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Non vi è nulla di nuovo sotto il sole

Non vi è nulla di nuovo sotto il sole

28 Settembre 2017 Interviste sulla tecnologia
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E' necessario relativizzare l'importanza delle nuove tecnologie e la loro portata, e adottare uno sguardo più ampio, più alto. Uno sguardo non circoscritto e concentrato a guardare di mese in mese i nuovi prodotti e le nuove invenzioni della tecnologia odierna, ma in grado di allargarsi ai secoli passati e di vedere la nostra frenesia attuale come un piccolo punto nella lunga storia dell'umanità e nella molto più lunga storia del pianeta.

Una intervista con Dag Tessore, teologo e autore di libri sulle religioni.

"Da più di un secolo la filosofia pone al centro della propria analisi la tecnologia: ne ha studiato le espressioni, gli effetti, gli aspetti morali, economici, psicologici, ma non ne ha tuttavia individuato la più intima identità. La tecnologia, per la filosofia, è rimasta un enorme punto interrogativo al centro della storia, che copre con la sua ombra tutto il reale, ma che non intende rivelare la sua essenza. Fino a qui ci ha condotto il vento filosofico. Da qui sono sopraggiunte le “folate” teologiche." Andrea Vaccaro

Sei filosofo, sociologo, piscologo, teologo,  studioso della tecnologia o semplice cittadino consapevole e vuoi partecipare alla nostra iniziativa con un contributo di pensiero? .

Tutti sembrano concordare sul fatto che viviamo tempi interessanti, complessi e ricchi di cambiamenti. Molti associano il cambiamento alla tecnologia. Pochi riflettono su quanto in profondità la tecnologia stia trasformando il mondo, la realtà oggettiva e fattuale delle persone, nelle loro vesti di consumatori, cittadini, elettori e credenti. Sulla velocità di fuga e sulla volontà di potenza della tecnologia, sulla sua forza e continua evoluzione, negli ultimi anni sono stati scritti numerosi libri che propongono nuovi strumenti concettuali e cognitivi per conoscere meglio la tecnologia e/o suggeriscono una riflessione critica utile per un utilizzo diverso e più consapevole della tecnologia e per comprenderne meglio i suoi effetti sull'evoluzione futura del genere umano.

Su questi temi SoloTablet sta sviluppando da tempo una riflessione ampia e aperta, contribuendo alla più ampia discussione in corso. L'approccio è coinvolgere e intervistare autori, specialisti e studiosi che stanno contribuendo con il loro lavoro speculativo, di ricerca, professionale e di scrittura a questa discussione. Dopo aver rivolto l'interesse verso la cultura d'ispirazione laica, vogliamo allargare il dibattito, sempre con le stesse modalità, anche alla parte d'ispirazione cattolica.

Intervista condotta da Carlo Mazzucchelli  e Edoardo Mattei con Dag Tessore, laureato alla Sapienza di Roma in Lingue e Letterature Orientali con una tesi sul Corano. Ha viaggiato a lungo in paesi islamici, dove ha approfondito la sua conoscenza della lingua araba e della cultura islamica, e oggi vive in Marocco. Ha insegnato Islamismo e Giudaismo presso l’Istituto di Scienze Politiche di Pescara. Per Fazi Editore ha pubblicato: La mistica della guerra. Spiritualità delle armi nel Cristianesimo e nell’Islam (2004) e Introduzione a Ratzinger (2005).


 

[1] Buongiorno. Può raccontarci qualcosa di lei, della sua attività attuale, del suo interesse per le nuove tecnologie e per una riflessione sull'era tecnologica e dell'informazione che viviamo?

La mia formazione è stata precipuamente filosofico-teologica e la mia attività è legata all'insegnamento, ma soprattutto alla produzione di libri di argomento storico e spirituale. Nel 2007 sono stato ordinato sacerdote di rito bizantino. Ho vissuto a lungo in Grecia e ora, da anni, in Marocco.

