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Sono giovane e nativo digitale! Il mondo 'is on my side'! [ 1 ]

Sono giovane e nativo digitale! Il mondo 'is on my side'! [ 1 ]

18 Agosto 2014 Carlo Mazzucchelli
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Il social networking per i ragazzi è diventato il modo per costruirsi una famiglia sociale e allargata, fatta di amici e conoscenti, con i quali condividere esperienze di vita, decisioni e scelte. Prima parte di una riflessione sui nativi digitali per letture esitive rilassate e controcorrente.

“Siamo continuamente influenzati dalla comunicazione, anche la nostra autoconsapevolezza dipende dalla comunicazione. Per capire se stesso l’uomo ha bisogno di essere capito dall’altro. Per essere capito, ha bisogno di capire l’altro.”

–      Paul Watzlawick, Pragmatica della comunicazione umana

 

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Il tipico nativo digitale è sempre online, sempre in contatto e allacciato con amici, parenti e conoscenti, attraverso l’uso di posta elettronica, SMS, Twitter e altri media sociali. Dotato di un cellulare fin dalla tenera età, è una persona che non ha mai sperimentato veramente l’esperienza di stare da sola e di poter contare solo su se stessa. Le statistiche ci dicono che ha inviato quasi 300.000 email o SMS, ha usato il suo cellulare per 10.000 ore, giocato per 5000 ore con un dispositivo mobile e trascorso 3500 ore su social network come Facebook.

 

E’ una persona abituata ad alzarsi e ad addormentarsi in compagnia di un dispositivo tecnologico che serve come sveglia ma soprattutto per tenersi costantemente aggiornati sul mondo e in modo particolare sulle proprie reti sociali di appartenenza. Infine il nativo digitale non è abituato a interrogarsi sul suo stile di vita e sulle conseguenze dell’uso che egli fa della tecnologia. Non può probabilmente farlo perché la sua mente si è sviluppata in ambienti tecnologici che hanno causato, come sostengono alcuni neurobiologi, cambiamenti neuroplastici.

I giovani che frequentano i social network sono nativi digitali (14-24 anni di età) con migliaia di contatti con cui condividono messaggi, blog, cinguettii e pensieri vari, ma che non sono mai stati così soli rispetto alle generazioni che li hanno preceduti. E’ una percezione di solitudine che si manifesta per l’incapacità a rimanere soli con sé stessi e a riflettere su sui propri sentimenti e sulle proprie emozioni. Tutto è bruciato dalla disponibilità di un media tecnologico che sostituisce una connessione rapida al bisogno di profondità. Come ha scritto Sherry Turkle “ Si è passati dall’avere un sentimento e voler fare una telefonata, al voler provare un sentimento facendo una telefonata”.

Un giovane nativo digitale su tre si dichiara annoiato e sofferente di una condizione di solitudine che genera infelicità. Il senso di isolamento si presenta in modi così forti da portare all’abuso di alcool e di cibo spazzatura come consolazione emotiva e affettiva. La realtà non è separabile dalla situazione di disagio che le nuove generazioni vivono, per carenza di opportunità lavorative e mancanza di denari, ma è resa più complicata dalla percezione che i rapporti relazionali di cui dispongono, compresi quelli online, sono più complicati e tormentati di quanto non si fossero attesi.

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Il social networking per i ragazzi è diventato il modo per costruirsi una famiglia sociale e allargata, fatta di amici e conoscenti, con i quali condividere esperienze di vita, decisioni e scelte. Soli in famiglia e isolati nel mondo degli adulti, ricercano e trovano all’interno di reti sociali online, chi li ascolta, chi sembra capirli (perché parla lo stesso linguaggio) e comprenderne bisogni e difficoltà, e chi li sostiene affettivamente e li protegge tenendoli uniti in modo da permettere loro di superare paure e momenti di scoramento e difficoltà.

 

 

Per costruire la loro rete sociale o famiglia sociale allargata, passano ore davanti ai display dei loro dispositivi, navigano, chattano, si scambiano messaggini e pubblicano messaggi. Il problema è che non si pongono alcuna domanda sulla reale efficacia della loro comunicazione e non lo fanno perché spesso non hanno chiari quali ne siano gli obiettivi e le finalità (la pragmatica della comunicazione ben spiegata da Paul Watzlawick).

Continuano a comunicare, velocemente e con messaggi brevi e abbreviati, ma si rendono conto della qualità della loro comunicazione solo quando spengono il dispositivo e scoprono di essere ancora più soli e in difficoltà nel costruire rapporti autentici con altri coetanei e con gli adulti che stanno loro intorno. Si spiega così forse il fatto che il dispositivo deve rimanere sempre acceso e sempre a portata di mano, che l’identità prevalente e che ha il sopravvento è quella digitale e online a scapito di quella reale.

La frammentazione identitaria li rende ancora più insicuri, apparentemente forti e soddisfatti, in realtà sofferenti per la mancanza di qualcosa.  La molteplicità dei canali di comunicazione e la miriade di informazioni e di input a cui sono sottoposti li inganna e li confonde, sollecitando reazioni sempre più urgenti e accelerate nel tempo che finiscono per tramutarsi in dipendenza.

Ricorrono ai loro contatti Facebook come se fossero componenti di ricambio da usare per dare forma e serenità alla propria rappresentazione online e relazionandosi solamente a quelli che rafforzano la loro identità senza evidenziarne le fragilità e incertezze.

La tecnologia del social network rende facile rimanere sempre in contatto e nascondere il fatto che in realtà si stanno adattando bisogni, sentimenti ed emozioni a semplici componenti digitali. La ricerca di identità e di maturazione si traduce in un gioco puerile fatto di molta semplificazione e sottovalutazione che finisce per generare nuove forme di separazione, isolamento, abbandono e solitudine.

 

 


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Testo tratto dall'ebook "La solitudine del social networker" pubblcato nella collana Tehcnovisions di Delos Digital

 

 

 

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