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L'algoritmo non va mai in vacanza

L'algoritmo non va mai in vacanza

25 Luglio 2018 Carlo Mazzucchelli
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Chi ha un blog, un portale o un sito lo sa! A fine luglio e per tutto il mese di agosto le visite calano, le frequentazioni online si rarefanno e persino le interazioni social diventano bonaccia (forse perché anche gli influencer sono in piscina!). Segno che il mondo online può ancora essere sostituito da quello reale e che ai viaggi virtuali molti continuino a preferire quelli a diretto contatto con la realtà. A non andare in vacanza sono gli algoritmi. Sempre pronti ad attivarsi, seguendo le persone in vacanza e a raccogliere dati utili per nuove opportunità, presenti e future.

Cosa sono e cosa vogliono gli algoritmi

Gli algoritmi intesi come processi, sequenze di operazioni destinate a seguire fasi successive (ricorsività) di calcolo predeterminate, con l'obiettivo di tendere a un risultato (definizione di Paolo Zellini in La dittatura dell'algoritmo), non vanno mai in vacanza. Sono quattromila anni che, come strumenti di calcolo, non ci vanno e non esiste alcuna ragione utilitaristica per cui oggi dovrebbero andarci. Nella stagione estiva forse lavorano di meno ma sono sempre in allerta, pronti a svolgere con efficacia ed efficienza ciò a cui sono stati destinati.

Alcuni algoritmi, ad esempio quelli che garantiscono il successo di Booking, Tripadvisor e piattaforme simili, potrebbero approfittare della quiete agostana per riflettere sulle tante manipolazioni e fregature inflitte a vacanzieri che a loro si sono affidati come un tempo facevano i greci con i loro oracoli o gli indiani con i loro rituali vedici intrisi di formule magiche e incantesimi. Vacanzieri che, convinti di avere trovato nell'algoritmo uno strumento neutrale e il rispecchiamento delle proprie intenzioni, non si sono resi conto delle distorsioni da esso prodotte e dai danni collaterali che ne sarebbero derivati. Altri algoritmi potrebbero semplicemente dedicare maggior tempo a costruire la loro propria cattedrale (metafora perfetta per le nuove piattaforme software tecnologiche) con l'obiettivo di attirare un numero maggiore di persone (fedeli), fidelizzarle in modo da non essere mai messi in discussione e incantarli con l'obiettivo di generare forme mistiche di adorazione e sottomissione.

La vacanza è per gli umani, non per le intelligenze artificiali

In vacanza gli algoritmi non ci vanno perché sono strumento e fonte di potere (Il potere degli algoritmi: è tempo di ribellarsi?). Lo sono per chi li ha creati e fatti evolvere fino a diventare più importanti delle stesse piattaforme hardware e applicative che li ospitano. Lo sono anche per chi li usa come semplici meccanismi ai quali affidarsi per pigrizia, per mancanza di spirito critico, per scarsa tecno-consapevolezza, per complicità e colpevole sottomissione (secondo Ed Finn, autore di Che cosa vogliono gli algoritmi, "gli esseri umani sono diventati processori che gestiscono semplici compiti assegnati loro da un apparato algoritmico"). Così alla ricerca di maggiore conoscenza si preferiscono le risposte personalizzate, immediate ma ingabbiate degli algoritmi del motore di ricerca di Google, all'immaginazione e creatività individuale, si preferisce quella governata dalle sequenze di calcolo di una macchina e dalla capacità dell'algoritmo di apprendere e prendere delle decisioni con l'obiettivo di fornire una risposta che possa essere percepita come soddisfacente.

Consapevoli di essere diventati pervasivi e della forza dei numerosi sciamani che li hanno evocati, gli algoritmi continuano, anche in estate, a cambiare la realtà e la percezione del mondo, i comportamenti e le abitudini delle persone, la loro cultura, i loro stimoli mentali e le loro menti. Lo fanno ricorrendo a magie, incantesimi, linguaggi simbolici ma soprattutto imparando e adattandosi all'uso che di loro viene fatto da parte degli utenti e dei cittadini della Rete (gli algoritmi in realtà oggi non sono solo online ma dentro mille altri oggetti  tecnologici esistenti).

Suggerimenti per le vacanze: non solo smartphone e costumi da bagno!