 

[2] Secondo il filosofo pop del momento, Slavoj Žižek, viviamo tempi alla fine dei tempi. Quella del filosofo sloveno è una riflessione sulla società e sull'economia del terzo millennio ma può essere estesa anche alla tecnologia e alla sua volontà di potenza (il technium di Kevin Kelly nel suo libro Cosa vuole la tecnologia) che stanno trasformando il mondo, l'uomo, la percezione della realtà e l'evoluzione futura del genere umano. La trasformazione in atto obbliga tutti a riflettere sul fenomeno della pervasività e dell'uso diffuso di strumenti tecnologici ma anche sugli effetti della tecnologia. Qual è la sua visione attuale dell'era tecnologica che viviamo e che tipo di riflessione dovrebbe essere fatta, da parte dei filosofi, dei teologi e degli scienziati ma anche delle singole persone?

E' indubbio che la tecnologia ha assunto oggi delle dimensioni tali da costringerci ad un ripensamento radicale del nostro essere uomini. Come un tempo l'invenzione della scrittura, poi della stampa, o delle armi da fuoco, così oggi le super-tecnologie informatiche e internet sono una fondamentale opportunità che ci viene data per riflettere, per ripensare, per chiederci, ancora una volta, che senso abbia la nostra vita. In questa prospettiva le nuove tecnologie, nonostante che stiano rivoluzionando il nostro modo concreto di vivere anche nei suoi aspetti più quotidiani e pratici, sono però sostanzialmente, a mio parere, una grande svolta filosofica più che materiale. Non è tanto l'impatto materiale di internet e del digitale che ritengo essenziale, quanto l'opportunità che essi ci danno di riflettere sulla nostra natura umana e sui grandi interrogativi esistenziali.

 

[3] Viviamo immersi in un processo evolutivo che ha assimilato la tecnologia e ne subisce la volontà di potenza e la velocità di fuga. La tecnologia è diventata parte integrante e necessaria della vita di tutti i giorni. Non ne possiamo fare a meno anche se scarsa è forse la consapevolezza sugli strumenti usati e sui loro effetti. La tecnologia non è neutrale ma neppure cattiva. Molto dipende dall'uso consapevole e critico che ne viene fatto per conoscere se stessi e soddisfare i propri bisogni. La tecnologia non deve essere demonizzata ma neppure trasformata in una nuova religione. Ma questo è quanto sembra stia accadendo, evidenziando una nuova fuga dalla realtà e verso l'irrazionalità. Lei cosa ne pensa?

Tanto il divinizzare quanto il demonizzare le nuove tecnologie presuppone che esse siano qualcosa di straordinario, di immenso e quindi di enormemente buono o enormemente cattivo. Ma probabilmente non è così. Quando furono inventate le armi da fuoco, parve che esse dovessero sconvolgere l'intero modo di vivere dell'uomo. Molti autori del XV secolo testimoniano l'ansia per tale scoperta nuova e minacciosa. E invece la storia ci mostra che né l'invenzione della scrittura, né della stampa, né delle armi da fuoco hanno inciso più di tanto sull'umanità: l'uomo dei tempi omerici, del medioevo, dell'età moderna, è sempre, dopo tutto, lo stesso, con le sue inquietudini, i suoi interrogativi, il suo egoismo, la sua aggressività, le sue paure, le sue gioie, le sue intuizioni e la sua grandezza o meschinità.

Dobbiamo - credo - ridimensionare la grandiosità che attribuiamo alle nuove tecnologie: a noi oggi sembrano qualcosa di straordinario, di unico, qualcosa che sta trasformando radicalmente il mondo e la realtà umana: ma molte volte nella storia sono accadute cose ritenute allora straordinarie e uniche, eppure il passare dei secoli ha appiattito tutto e oggi sorridiamo quando leggiamo gli scritti di Saint-Simon, o di Fourier e Proudhon, che nel XIX secolo credevano che l'industrializzazione e la tecnica avrebbero trasformato il mondo; sorridiamo quando rivediamo 2001: Odissea nello spazio, perché solo una cinquantina di anni fa molti pensavano che le nuove tecnologie spaziali avrebbe rivoluzionato la vita dell'uomo nell'Universo. E invece ben poco è stato rivoluzionato, e gli uomini vivono oggi, al di là della patina superficiale di mezzi e usi differenti, sostanzialmente come vivevano cinquanta, duecento, mille anni fa.

