumismo diffuso determinato dal piacere e dalle gratificazioni ripetute, elimina rituali comunicativi e relazionali e soprattutto alimenta una pornografia finalizzata alla esposizione di sé stessi che consegna tutto alla visibilità. Secondo il filosofo coreano la trasparenza è un falso ideale, un mito perseguito da molti e che in realtà si è trasformato nel suo opposto con la sparizione della privacy (Privacy l'è morta? Resistere alla sorveglianza è ancora possibile!).

 

Secondo il collettivo Ippolita la trasparenza digitale, predicata da Facebook e dagli altri proprietari di piattaforme tecnologiche, è una nuova ideologia che mira a trasformarsi in religione applicata (anche per Vanni Codeluppi esiste oggi un'ideologia della trasparenza assoluta collegata all'urgenza esibizionistica). Alla base di questa trasparenza radicale e messianica c'è una specie di allucinazione collettiva (percezione di cose che non esistono), la sparizione della privacy e l'accettazione della sua scomparsa da parte del fedele utente. L'utente credente finisce per accettare come naturale la trasparenza digitale, si auto-rinchiude soddisfatto in vere e proprie bolle cognitive di felicità illusoria, diventa complice della sparizione della privacy e vittima al tempo stesso della stessa. Come per chi aderisce alla setta dei Dianetici, la privacy per gli affiliati alla chiesa di Facebook torna a esistere solo quando si rendono conto che essa è  stata violata e che con essa è stata violata anche la segretezza e la riservatezza. Uno sbocco non necessario e che non coinvolge tutti, considerando quanti pochi utilizzatori di Facebook hanno aderito al movimento #deletefacebook lanciato dopo lo scandalo Cambridge Analytica.

La religione della trasparenza radicale  e la complicità dei fedeli

Sulla trasparenza e sul bisogno all'esposizione che caratterizza l'epoca digitale, Facebook ha costruito la sua chiesa e la sua religione. Una chiesa in forma di piattaforma, senza confini e senza segreti apparenti, pensata per vedere e farsi vedere, ma assimilabile più a un acquario, in forma di panottico del terzo millennio, che a uno spazio libero e democratico. Una religione assimilabile a quella dianetica che può essere svelata soltanto dal gesto imprevedibile di singoli adepti che decidono di abbandonarla dopo una qualche presa di coscienza o nuova consapevolezza. Esattamente quello che è successo anche con la NSA grazie alle rivelazioni di Snowden (in questo caso tutti dovremmo ringraziare la maggiore trasparenza che ne è derivata, non necessariamente dai dati venuti a galla ma dal lavoro giornalistico che su di essi è stato fatto) e ancora prima con Wikileaks.

 

Attraverso la sua piattaforma Facebook ha instaurato nuove forme di controllo, basate sul consenso e sull'opacità, più intelligenti e subdole di quelle del passato perché fondate sull'assenza apparente di uno sguardo dispotico, onnipotente e centralizzato. Il segreto del controllo, basato sulla trasparenza radicale richiesta agli utilizzatori della piattaforma Facebook e da essi praticata, è di tipo a-prospettico e nel quale tutti "...possono essere illuminati da ogni lato, dappertutto e da ciacuno" (BCH).

A favorire la trasparenza (l'esposizione di sé stessi) e la scarsa attenzione alla privacy (riservatezza e segretezza) è la percezione dell'assenza di qualsiasi tipo di sorveglianza e controllo, di sentirsi liberi e di vedere giustificate le proprie azioni e percezioni anche da  comportamenti simili a quelli degli altri. Dalla frequentazione di piattaforme come Facebook nasce una nuova forma di intimità che elimina ogni forma di distanza e possibilità di isolamento.

