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Linkedin e i lavoretti della gig economy

Linkedin e i lavoretti della gig economy

14 Luglio 2018 Carlo Mazzucchelli
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Frequentando Linkedin si ha a volte la sensazione di vivere nell'iperspazio, ossia uno spazio diverso da quello che solitamente conosciamo. Una piattaforma tecnologica nata per facilitare il lavoro ai cacciatori di teste è oggi diventata palestra di vetrinizzazione sociale delle professionalità e delle abilità individuali, ma anche dei molti ego nascosti nelle pieghe delle personalità multiple che caratterizzano ogni persona iscritta (le pieghe emergono nei post e negli articoli usati per movimentare i profili digitali online e la home page condivisa dalle reti di contatti personali). Fuori dall'iperspazio c'è la realtà, ben diversa da quella dello storytelling a cui tutti partecipano online.

Linkedin un iperspazio non per tutti

La connotazione di Linkedin (500 milioni di iscritti, 250 dei quali attivi mensilmente e il 70% dei quali residenti al di fuori deli Stati Uniti) come iperspazio deriva dal fatto di non essere una rappresentazione realistica del mondo del lavoro attuale (non deve esserlo necessariamente...). Un mercato del lavoro dominato dalle sfavillanti e promettenti rivoluzioni tecnologiche, di cui Linkedin è una delle tante espressioni, ma in realtà caratterizzato da crescente e diffusa precarietà, anche nella sfera personale, dal declino dei posti di lavoro di qualità disponibili, da infiniti lavoretti e da tanta fatica di vivere che hanno mandato in frantumi i sogni, le aspettative, le carriere professionali e le promesse di futuri migliori di un numero crescente di persone.

L'iperspazio di Linkedin è quello dei CEO (Amministratori Delegato), dei CFO (Direttori Finanziari), dei Direttori HR (Risorse Umane), dei cacciatori di teste, dei Direttori Marketing e Commerciali, ora anche degli iper-motivati DPO e CISO, dei liberi professionisti (iperattivi perché consapevoli dei rischi crescenti di dequalificazione professionale che li stanno costringendo ai lavoretti), dei proliferanti social media manager e blogger, dei coach che propongono corsi per diventare coach, e dei sempre meno numerosi manager d'azienda in carriera con un lavoro a tempo indeterminato.

Iperspazio lo è meno per la grande maggioranza di persone ormai costrette all'economia dei lavoretti e, per sopravvivere, a dedicare quantità elevate di tempo a lavori ritenuti, a torto o a ragione, senza significato. E' una maggioranza presente anche in Linkedin e in costante crescita (+50% negli ultimi cinque anni, ma solo per alcune tipologie di lavoretti) ma ancora priva di reale cittadinanza. Il fatto che Linkedin abbia deciso di investire sulla Gig Economy con Linkedin Gig e Linkedin Profinder (una applicazione che mira a connettere consumatori e fornitori di lavoretti e servizi) è la prova di quanto sia cambiato il mercato del lavoro. Un cambiamento che impone a Microsoft aggiustamenti necessari alla sua piattaforma online.

Da quando è stato acquistato da Microsoft, Linkedin è cambiato, è diventato una specie di scatola di cioccolatini dai mille gusti, capace di accontentare audience diverse, ma anche uno spazio esplorato da algoritmi alla costante caccia di dati e informazioni utili per attività marketing e commerciali. Da professional network si sta trasformando sempre più in social network. Cambiano i profili così come le attività di chi frequenta la piattaforma. La maggior parte degli iscritti non ha tempo per tenere aggiornato il proprio profilo, altri lo usano per entrare in contatto con compagni di scuola e università, per postare contenuti dei loro Blog (anche questo testo può essere associato a un Blog) che oggi toccano anche argomenti politici e di cronaca sociale.

