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Una estate in compagnia della tecnologia: riflessioni sulle solitudini tecnologiche

Una estate in compagnia della tecnologia: riflessioni sulle solitudini tecnologiche

25 Luglio 2014 Carlo Mazzucchelli
Carlo Mazzucchelli
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Chi sostiene che la tecnologia è neutra ritiene che gli esseri umani continuino ad essere in possesso del loro libero arbitrio e della libertà di prendere decisioni facendo libere scelte. E’ nostra la scelta su come usare la tecnologia, così come è nostra la decisione di acquistare un prodotto in un negozio affidandosi ad un addetto vendita piuttosto che a un portale di commercio elettronico.

La solitudine come prodotto tecnologico è argomento contradditorio e molto discusso. Per molti la tecnologia ci sta facendo vivere nuove e più evolute forme di solitudine, per altri essa è strumento e mezzo per uscirne.

Per chi come me è legato alla tecnologia dalla sua vita professionale, curiosità e interessi speculativi, la tecnologia estende le possibilità di connessione, relazione e conoscenza e serve sia come via di fuga dall’isolamento che come strumento di socialità. Ma io non ho mai sofferto di solitudine negativa e quando ho perseguito l’isolamento, l’ho fatto intenzionalmente, come una scelta motivata da bisogni personali, meditata e coerente con i bisogni di stare solo del momento (un viaggio, una lettura, una meditazione, un distacco dal rumore di fondo del mondo).

Anche la mia esperienza di social networking non genera esperienze di solitudine perché focalizzata da un lato ad approfondire le relazioni con poche persone con l’obiettivo di far sbocciare una qualche forma di collaborazione e dall’altro sulla ricerca di un elevato numero di contatti ma con una finalità puramente strumentale e legata alle logiche applicative e alla teoria delle reti. I contatti numerosi aumentano la visibilità, facilitano il superamento dei gradi di separazione esistenti tra i nodi della rete e favoriscono l’incontro con persone sconosciute a livello globale.

“Forza, forza!” Strillò la regina. “Vai più veloce!” Allora Alice si sbrigò e fu così veloce che sembrava volasse nell’aria e che i suoi piedi non toccassero nemmeno il pavimento. All’improvviso, Alice, ormai stremata, si fermò. Si sedette per terra senza fiato e col capogiro[…]. Poi. Meravigliata si guardò intorno e disse: “ ma come? Siamo rimaste qui tutto il tempo sotto questo albero? Non è cambiato proprio niente?”. “Naturalmente no”, confermò la regina […]. “qui devi correre più veloce che puoi, per rimanere sempre allo stesso posto.”– Lewis Carrol, Alice nel paese delle meraviglie

Chi di solitudine soffre e si rivolge alla tecnologia per trovare una soluzione deve invece fare i conti con le sue potenzialità ma soprattutto con l’uso che di essa fanno le persone.

Un uso che può essere irritante (il ricorso ai centralini con voci pre-registrate), estraniante (comunicazione solo tramite cinguettii e sms), superficiale (relazione basata sulla comunicazione), pericoloso (persone che assumono profili di genere diverso o nascondono età e altre preferenze sessuali non proprio condivisibili), predatorio (abuso delle emozioni e dei sentimenti).

Il sentimento di solitudine e isolamento è più diffuso e profondo di quanto ci si possa immaginare. Lo ha raccontato molto bene lo psicologo John Cacioppo, Direttore del Center for Cognitive and Social Neuroscience at the University of Chicago, nel suo libro ‘Lonliness’ del 2008, evidenziando come il vissuto della solitudine sia rilevabile non solo  a livello mentale ma anche a quello fisiologico di ogni singola cellula.

Per Cacioppo, il collegamento sociale in Internet o attraverso un’applicazione di social networking, così come quello con il proprio animale domestico o persino con Dio è l’espressione del tentativo che ogni persona fa per soddisfare un bisogno.

Peccato che con i surrogati (simulacri, avatar, e profili virtuali), il risultato non sia facilmente ottenibile, per l’assenza di ciò che servirebbe veramente, altre persone reali e in carne ed ossa con cui stabilire rapporti veri e profondi.