Un'intimità tutta costruita e digitale (profili digitali con caratteristiche e personalità che si riflettono sui profili della vita reale), legata alla costante vicinanza e prossimità, determinate dalla connessione continua agli spazi virtuali online e dal tempo a essi dedicato. Un'intimità che si manifesta nel controllo di ognuno sull'altro e della quale trae vantaggio chi ha messo a disposizione la piattaforma, i suoi servizi e le sue funzionalità.

Il vantaggio è grande perché basato sulla trasparenza radicale (terminologia di Ippolita) che permette di personalizzare comunicazione commerciale e marketing promozionale, ma soprattutto di regolare e determinare desideri e bisogni, anche quelli più segreti e ritenuti impenetrabili. Consegnandosi alla trasparenza di Facebook, in una parola, si è rinunciato volontariamente alla libertà. Come ha scritto Douglas Rushkoff "... se non conosci come lavora il sistema che stai usando, probabilmente il sistema ti sta usando", condizionando e determinando le tue libertà individuali.

Una trasparenza vissuta allegramente e superficialmente

La rinuncia sembra vissuta felicemente da un pubblico ampio e gratificato che sembra fare affidamento sulle verità e sulle promesse di Zuckerberg. Il tutto, nonostante siano in parte consapevoli dei rischi che corre la loro privacy e non si fidino ciecamente di Facebook o non si siano mai fidati. I benefici, i vantaggi e le opportunità derivanti dalla frequentazione di Facebook sono tutti elementi in grado di alimentare da soli motivazioni forti per continuare a farlo, pur rinunciando alla propria riservatezza e libertà. La richiesta di maggiore trasparenza da parte di Facebook è presente ma non sembra dettata dall'esigenza di poter disporre di funzionalità più amichevoli e a portata di mano, per modificare i parametri personali della privacy legata al profilo digitale online. La domanda crescente è rivolta a una trasparenza tradotta in maggiore visibilità su come, quando e dove vengono condivisi i dati personali. Ma è una domanda che, in assenza di risposte concrete, come dimostrato anche dalle semplici promesse di Zuckerberg davanti alle commissioni di deputati e senatori americani, non si traduce comunque in azioni di abbandono o di protesta  ma casomai in una diminuzione dell'uso della piattaforma, dedicandola principalmente a tenere i contatti e a comunicare con le proprie reti ristrette di amicizia e parentela. Un atteggiamento che non impedisce a Facebook di continuare a tenere sotto controllo i suoi utenti ma che suona in ogni caso come un campanello d'allarme su una crescente tecno-consapevolezza.

La scivolosità di un concetto

Il tema della trasparenza è scivoloso, aperto a mille interpretazioni e non a caso oggetto da tempo di numerose trattazioni (Facebook, Cambridge Analytica e narrazioni mediali). Libri e studi come quello di David Brin (The Transparent Society), di Gianni Vattimo (La società trasparente), di Rimoli e Salerno (Conoscenza e potere. Le illusioni della trasparenza), di Giovanni Ziccardi (Internet, controllo e libertà - Trasparenza, sorveglianza e segreto nell'era tecnologica) e di molti altri come Cass R. Sunstein (La democrazia nell'epoca dei social media), Lawrence Lessig (La trasparenza della rete), Alberto Stornelli (Equilibri digitali), e Yochai Benkler ( La ricchezza della rete. La produzione sociale trasforma il mercato e aumenta le libertà).

Per alcuni studiosi, come Brin, la trasparenza, resa possibile dall'era digitale, regala vantaggi a tutti perché, in una realtà nella quale la sorveglianza è pervasiva e onnipresente, ognuno può sapere tutto di tutti bilanciando il potere di condizionamento e controllo reciproco, anche quello tra cittadini, governi e istituzioni. Per altri, come Ziccardi, l'era digitale evidenzia la criticità di un equilibrio fragile e instabile che esiste tra la tecnologia, usata come strumento di controllo e sorveglianza, e i diritti fondamentali dell'individuo, nel suo essere cittadino, consumatore, utente ed elettore (vedi il caso Cambridge Analtyca), ma anche tra la libertà di pensiero e le esigenze di sicurezza generali.