E' necessario dunque relativizzare l'importanza delle nuove tecnologie e la loro portata, e adottare uno sguardo più ampio, più alto, che non sia circoscritto e concentrato a guardare di mese in mese i nuovi prodotti e le nuove invenzioni della tecnologia odierna, ma che si allarghi ai secoli passati e veda la nostra frenesia attuale come un piccolo punto nella lunga storia dell'umanità e nella molto più lunga storia del pianeta.

 

 

[4] Secondo molti la pervasività degli strumenti tecnologici e il tempo crescente ad essi dedicato sta mettendo in crisi la pratica religiosa così come la spiritualità. La tecnologia sembra fare miracoli come quelli raccontati nei Vangeli (guarisce storpi, ciechi, mani paralizzate...) e di realizzare l'epoca messianica di felicità e benessere. La tecnologia è vista come un Sacramento, uno strumento che Dio offre all'uomo ma al contempo è anche un progresso totalmente umano (Techgnosis e New Age). Se grazie alla tecnologia si possono realizzare le stesse opere divine perché continuare a credere?

I miracoli, tanto quelli "classici", cioè attribuiti a uomini santi e taumaturghi, quanto quelli odierni della tecnologia, non hanno a che fare con la fede e il messaggio spirituale religioso se non in maniera secondaria e marginale. Si narra che un giorno il Buddha doveva attraversare un fiume, insieme ai suoi discepoli, i quali, proprio in quel momento, videro che un discepolo di un altro maestro spirituale stava attraversando il fiume camminando sull'acqua. Esclamarono dunque: “Il tal maestro insegna ai suoi discepoli a compiere simili prodigi. Tu invece non ci dai che parole e non compi, né ci insegni a compiere, miracoli”. Il Buddha non rispose, fece cenno al barcaiolo di venire, salì con i suoi sulla barca e si fece traghettare all'altra sponda. Giunti lì, chiese al barcaiolo il prezzo del servizio: “Due monete”, gli disse, e il Buddha gliele diede: “Ecco il prezzo - disse - dei miracoli di quel maestro che vi affascina. Pagando due monete abbiamo fatto la stessa cosa che egli ha realizzato con la pratica dei miracoli”. Cosa significa ciò? Che la vera spiritualità è fatta di crescita interiore, di insegnamenti che danno saggezza, e non di migliorie pratiche per attraversare i fiumi, o per parlare in tempo reale con chi si trova a mille chilometri di distanza con Skype o Whatsapp.

Lo stesso Gesù non venne nel mondo per guarire i ciechi e i paralitici, ma per portare il suo messaggio spirituale. I suoi miracoli servivano solo a mostrare la sua provenienza divina e la sua autorità. Ma lo scopo della sua missione non era la guarigione materiale dei malati.

Credere in Dio è un atteggiamento della mente e del cuore di abbandono alla Provvidenza, di accettazione, di pace con se stessi e con il mondo attorno a noi, è chinare il capo alla grandezza insondabile dell'Universo, con umiltà e gratitudine: nessun miracolo tecnologico può intaccare o alienare tale "fede".

 

[5] Nell'evoluzione attuale gli esseri umani sembrano delegare alla tecnologia porzioni importanti delle loro vite o usarla come efficace farmaco antidepressivo. Alla ricerca di benessere, felicità e potere, gli umani sembrano impegnati in un continuo cambiamento che potrebbe determinare la sparizione della loro caratteristica umana. Grazie ai nostri dispositivi tecnologici ci sentiamo tutti un po' superuomini ma la percezione che la tecnologia stia prendendo il sopravvento genera ansia, panico e infelicità. Forse per questo si preferisce vivere nel presente continuo rinunciando a sondare il futuro. Lei cosa ne pensa? la tecnologia sta cambiano il concetto di "legge di natura"? Siamo davanti ad un "reincanto tecnologico" come pensava il filosofo Michel Maffesoli?

