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Referendum calling: spunti per una riflessione da fine settimana

Referendum calling: spunti per una riflessione da fine settimana

27 Maggio 2016 Carlo Mazzucchelli
Carlo Mazzucchelli
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Alcune parole sono diventate dei mantra che media, giornalisti e blogger usano per riempire di parole chiave i loro contenuti e per dare corpo alle loro narrazioni. Le parole chiave sono innovazione, cambiamento, progresso tecnologico, disruption. Sembrano parole nuove ma in realtà fanno parte del retroterra culturale e valoriale dell’ottocento e del novecento. Sono le narrazioni nelle quali appaiono a farle apparire nuove e migliori ma in realtà andrebbero contestualizzate storicamente e usate criticamente.

(Le foto di questo articolo sono di Carlo Mazzucchelli, da un viaggio in Tibet e Nepal)

Il terzo millennio si è presentato come un periodo di grandi cambiamenti ma per il momento evidenzia la sua novità in nuove forme di conformismo, legate a una retorica di cambiamento e progresso, di benessere e di maggiore democrazia, di valori vecchi ma rivisitati e che si infrangono come false promesse sugli scogli dei fatti e la forza della realtà (Nuovo realismo, ingenuità della rete e parlamentarie).

Il riferimento è alla politica sociale, economica e culturale ma vale anche per la rivoluzione tecnologica in atto che vede come protagoniste poche corporazioni multinazionali e moltissime startup, accomunate dalla retorica dell’innovazione e del cambiamento e dello sguardo rivolto al futuro. Come se non venissero anche loro dal passato e come se le molte innovazioni che lo hanno caratterizzato non avessero più alcuna importanza nel disegnare i percorsi a venire e nel riempirli di contenuti.

http://www.solotablet.it/blog/tabulario/spunti-per-una-riflessione-da-fine-settimana/image

Sul fronte politico siamo tutti testimoni, abbastanza passivi (nei mercati di Milano in queste ultime settimane di campagna elettorale sono più i distributori di volantini pagati con voucher che persone disposte a dare loro retta) e disincantati (tutti promettono il cambiamento ma appena arrivati al potere fanno come i loro predecessori), di uno scontro sul prossimo referendum costituzionale tutto proiettato sulla esaltazione del nuovo che avanza e sulla demonizzazione di chi è orientato a esprimere una opinione diversa e che, per questo motivo, è immediatamente catalogato tra i conservatori, i reazionari e coloro che non hanno compreso il vento nuovo che avanza nella forma di sol dell’avvenir.

Quelli che sono schierati per il sì usano parole come democrazia, cittadinanza, diritti  e bene pubblico ma in realtà pensano a interessi, bisogni, sostenibilità e futuro di una classe politica che, preso il potere, sta provando a cambiare il paese per garantirsi una lunga sopravvivenza, fuori dall’immobilismo che per anni ha bloccato il paese.

Quelli schierati per il no fanno ricorso alle stesse parole ma le associano al bisogno di maggiore democrazia, trasparenza, partecipazione, diritti (ad esempio il reddito di cittadinanza sostenuto con la riduzione dei costi della politica e non solo), condivisione e di ascolto delle istanze che provengono dal basso.

Le due posizioni che si richiamano a parole comuni sembrano entrambe finalizzate al cambiamento. Quello che non è per nulla chiaro, almeno nella percezione della maggioranza delle persone, è quale dei cambiamenti che si affermerà sarà migliore o peggiore.

Il fronte più interessante però è quello tecnologico riferito ai suoi effetti economici. Anche questo ambito è sovraccaricato cognitivamente da una infinità di parole (L’ingenuità del cittadino della Rete: pesci in cerca di ami!) che richiamano il cambiamento, l’innovazione e il futuro senza mai un approfondimento o una riflessione critica su cosa si intenda per  innovazione e sul verso e sulla direzione del cambiamento e sul senso che esso avrà in futuro.

A fare da portatori del nuovo verbo sono moltissimi media del settore e molte startup che hanno puntato con rinnovata passione imprenditoriale (la crisi e l’immobilismo sembrava che l’avessero cancellata) sulla sperimentazione, sulle creatività, sul crowdfunding, sulle nuove tecnologie Mobile e su nuove forme di narrazione o storytelling (i maker che avrebbero preso il posto dei manufacturers).