Interpretazioni diverse della trasparenza digitale e sul suo ruolo nella distruzione della privacy non impediscono approcci di riflessione e di azione tra loro simili. Chiedere la trasparenza da cittadini di una democrazia significa rendere trasparenti meccanismi, regole, accordi e operazioni più o meno segrete che possono dare luogo a fenomeni di corruttela, di manipolazione mediatica e/o politica della verità e di privazione dei diritti e delle libertà del cittadino. Chiedere maggiore trasparenza a Facebook significa avere accesso e visibilità delle regole che determinano profili, criteri di configurazione e possibilità di utilizzo dei profili digitali individuali e delle informazioni personali a essi associati. Grazie o per colpa delle tecnologie digitali le democrazie occidentali così come i mondi virtuali online possono essere considerati come novelli panottici. Anche se quello virtuale, secondo l'interpretazione di Byung-Chul Han, è un panottico a-prospettico, entrambi condividono in realtà la presenza di un potere dal controllo centralizzato, diffuso, molto più potente e capace di manipolare e condizionare la realtà di quanto non lo fossero quelli precedenti. Sono poteri che operano indisturbati (chi conosce ad esempio le grandi società oggi proprietarie dei principali Big Data mondiali usati a scopi marketing e commerciali?), dei quali sappiamo quasi nulla o ignoriamo persino che esistano, non conosciamo le loro motivazioni e finalità e sottovalutiamo il ruolo e gli effetti che hanno nel determinare gli ambienti (alcuni li chiamano mediascape visto il ruolo che vi giocano media tradizionali e digitali insieme) nei quali tutti si trovano a vivere (Da Homo sapiens a Homo Sapiens Digitalis).

Alcune considerazioni finali

Per confrontarsi con il tema della trasparenza non è sufficiente affidarsi al suo significato digitale, sia nell'accezione di facebook sia in quello del cittadino della Rete. La trasparenza predicata online non è solo mistificatoria e menzognera ma anche uno strumento inadeguato per l'acquisizione di una maggiore conoscenza e consapevolezza della realtà complessa nella quale siamo immersi. Un primo passo verso la conoscenza consiste nel concettualizzare la nostra esperienza di trasparenza digitale in modo da poterla comprendere. Poi bisogna sforzarsi di non uniformarsi al pensiero dominante e non avere timore a scoprire ciò che non è conforme con le rappresentazioni del mondo degli altri, ciò che è percepito come svantaggioso a titolo personale. Ad esempio non è obbligatorio adeguarsi all'idea di una trasparenza condivisa come vantaggio derivante da una migliore conoscenza reciproca e livellamento. Il vantaggio può valere se rilevato nella relazione con un pari grado, ma vale meno se non tiene conto del vantaggio maggiore che può acquisire il proprietario della piattaforma di cui si è ospiti e a cui si cedono dati e informazioni riservate (Va riequilibrato il rapporto tra la nostra vita e la pressione tecnologica).

La riflessione sulla trasparenza deve andare oltre la realtà rivelata da Cambridge Analytica. Deve puntare alla maggiore conoscenza e comprensione dei filtri e degli algoritmi usati per rimodulare e modificare contenuti, messaggi e informazioni (Il potere degli algoritmi: è tempo di ribellarsi?). Deve facilitare il disvelamento e il superamento delle distorsioni mediatiche e di quelle determinate da informazioni promozionali e sponsorizzate. Deve portare ad attivarsi per la costruzione di un ecosistema della trasparenza che non sia quello precostruito e imposto da parte di entità come Google e all'adozione di buone pratiche online. Deve suggerire azioni politiche finalizzate a garantire la privacy ma anche la trasparenza amministrativa del cittadino digitale, la trasparenza nella comunicazione pubblica e nel commercio elettronico (La tecnologia non è mai stata neutrale. Ha sempre modificato la nostra relazione col mondo. ).

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