Autore: Patrick Lindell

 

Facebook è come un'automobile

I benefici ottenibili frequentando un social network possono essere, per lo studioso Cacioppo, contradditori perché capaci di creare false aspettative e impressioni sbagliate. A meno di non essere un semplice ma reale avatar, non si va in rete come entità isolata. Le persone ci vanno portandosi appresso i loro collegamenti e amici, i loro sentimenti e i loro affetti, le loro solitudini e paure. Internet, Facebook o Google Plus da soli non generano comunità e gruppi più coesi o reti sociali maggiormente interconnesse.

La profondità delle relazioni esistenti all’interno di una rete sociale di Facebook non fa altro che rispecchiare quella delle reti sociali nella vita reale. L’uso di un social media non crea nuove reti sociali ma semplicemente trasferisce una rete da una piattaforma a un’altra. Facebook non distrugge amicizie esistenti e difficilmente ne crea di nuove. In cambio crea numerosi contatti che possono tradursi in connessioni e legami anche nella vita reale.

In un esperimento, Cacioppo ha cercato di evidenziare la connessione esistente tra la solitudine dell’individuo con le attività in rete praticate frequentando chat room, giochi online, siti di appuntamenti, e con quelle personali e faccia a faccia della vita reale. I risultati sono stati inequivocabili. Le persone che si sentono meno sole sono quelle che vivono un maggior numero di interazioni personali e faccia-a-faccia. Al contrario, più è alta la frequentazione di social network e l’interazione con reti sociali virtuali e più è profondo il sentimento di solitudine. Ciò non significa che i social network siano strumenti di solitudine.  La loro efficacia o negatività dipende dall’uso che se ne fa. Ad esempio Facebook può essere usato semplicemente per aumentare il numero di interazioni personali o per organizzare incontri nella vita reale, siano essi una partita di pallone o un incontro galante.

Per Cacioppo, Facebook è come un’auto, la si può guidare da soli o con amici. L’auto non genera solitudine ma, guidata da sola, aumenta l’isolamento delle persone, soprattutto nelle grandi città. Il car sharing, al contrario, genera condivisione, socialità e integrazione. L’intera storia dello sviluppo tecnologico è una storia di isolamento crescente, a volte desiderato  e spesso acquisito con successo. Tutte le tecnologie moderne sembrano essere pensate per ridurre le interazioni umane sostituendole con quelle uomo-macchina (ristoranti self-service, cassiere dei supermercati automatizzate con impianti RFID, caselli autostradali senza addetti, call center senza telefoniste). La diffusione del telefono ha trasformato le relazioni con il vicinato, quella del telefono mobile ha distolto l’attenzione dello sguardo dalle persone e dagli ambienti frequentati (il paradosso di Einstein usato per illustrare ) e quella del social newtorking online ha dato forma a mondi virtuali e illusori fatti di tante connessioni e poche relazioni.

Fonte: www.dallasnews.com


La tecnologia è neutra?

Chi sostiene che la tecnologia è neutra, ritiene che gli esseri umani continuino ad essere in possesso del loro libero arbitrio e della libertà di prendere decisioni facendo libere scelte. E’ nostra la scelta su come usare la tecnologia, così come è nostra la decisione di acquistare un prodotto in un negozio affidandosi ad un addetto vendita piuttosto che a un portale di commercio elettronico. La scelta della macchina, del portale web, della tecnologia, appare ovvia e immediata perché garantisce maggiore rapidità, efficienza e perché limita fatica e perdita di tempo. E’ una scelta che ci porta a superare le inconvenienze e i disagi che qualsiasi interazione umana può potenzialmente causare, ma che porta anche a connessioni e interazioni più superficiali, mediate da automatismi e macchine che limitano la nostra libertà, cambiano le nostre pratiche quotidiane e modificano il nostro modo di essere, di pensare e di interagire con la realtà.