Che la tecnologia possa oggi, piano piano, modificare le caratteristiche stesse dell'essere umano, mescolando sempre di più computer e cervello, è una questione attuale e inquietante, che alcuni avvistano e salutano con entusiasmo, altri temono con ansia e angoscia.

Giungere alla constatazione che l'uomo non è un'anima, non è un individuo, una coscienza spirituale, ma un meccanismo cerebrale di impulsi nervosi, di cellule di memoria ecc. - cosa che oggi ci fa paventare una progressiva assimilazione dei computer al cervello umano e viceversa, provocando in noi la sensazione di una rivoluzione totale di ciò che è l'essere umano - è qualcosa che in realtà accadde anche in passato, grazie alla speculazione filosofica e all'osservazione attenta, senza bisogno di tecnologie digitali: il Buddha e dopo di lui molti pensatori europei dell'Ottocento come Destutt de Tracy, Nietzsche, e a modo suo anche Kant, arrivarono già alla conclusione che non esiste un io, un'anima unitaria e assoluta, ma solo un flusso di pensieri e stimoli, che creano in noi l'impressione falsa di un io.

 

 

[6] La tecnologia è diventata la nuova religione del XXI secolo e i Signori del Silicio (Google, Facebook, Amazon, Microsoft e Apple) ne sono i suoi profeti. Lo sostiene anche Noah Harari autore di Homo Deus quando scrive che "la tecnologia definisce lo scopo e i limiti delle nostre visioni religiose, come un cameriere stabilisce le opzioni di scelta dei nostri appetiti". Le nuove tecnologie stanno uccidendo i vecchi Dei facendone nascere di nuovi. Le religioni storiche, dal cristianesimo all'induismo, per anni hanno fornito risposte a domande importanti per l'essere umano. Oggi hanno difficoltà a rispondere alle numerose domande che la tecnologia pone: intelligenza artificiale e lavoro, politica e crescenti disuguaglianze, biotecnologie, ricerca dell'immortalità, ecc. La religione ha esaurito le proprie risposte o ha ancora un'antropologia per l'uomo tecnologico, disincantato e più istruito rispetto al passato?

Studiando la storia dell'umanità e leggendo i testi sapienziali da essa prodotti, ci si accorge che “non vi è nulla di nuovo sotto il sole”: le problematiche filosofiche sull'anima e l'io, sull'immortalità, come pure la questione dell'oppressione sociale, delle diseguaglianze, dell'indottrinamento e manipolazione delle masse da parte delle élites di vario genere, sono tutte tematiche che ritroviamo, in forme e stili diversi, nei più antichi testi egizi come nei rotoli sumerici di Gudea di Lagash, del III millennio a.C., nell'antica riflessione filosofica indiana e cinese, nella Bibbia, nella filosofia greca e così via. Penso che se l'uomo moderno ampliasse i suoi orizzonti culturali e conoscesse meglio la storia e la filosofia dei secoli e millenni passati, avrebbe sulle tecnologie moderne e le trasformazioni di oggi uno sguardo più equilibrato, meno entusiasta e meno angosciato.

Le antiche sapienze religiose e spirituali parlano all'uomo di oggi come all'uomo di ogni tempo e non hanno esaurito la loro ricchezza. Del resto un rapido sguardo al mondo odierno ci mostra senza ombra di dubbio che il fenomeno religioso e le spiritualità tradizionali sono tutt'altro che in via di estinzione: anzi, si direbbe piuttosto che è in crescita il fascino che esse esercitano sulle persone, anche nel pieno della civiltà tecnologica.