La pervasività delle nuove terminologie (Pensieri critici e fuori dal coro sulla tecnologia)  e la retorica che le accompagna rischiano di mettere in secondo piano le realtà che non si vogliono vedere perché scomode e non allineate alle narrazioni correnti ma soprattutto a non cogliere quelle che sono le sollecitazioni ad una riflessione maggiormente critica sugli effetti delle rivoluzioni incorso, sia quella politica sia quella tecnologica. In entrambi i fronti gli effetti rischiano di essere prolungati nel tempo se non duraturi e probabilmente non soddisferanno le aspettative di quanti oggi stanno accettando i racconti entusiastici sulla sharing economy e sul ruolo della gratuità in Rete, della condivisione social e dell’open source.

La mancata soddisfazione non sarà per tutti ma per una larga maggioranza che si troverà a confrontare con l’astrattezza delle narrazioni conformiste dei media e la concretezza delle loro condizioni materiali tutte legate alla forma attuale di un capitalismo 2.0 molto libertario a parole ma anche molto repressivo ed egoista nei fatti.

Mentre si prolunga la banda larga ovunque, si chiudono i corridoi che rendono possibile il movimento delle persone e le loro migrazioni. Mentre si celebra lo stay foolish e lo stay hungry si diffonde a macchia d’olio l’uso dei voucher che impedisce a molti, soprattutto giovani, di coltivare la loro follia, nel significato associato da Steve Jobs alla parola, ma garantisce loro l’opportunità di continuare a rimanere molto hungry.

Mentre si propaga in Rete e nei social network la controcultura libertaria dei guru della Silicon Valley, fatta di imprenditorialità e ideologia zen e hippies, e delle loro piattaforme tecnologiche che suggeriscono nuove utopie digitali possibili, nella realtà si afferma una cultura, condivisa in modo complice da molti, che di libertario ha molto poco perché tutta finalizzata al consumismo, al mercato deregolamentato e al guadagno.

Collocarsi sul fronte del no al referendum costituzionale così come su quello tecno-critico nei confronti delle molte innovazioni sociali, economiche e culturali della tecnologia, non è facile. Comunica la capacità di resistere alla seduzione delle sirene politiche e tecnologiche e di scatenare delle reazioni di ostracismo che vanno oltre il merito dei contenuti e delle questioni in essere.

Oggi più che mai c’è comunque bisogno che qualcuno assuma una posizione critica e non rinunci a manifestarla. Il tema non è l’essere o meno contrari alla riforma costituzionale o alla cultura tecnologica ma cosa fare per comprendere meglio le loro conseguenze e per indagarle criticamente in modo da far emergere potenziali contraddizioni ed evidenziarne, potenziandoli, eventuali aspetti di innovazione e cambiamento reali.

L’immobilismo del passato ha impedito a molti, soprattutto a coloro che per valori e cultura, avrebbero dovuto porsi il problema di capire la realtà per cambiarla, di impostare politiche e pratiche di cambiamento e innovazione reali.

Oggi che a guidare il primo e la seconda sono forze estranee, giovani generazioni in politica e grandi corporazioni in economia, è necessario individuare quali siano le novità realmente disruptive e capaci di indurre cambiamenti reali e quali al contrario semplici operazioni di superficie tendenti a prolungare lo status quo e a fingere di cambiare tutto affinchè nulla cambi (siamo pur sempre il paese dei gattopardi, dei giaguari mai smacchiati, dei Vicerè e dei loro numerosi emuli toscani).

Per indurre cambiamenti reali il primo passo da fare è di tipo linguistico e cognitivo. Ridimensionata la fascinazione delle parole che riempiono di significati e analogie le narrazioni correnti e a partire dalle esperienze concrete individuali può essere possibile disporre di una nuova cornice di contesto utile a nuove forme interpretative e a produrre nuova cultura, proprio ciò di cui c’è molto bisogno in una società dominata dall’informazione e dal surplus cognitivo, molto di esso di origine tecnologica e politica.

Ripulite le parole e riassegnati loro significati utili a creare nuove classificazioni e categorie concettuali sarà possibile costruire narrazioni diverse della realtà nella quale dare adeguato spazio ai veri startupper e agli innovatori, ai riformatori e ai veri progressisti, ai fatti reali dell’economia e del lavoro, alle condizioni sociali e di benessere delle persone al di fuori dei social network, documentare meglio la realtà fattuale e promuovere nuove proposte, idee, progetti, buone pratiche ed esperienze di valore. Sperando che esse siano realmente innovative….!

 

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