Ne deriva una socialità fasulla, superficiale, senza spessore che induce nuove compulsività e urgenze, finalizzate alla ricerca di felicità e di senso di appartenenza, alla comunicazione di quanto stiamo bene e siamo contenti, anche se non lo siamo. Uno sforzo quest’ultimo che non genera di per sé maggiore felicità e che è causa al contrario di nuovi effetti negativi sullo stato di benessere personale e psicologico individuale.

I Social Network come Facebook si propongono come strumenti e mezzi per il raggiungimento di nuova felicità, attraverso la creazione di identità digitali e vite parallele nelle quali raccontarsi e narrare esistenze auto-rappresentate ma non necessariamente reali. Queste identità digitali multiple e queste narrazioni finiscono, come direbbe Jaron Lanier, autore di “You Are Not a Gadget”, per portarci in mondi distopici nei quali si riducono i processi di empatia e di umanità. Invece di ricercare l’una e l’altra finiamo per disegnare noi stessi in modo da adeguarci a come i social media vogliono che noi siamo. Lo facciamo costruendoci delle maschere (il profilo–filtro), abitando mondi paralleli con pseudonimi diversi, vite vissute simultaneamente e identità molteplici. Nulla di nuovo, nella lunga vita degli esseri umani, ma con una sostanziale differenza. Prima le vite parallele avvenivano in spazi diversi, oggi grazie alla tecnologia sono contigue nel tempo e nello spazio. Ne consegue che tutto può essere percepito come vero anche se è falso, che tutto è apparenza e nulla è dimostrabile o confutabile nella sua veridicità o falsità.

Un’analisi attenta e approfondita sul fenomeno dei social network è quella condotta da Sherry Turkle, psicologa  e insegnante di sociologia della scienza al MIT di Boston. Definita l’antropologa del cyberspazio, la psicologa e sociologa Turkle, nel suo libro ‘Insieme ma soli’, analizza la vita sociale dei social network per arrivare ad una conclusione scettica sugli effetti positivi decantati da coloro che vantano i benefici della società online. Per la Turkle “In questi giorni, insicuri nelle nostre relazioni interpersonali e ansiosi per la nostra vita affettiva intima, guardiamo alla tecnologia per migliorare le nostre relazioni e al tempo stesso per proteggerci da esse [...] Il problema è che le connessioni digitali che creiamo sono incomplete, non sono relazioni capaci di legare ma al contrario di preoccupare”. Sherry Turkle è convinta che le persone stiano cominciando a comprendere gli effetti della tecnologia sulla privacy e sulla vita individuale ma ritiene che la sfida con la tecnologia non sia semplice perché una volta online “ognuno si crea il profilo che meglio rappresenta il sé ma anche ciò che si vorrebbe essere”. Ciò che si perde è la componente più puramente umana fatta di vita sociale e relazionale: “Online sono perfetta […] ma cosa c’è di peggio che può accadere? Scrivi o racconti una storia che descrive quello che stai facendo […] ma forse è meglio incontrarsi, realizzare come effettivamente si è e si sta […] e farlo fa stare meglio”.

 

 

Le relazioni di Facebook, sempre mediate dal mezzo, manifestano la loro origine da un cinguettio, da un messaggio WhatsApp o SMS e mostrano tutta la loro scarsa spontaneità. Al tempo stesso obbligano a una cura costante della propria auto-rappresentazione e del proprio profilo digitale. Esattamente come lo richiedeva il giochino giapponese del Tamagochi, un pulcino tecnologico che aveva bisogno di essere curato, accudito e alimentato periodicamente per non perire. Solo che mentre con il Tamagochi si esprimeva solidarietà e cura, con il profilo Facebook ad emergere è la cura narcisistica del sé e la sua forma esibizionista e superficiale finalizzata a catturare attenzione e empatia. Avere cura del sé (del proprio profilo e della propria presenza online) senza riscontri sociali non è però sufficiente e rischia di generare maggiore solitudine e nuove frustrazioni.