 

[7] Se la tecnologia promette di realizzare il regno di Dio sulla Terra e sembra trovare ogni giorno nuovi proseliti e fedeli, significa che si stanno realizzando le promesse del Regno di Dio sulla Terra? Al contrario, se la tecnologia fosse un dono prometeico? Qual è il rapporto fra tecnologia e provvidenza?

A mio parere la tecnologia non realizza nessun Regno di Dio sulla terra, come non lo ha realizzato nessuna delle utopie in cui l'uomo ha creduto negli ultimi quattromila anni. Né le religioni, né le utopie di Platone, di Campanella, di Saint-Simon e di Mao hanno creato un mondo migliore. Pertanto è ingenuo continuare a illudersi che questa volta sì, ce la faremo, cambieremo l'umanità, creeremo un mondo più felice...

Come il possedere molto denaro e potere non rende l'uomo più soddisfatto, così le invenzioni tecnologiche e chirurgiche che permetterebbero all'uomo di cambiare i propri occhi per vedere meglio o le proprie orecchie per udire meglio, non lo renderebbero più felice. Ma anzi, al contrario, non farebbero che alimentare, come il denaro, più illusioni, più aspettative, più bisogni indotti, e quindi in ultima analisi accrescerebbero l'insoddisfazione e la scontentezza.

 

[8] Grazie alla tecnologia gli esseri umani vedono la loro vita terrena facilitata, esentata dalle fatiche, semplificata, automatizzata, velocizzata, liberata ma anche potenziata (salute, economia, relazioni, ecc.). Una vita terrena percepita più felice sembra però allontanare dall'intimità e dalla profondità religiosa e spirituale, portando a privilegiare la superficialità e l'esteriorità. In che modo la tecnologia e/o una interazione diversa con essa potrebbero facilitare una vita più intima, più profonda, più spirituale e religiosa? Può la tecnologia essere veicolo di nuove forme di fede e strumento di spiritualità per trascendere l'esistente e prepararsi al mondo che verrà?

Le nuove tecnologie possono certamente essere utili per alcuni scopi e anche per trasmettere messaggi religiosi e spirituali, come fa Internet. Pertanto un uso consapevole ed equilibrato della tecnologia è utile, come è utile un martello per piantare un chiodo o il fuoco per scaldare l'acqua. Ma nulla di più. Come diceva Epitteto, dilettiamoci pure a collezionare simpatiche conchigliette fintantoché la nave è ferma all'isola e ci è concesso del tempo per passeggiare e divertirci; ma non attacchiamoci in maniera infantile a queste conchigliette né riponiamo in esse speranze messianiche e proiezioni di un futuro glorioso: sono solo conchigliette, con cui giocare, e da gettare a terra serenamente nel momento in dovremo tornare alla nave.

 

[9] Miliardi di persone sono oggi dotate di smartphone usati come protesi tecnologiche, di display magnetici capaci di restringere la visuale dell'occhio umano rendendola falsamente aumentata, di applicazioni in grado di regalare esperienze virtuali e parallele di tipo digitale. In questa realtà ciò che manca è una riflessione su quanto la tecnologia stia cambiando la vita delle persone (High Tech High Touch di Naisbitt) ma soprattutto su quali siano gli effetti e quali possano esserne le conseguenze. Il primo effetto è che stanno cambiando i concetti stessi con cui analizziamo e cerchiamo di comprendere la realtà. La tecnologia non è più neutrale, sta riscrivendo il mondo intero e il cervello stesso delle persone. Lo sta facendo attraverso il potere dei produttori tecnologici e la tacita complicità degli utenti/consumatori. Come stanno cambiando secondo lei i concetti che usiamo per interagire e comprendere la realtà tecnologica? Ritiene anche lei che la tecnologia non sia più neutrale?