L'utente in vacanza al contrario, rilassato e sognante, sapendo di poter sempre contare sul proprio dispositivo mobile e sugli algoritmi che lo animano, ad esempio nella forma e con la voce di assistenti personali, rinuncia a utilizzare il maggiore tempo libero disponibile per una migliore comprensione del mondo tecno-culturale nel quale è immerso. Tempo che potrebbe essere usato per affrancarsi dalla dipendenza del mezzo tecnologico, dalla schiavitù sciamanica dell'algoritmo, e per riflettere sull'ampia gamma di processi e ambiti nei quali l'algoritmo esercita la sua intelligenza, il suo dominio egemonico e la sua potenza. Ambiti quali la raccolta e l'analisi di dati (Big Data), la sorveglianza (anche in vacanza) dei comportamenti degli utenti (L’illusione di sfuggire alla sorveglianza tecnologica), la manipolazione di simboli, dei linguaggi e dei significati ma soprattutto la progressiva automatizzazione di qualsiasi sistema tecnologico e umano.

Reagire agli algoritmi è possibile

Se gli algoritmi, di loro iniziativa e a meno di qualche imprevedibile blackout elettrico, non andranno mai in vacanza, potrebbero però essere messi a riposo da chi oggi garantisce loro l'operatività, il potere e la sopravvivenza. Un primo passo per farlo è di tipo cognitivo, capace di far nascere un sano scetticismo e una valutazione critica sul potere magico dell'algoritmo. Una valutazione che dovrebbe suggerire di fidarsi poco dell'algoritmo e di affidarvisi ancora meno (Non accontentarti delle risposte rassicuranti e certe di Google, pretendi di più). Un secondo passo, possibile e praticabile anche in vacanza, è di provare a sperimentare nuovamente l'arte di porsi delle domande (un approccio filosofico che tutti possono praticare) e cercare delle risposte senza alcun ausilio di tipo tecnologico ("rispondere significa padroneggiare la storia" - Ed Finn). Il tempo risparmiato e rubato alle attività online può essere dedicato alla conversazione con altri esseri umani, diversi dagli assistenti personali, dalle loro intelligenze artificiali e dai loro algoritmi efficienti ma semplificatori. Infine non affidarsi alle risposte e ai risultati degli algoritmi (non sempre serve la risposta giusta al momento giusto!) significa riprendere il controllo della capacità umana dell'immaginazione, una capacità che permette di anticipare e dare forma a futuri diversi e non necessariamente programmati dal codice che governa un algoritmo.

La vacanza come fuga e come opportunità

La vacanza per molti è una fuga dai problemi e dal mondo, pur sapendo che da sè stessi è impossibile fuggire. L'idea stessa di fuga evidenzia con quanta superficialità e scarsa profondità spesso si pensi ai propri problemi. Problemi che richiedono ben altre risposte di quelle fornite da un algoritmo o da un assistente personale intelligente e dalla voce magnetica e suadente di Samantha, Cortana o Siri (guarda caso tutte assistenti personali al femminile). Per andare in profondità bisogna interrogarsi su questioni esistenziali che, pur avendo in qualche modo esorcizzato e allontanato, continuano a rimanere nel profondo generando ansia, sentimenti di vuoto e solitudine, insoddisfazione e infelicità. La domanda cardine è sul perché e sullo scopo della nostra esistenza. E' una domanda alla quale nessun algoritmo, seppure intelligente e capace di apprendere, sarà mai in grado di rispondere ma che può al contrario trovare risposte concrete dalla maggiore conoscenza (perché delegarla a Wikipedia e a Google?), dal sapere e dall'informazione (perché cedere alla disinformazione e alla misinformazione dei Signori del Silicio che usano gli algoritmi?), dalla ricercata relazione umana con gli altri (perché affidarsi a conversazioni con entità digitali come Siri?), dalla curiosità di conoscere il mondo viaggiando (perché rimanere intrappolati negli algoritmi di Google Maps e in quelli manipolatori di Booking?), e infine dalla maggiore coscienza di sè (perché affidarsi agli algoritmi dei profili digitali di Facebook?).

Dopo un anno di lavoro e di lavoretti, in vacanza pochi avranno il coraggio, la volontà e/o il fegato di porsi questo tipo di domande e ancor meno di accettare le risposte che eventualmente ne deriverebbero. Sarebbe già un buon risultato poter tornare a casa o al lavoro con una minore fiducia negli algoritmi che, non essendo andati in vacanza, saranno già pronti a perpetuare i loro riti e cosmologie, le loro promesse felicitarie e illusioni, rassicurazioni e nuove sottomissioni.

*Tutte le immagini sono scatti fotografici di un viaggio in Mongolia di Carlo Mazzucchelli

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