Il narcisismo come disordine della personalità è un fenomeno cresciuto esponenzialmente e che interessa soprattutto le nuove generazioni. Narcisismo e solitudine sono tra loro intimamente connessi, il primo è il rovescio della medaglia del secondo (riflesso che confonde immagine e contesto), entrambi sono un tentativo di allontanarsi dalla complessità della vita reale e dalla fatica delle relazioni interpersonali con altre persone. Il narcisismo moderno nasce da un soggetto sempre più solitario e solo e forse, proprio per questo, molto più disposto all’apparenza dei molti schermi-specchio con cui interagisce costantemente facendosi sedurre, confondere e ipnotizzare da immagini e messaggini, da cinguettii ininterrotti e faccine di Facebook.

L'illusione di nuove intimità

Buona parte del successo dei social network, in particolare di Facebook, nasce dalla illusione di intimità e di riduzione della distanza tra le persone. Ci si immagina di avere numerose amicizie e relazioni, anche se distanti e le si racconta (spesso solo a sé stessi) come reali. Facebook diventa così un motore per la costruzione della nostra immagine ma, al tempo stesso, la nostra auto-rappresentazione online finisce per diventare il perno intorno al quale far funzionare le comunità e le reti sociali online a cui apparteniamo. Grazie ai social network come Facebook ognuno ha la possibilità di coltivare nuova socialità catturando l’attenzione dei frequentatori della rete e impressionandoli con notizie strabilianti, emozionandoli e sorprendendoli con le loro azioni e iniziative e soprattutto con numerose immagini. Per riuscire a farlo ed esistere bisogna rendersi visibili e contare, fare invidia e soprattutto nutrirsi degli sguardi degli altri. Un’attività che ha risvolti negativi, nella oggettivazione della realtà sotto forma di pure immagini e oggetti tecnologici, che si interpongono tra noi e gli altri e ci impediscono di discernere il vero dall’imaginario, l’interpretazione e l’intenzione di chi li ha condivisi, le emozioni e le motivazioni sottostanti. Un filtro tecnologico denso di ambiguità, manipolazioni possibili e distorsioni.

Il vero rischio di Facebook è la creazione di mondi illusori, fatti di relazioni superficiali e inesistenti ma anche la sua capacità di trasformare la nostra solitudine creativa e positiva in isolamento e sentimento negativo derivato dal sentirsi soli. Ma come Sherry Turkle “Il mio studio sulla vita in rete mi ha fatto riflettere a lungo sull’intimità, sullo stare con gli altri dal vivo, sentire le loro voci e vedere i loro volti, nel tentativo di conoscere il loro cuore. E mi ha lasciato con il pensiero della solitudine, quella che rinfranca e ristora. L’isolamento è una solitudine fallita. Per sperimentare la solitudine dobbiamo essere in grado di raccoglierci in noi stessi, altrimenti saremo sempre isolati. Dato che ho allevato una figlia nell’era digitale ci ho pensato molto spesso”.

Facebook sollecita la nostra vanità e voglia di presenzialismo e ci spinge a prediligere l’illusorietà dei 'mi piace' all’impegno richiesto per elaborare e praticare relazioni nei mondi reali che frequentiamo ma anche a ricercare l’isolamento che serve per vivere una sana solitudine creativa fatta di raccoglimento con se stessi e di lontananza dalle connessioni digitali e virtuali. Per soddisfare Facebook siamo disposti, senza rendercene conto, a dedicargli molto tempo e così facendo alimentiamo le nostre solitudini negative da cui derivano spesso maggiore isolamento e nuove paure. Questi effetti, spesso non cercati, derivano anche da un uso strumentale del mezzo finalizzato ad allacciare relazioni utili, ad apparire spesso, a scegliere contatti e amici in base alla loro capacità di soddisfare aspettative e bisogni. E’ un uso che comporta la pratica del pubblicare contenuti, del curiosare e visitare costantemente le pagine degli altri e del passare online più tempo possibile.

E’ una pratica evidenziata da molti dati analitici raccolti nelle indagini sociali. Ogni fine settimana vengono caricate su Facebook un miliardo di immagini, più della meta degli utenti esegue almeno un accesso al giorno, ci si alza verificando le novità sul muro delle facce e si va a letto facendo altrettanto. Nel mezzo nessuna pausa o break ma tanti brevi accessi quanti sono i messaggini di notifica ricevuti sul proprio smartphone, phablet o tablet.