Di certo la tecnologia oggi sta invadendo la nostra vita, modificando il nostro modo di percepire e pensare, e influenzando, o guidando, le opinioni e le nostre scelte. Come essa sia oggi in grado di creare e plasmare l'opinione pubblica e quindi anche le scelte politiche, è evidente. Ma ciò accadeva anche in passato: le religioni e il fanatismo spesso legato ad esse, le epoche di guerre prolungate e atroci, la peste e molti altri fattori agivano alla stessa maniera: modificando il modo di pensare delle persone e plasmando le convinzioni comuni.

Ciò non significa che si debba rimanere indifferenti di fronte alle sfide tecnologiche del mondo odierno o che non ci si debba adoperare a coltivare un'etica della tecnologia e una più profonda consapevolezza per un retto utilizzo della medesima, ma al contempo non c'è troppo da angosciarsi: come le guerre hanno distrutto città e nazioni e poi sono finite e l'uomo si è rimesso a costruire, come le pesti hanno mietuto vite ma poi sono cessate e nuovi uomini sono nati, come grandi civiltà sono finite e tramontate per sempre, dagli antichi Egizi ai Maya e agli Aztechi, eppure il mondo è continuato, così questo grande maremoto delle tecnologie sta scuotendo l'umanità, in bene e in male, la sta sciabordando e rivoltando, ma anch'esso finirà: esaurirà la sua forza, avrà fatto la sua parte nella storia e si collocherà tra i tanti eventi che si sono succeduti da quando popoliamo il pianeta. “Questa - scriveva san Cipriano - è la legge di Dio: tutto ciò che è sorto tramonta, tutto ciò che è cresciuto invecchia, tutto ciò che è forte si indebolisce, tutto ciò che è grande diminuisce, e dopo che è divenuto debole e piccolo, scompare e si estingue” (Ad Demetrium, III). Questa nostra piccola storia umana, con tutte le nostre piccole scoperte e piccole invenzioni tecnologiche del passato e del presente, finirà.

 

[10] Secondo il filosofo francese Alain Badiou ciò che interessa non è tanto quel che è (chi siamo?) ma quel che viene. Con lo sguardo rivolto alla tecnologia e alla sua evoluzione, quali indicazioni e quali riflessioni dovrebbe fare, secondo lei, la Chiesa per sviluppare un Magistero capace di dare risposte di senso anche per il futuro?

Penso che la Chiesa debba alzare con coraggio una voce profetica: offrire cioè una lettura spirituale della realtà e della storia dell'uomo e, anziché cadere essa stessa in un infantile entusiasmo o in una puerile paura di fronte alle nuove tecnologie, mostrare agli uomini di oggi una visione diversa, che insegni ad essi a relativizzare questo fenomeno. Invece che prostituirsi (l'espressione è di sant'Ambrogio!) dietro al conformismo del politicamente corretto, porgere all'umanità quelle pagine di sapienza antica e mai vecchia che ci offre la Bibbia e il patrimonio spirituale di tanti Padri e Santi. Penso che il Magistero della Chiesa, non solo cattolica, sia oggi troppo concentrato sul piano etico, cioè sull'impatto morale e sociale che le tecnologie odierne esercitano sull'uomo. Sarebbe importante invece trascendere, in senso kierkegaardiano, il piano etico, banalmente filisteo, e innalzarsi al livello religioso, in cui la grandezza dell'uomo è la sua profondità nel paradosso della fede, e non nelle opere e nell'agire moralmente e socialmente bene.

 

 

[11] Secondo alcuni, tecnofobi, tecno-pessimisti e tecno-luddisti, il futuro della tecnologia sarà distopico, dominato dalle macchine, dalla singolarità di Kurzweil (la via di fuga della tecnologia) e da un Matrix nel quale saranno introvabili persino le pillole rosse che hanno permesso a Neo di prendere coscienza della realtà artificiale nella quale era imprigionato. Per altri, tecnofili, tecno-entusiasti e tecno-maniaci, il futuro sarà ricco di opportunità e nuove utopie/etopie. A quali di queste categorie pensa di appartenere e qual è la sua visione del futuro tecnologico che ci aspetta? E se la posizione da assumere fosse semplicemente quelle tecno-critica o tecno-cinica? E se a contare davvero fosse solo una maggiore consapevolezza diffusa nell'utilizzo della tecnologia?