La demografia degli utenti Linkedin è auto-esplicativa, parla da sola. Con percentuali simili in termini di rappresentanza di genere, Linkedin è popolato da un numero elevato di persone al di sotto dei trent'anni (25%/30%). Individui attrattivi per gli algoritmi della piattaforma, non tanto per i loro profili e CV, quanto per le loro scelte di vita che potrebbero immetterli in processi di acquisto e di consumo promettenti (per mettere su casa, per sposarsi, per trovare una casa e accendere un mutuo, ecc.).   Più del 60% dei membri di Linkedin ha superato i trent'anni, ha una carriera professionale, più o meno ben avviata, ma è sempre più spesso alla disperata ricerca di un'alternativa lavorativa o di nuove opportunità, anche se nella orma di lavoretti. Anche questi utenti possono risultare interessanti a chi possiede la piattaforma Linkedin e la usa a scopi commerciali e di business. Per il loro potere di acquisto e capacità di consumo (il 44% degli iscritti Linkedin ha uno stipendio lordo annuo di 75000 dollari), anche di beni di lusso, trendy (iPhone, iPad, iQualcosa) e usabili per alimentare il narcisismo imperante dell'era tecnologica.

I mondi paralleli di Linkedin

L'iperspazio di Linkedin è un mondo parallelo, posto in una dimensione alternativa, senza limiti spaziali e temporali, ma anche un grande acquario dalle pareti trasparenti e molto solide. Un acquario avvolto da una spessa membrana che impedisce ai pesci che lo abitano, così come lo fa la carta moschicida con le mosche, di saltare e sperimentare dimensioni più vaste e, forse, più reali. Come iperspazio esiste solo come illusione collettiva, come acquario è una realtà felicitaria nella quale chi lo abita si sente in qualche modo fortunato di farne parte, gratificato dai MiPiace, dalle visualizzazioni e dai feedback ricevuti e poi, solo per alcuni, anche per le opportunità a cui sono stati esposti.

Fuori dall'iperspazio c'è il mondo terreno, un globo terrestre che continua ad avere quattro dimensioni, che sta dentro un universo in continua espansione, ma è anche generatore di materia oscura (23% dell'intero universo) e di buchi neri. Sembra una metafora della nostra era tecnologica. L'economia capitalistica e finanziaria è tornata a espandersi, il PIL cresce ma al tempo stesso la materia oscura che viene prodotta è in costante aumento così come aumenta il numero di persone che precipitano nei molti buchi neri che continuano a manifestarsi o vengono creati ad arte.

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La realtà come un videogioco

La materia oscura è composta dalla diffusa infelicità e dalla solitudine di un numero crescente di persone (non tutti i numerosi single di Milano e di altre città italiane lo sono per scelta, non lo sono neppure i NEET - not engaged in education, employment or training). Nasce dalla rabbia che sta montando in fette crescenti di popolazioni, dall'acritica e passiva accettazione della realtà vissuta presente, dalle paure legate all'assenza di lavoro e dai debiti che ne derivano.  Si alimenta dei cambiamenti climatici in corso determinati da politiche dissennate e scarsa consapevolezza sociale, della stupidità diffusa causata dall'idea di sapere tutto perché si usa Google Search e che nasce dal disprezzo per il sapere specialistico, e infine della percezione di un caos emergente nel quale ad aumentare sono solo la maggiore entropia e le criticità prossime al punto di rottura.

I buchi neri sono quelli nei quali si trovano precipitate intere generazioni di giovani (non solo riders ma anche migranti raccoglitori stagionali di pomodori pachino, blogger e storyteller, ecc.) e meno giovani (esodati alla ricerca di un reddito qualsiasi), obbligate dalle politiche economiche e finanziarie a soggiacere a leggi del lavoro inique e distruggitrici di futuro e difficilmente correggibili da decreti Dignità. E' l'economia dei lavoretti che secondo l'antropologo David Graeber, professore della  London School of Economics, sta producendo un'infinità di lavori senza significato che stanno uccidendo lo spirito umano con una violenza psicologica senza precedenti, causa di ansia, depressione e tendenze suicide (“Un elevato numero di persone spende le giornate in lavoretti che segretamente ritengono non abbiano alcun senso di essere svolti” - Bullshit Jobs: A Theory). Resistere ai buchi neri è percepito dai più come inutile, il risucchio (il blob del film Fluido Mortale) sarà lento ma inesorabile. Ne deriva un senso comune che guarda al breve termine e al temporaneo, che pratica il volontarismo (volontariato) e l'individualismo generando nuove forme di alienazione.