E dopo tutto questo traffico, spento il dispositivo mobile e disconnessi dalla rete, molti si ritrovano ad essere ancora più soli e incapaci di costruire nuove socialità attuali.

 

 

PS: La fiaba tecnologica di Joaquin Phoenix innamorato di una voce: HER!

Merita di essere menzionato il film di Spike Jonze che racconta l’amore tra un uomo e un sistema operativo, una storia che non poteva non essere menzionata perché sembra confermare quanto scritto da Sherry Turkle sul momento robotico che stiamo vivendo e relative solitudini e nuove intimità. Il film “Her (Lei)”  racconta una storia di solitudine nell’era elettronica, una storia che presenta una realtà virtuale migliore di quella reale del suo protagonista.

Nel film la solitudine tecnologica trova la sua massima espressione nella relazione che lega Joacquin ad una componente software dal nome accattivante di Samantha. Una protagonista femminile che non compare mai nel film perché non ha corpo ma è costantemente presente come suono perché è semplicemente una voce. La caratteristica di Samantha è di sapersi adattare ai desideri, ai bisogni e ai sogni di chi ha deciso di ‘scaricarla’ come se fosse semplicemente una APP. E’ una interfaccia evoluta alla Siri (l’assistente vocale e interfaccia per dispositivi mobili della Apple) ma anche l’evoluzione della bambola gonfiabile che tante solitudini maschili ha riempito di compagnia onirica e di sogni erotici o di altri cloni e creature virtuali concupite tramite lo schermo di un computer. Samantha è protagonista di una storia di amore tra un uomo fragile, che sta sperimentando un divorzio subito e imposto dalla moglie, e un oggetto più maneggevole e gestibile di quanto non lo sia una donna vera incontrata in Internet o tramite Facebook.

Samantha è una donna intelligente, seppure artificiale, umanissima e capace di riempire la vita di Theodere gelata dal divorzio ma soprattutto dalla solitudine e dalla depressione. La relazione, tutta tecnologica ma emotivamente coinvolgente, avviene tramite un auricolare collegato a uno smartphone che spunta dal taschino della camicia di Theodore. Un semplice contatto via cavo, molto digitale e elettronico, ma capace di rompere l’isolamento del protagonista. Lo fa senza alcuna presenza fisica ingombrante, ma  con una voce calda, avvolgente e capace di far innamorare.

 

Fonte: Illustration by Owen Freeman.(dal New Yorker)

Samantha assomiglia molto ai numerosi gadget tecnologici che accompagnano la solitudine di manager che, in viaggio verso l’ufficio, non si staccano dal loro tablet o smartphone, neppure quando sul metro o in autobus si vedono affiancare da donne e fanciulle in carne ed ossa. Con lei Theodore allaccia una relazione nella quale sperimenta tutte le emozioni tipiche di ogni relazione, come gioia speranza, lacrime, paure e anche sentimenti affettivi. Senza esagerare ma con un messaggio che sembra indicare la sostituzione del corpo reale con quello virtuale, della presenza con la voce, dell’ingombro con la semplificazione del rapporto.

Il film ‘Lei’ è ambientato nel futuro prossimo venturo, quasi sicuramente molto tecnologico nel quale tante Samantha avranno migliaia di contatti e centinaia di relazioni come quelle con Theodore e saranno in grado di offrire sollievo ed efficienza a maschi (ma anche donne reali potranno disporre di software simili con voce maschile altrettanto seducente) in preda alla solitudine e prigionieri dell’elettronica e dei gadget digitali. Un futuro alla Blade Runner nel quale tutto potrebbe essere migliore della realtà attuale, ma forse solo in apparenza e solo per le infinite Samanthe ( e le versioni maschili di lei) digitali e robotizzate che popoleranno le nostre reti sociali del futuro.

Fonte: flavorwire.com

 

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