Guardare fuori dall'acquario Linkedin

Questa realtà sembra non esistere all'interno dell'acquario Linkedin nelle forme percepibili nella realtà al suo esterno. Non esistendo non è neppure oggetto di conversazioni e di riflessione critica. Eppure dovrebbe esserlo perché molti dei pesci che attualmente abitano Linkedin potrebbero trovarsi presto nell'impossibilità di continuare a mantenervi il domicilio. Per non poter pagare il canone mensile, per non poter disporre di Internet a tutte le ore o semplicemente per essere troppo impegnato a cercare nuove opportunità di lavoro e nuovi lavoretti da non avere molto tempo da passare online.

Stare dentro l'acquario senza guardare fuori, come invece facevano con grande curiosità e spirito critico i Monty Python del film The meaning of life, significa accettare la realtà presente, crogiolarsi dentro le proprie fortune e carriere correnti facendo finta di non sapere che nel frattempo qualcun altro "sta mangiandosi il ... formaggio" (Who moved my cheese, libro che molti manager hanno letto), affidarsi alla bontà salvifica degli algoritmi e alle profilazioni dei cacciatori di teste, in attesa delle prossime crisi che emergerano.  Crisi che nel mercato del lavoro saranno determinate da una crescita economica senza nuovi posti di lavoro, dall'automazione tecnologica, dall'aumento della precarietà a causa dell'aumento del surplus di forza lavoro, dall'aumento della povertà, della rabbia e dei conflitti sociali.

Si può però stare dentro Linkedin anche in modo diverso. Avere la consapevolezza del mondo al suo esterno è il punto di partenza per costruire un nuovo senso comune, una capacità critica e cinica, anche nei confronti della piattaforma usata, e una visione del mondo del lavoro in tutta la sua globalità e complessità, opportunità e precarietà.

Dentro Linkedin si sperimenta la libertà del singolo associata al profilo digitale ma non sempre questa libertà online corrisponde a una libertà formale nel mondo reale. Nell'acquario Linkedin tutti i pesci (alcuni più degli altri...) hanno le stesse libertà di movimento, di proposizione, di contatti e di opportunità. Nella vita reale questo tipo di libertà, separata da reali capacità materiali, è praticamente inutile e inutilizzabile se preclude a lavori degni di essere chiamati tali, a carriere professionali basate sulle competenze e la professionalità e a una vita soddisfacente fatta di reddito, tempo (libero), salute e formazione continua (sembra un preludio al reddito di cittadinanza!!!). Il tema qui non è come sviluppare il miglior profilo Linkedin per farsi assumere per un nuovo lavoretto ma come incrementare la propria capacità nel soddisfare i propri desideri e costruirsi un futuro.

Un futuro diverso da quello che sembra l'unico possibile oggi. Un futuro fatto di ancor più lavoretti e di tanta automazione, di un'economia del post-lavoro che potrebbe far aumentare il tempo libero ma come conseguenza dell'aumento della disoccupazione e del collasso del sistema lavoro. Un futuro al quale tutti siamo chiamati a dare forme diverse da quelle che si stanno prospettando, a riempirlo di nuovi contenuti culturali e linguaggi. Riflessioni, idee e concetti diversi dai molti che si leggono oggi su Linkedin (tanti post celebrativi e promozionali, pochi ad esempio su attività di ricerca, scientifiche e universitarie) e che dovrebbero servire a dare sfogo all'immaginazione individuale e collettiva, a sviluppare una riflessione critica sul mercato del lavoro, a partire da una piattaforma che, per il numero di persone che la frequentano, potrebbe essere il posto perfetto per farlo. Invece di accettare la visione del mondo da essa proposta, si potrebbe provare a proporne di nuove con l'obiettivo di aprire nuovi orizzonti, di creare senso comune e cercare consenso. Obiettivi facilmente realizzabili semplicemente utilizzando le tante funzionalità di cui Linkedin come piattaforma di networking professionale e sociale è ricca.

* Spunti per questo articolo sono tratti dal libro Inventare il futuro di Nick Srnicek e Alex Williams

 

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Sandro Sanna

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