Ogni previsione sul futuro è arbitraria e azzardata. La storia ha sempre riservato sorprese alle nostre previsioni e continuerà a riservarcene. “Chi avrebbe mai creduto - scriveva san Girolamo - che Roma, costruita con le vittorie riportate in tutto il mondo, sarebbe un giorno crollata?” (Comm. in Ezech., praef. ad libr. III). Eppure crollò e finì. E tutte le acquisizioni culturali, tecniche e scientifiche dell'antichità greco-romana sembravano a quei tempi acquisizioni eterne, sulle quali - come diremmo oggi - non si può tornare indietro. Eppure si tornò indietro. Furono in buona parte dimenticate: una nuova civiltà, creata dal Cristianesimo, dal monachesimo e dal mondo dei barbari, plasmò una nuova mentalità, per la quale tutte quelle acquisizioni culturali, tecniche e scientifiche non avevano più importanza...

Oggi immaginiamo un futuro in stile Matrix, in stile Odissea nello spazio, in stile Surrogates, ma “il Signore su dal cielo ride di noi” e delle nostre previsioni (Sal 2,4). Le previsioni umane sul futuro si sono sempre dimostrate sbagliate. Pertanto è meglio evitare di essere troppo certi che il nostro futuro sarà come lo immaginiamo oggi in preda agli ormoni galoppanti delle nuove tecnologie.

 

[12] Una delle studiose più attente al fenomeno della tecnologia è Sherry Turkle. Nei suoi libri Insieme ma soli e nell'ultimo La conversazione necessaria, la Turkle ha analizzato il fenomeno dei social network arrivando alla conclusione che, avendo sacrificato la conversazione umana alle tecnologie digitali, il dialogo stia perdendo la sua forza e si stia perdendo la capacità di sopportare solitudine e inquietudini ma anche di concentrarsi, riflettere e operare per il proprio benessere psichico e cognitivo. Lei come guarda al fenomeno dei social network e alle pratiche, anche compulsive, che in essi si manifestano? Se la fede è principalmente la relazione con una persona (Dio), come cambia l'interazione con Dio e con gli uomini in questa realtà sempre più mediata da dispositivi tecnologici?

E' in fondo quel che già Platone, nel Fedro, diceva a proposito della recente invenzione della scrittura: essa - diceva il dio Toth – “renderà gli egizi più sapienti e più capaci di ricordare, poiché con essa è stato trovato il farmaco della memoria e della sapienza”. Ma il re Thamus gli rispose: “Questa scoperta, per mancanza di esercizio della memoria, produrrà nell'anima di coloro che la impareranno la dimenticanza, perché fidandosi della scrittura ricorderanno dal di fuori mediante caratteri estranei, non dal di dentro e nella loro interiorità: perciò tu hai scoperto il farmaco non della memoria, ma del richiamare alla memoria; tu procuri ai tuoi discepoli un'apparenza di sapienza, non la vera sapienza: ascoltando per tuo tramite molte cose senza vero apprendimento, crederanno di conoscere molte cose; continueranno invece ad essere ignoranti e per di più fastidiosi e saccenti: così essi diventeranno non dei sapienti, ma dei raccoglitori di opinioni” (Fedro, 274e-275a). 

La vera sapienza non si acquisisce grazie alle più ampie conoscenze e informazioni che la scrittura - o oggi internet e il computer - può darci, ma in virtù di una maturazione interiore. Concordo quindi con quel che asserisce la Turkle: ma lo espanderei anche ad altri fenomeni: se i social network modificano la natura della nostra conoscenza della realtà, come pure delle nostre relazioni umane, rendendole più superficiali e dispersive, essa però è stata modificata anche dall'invenzione stessa della scrittura e poi della stampa. Anche queste ultime, infatti, sono protesi artificiali del nostro spirito.

 

[13] Vuole aggiungere altro per i lettori di SoloTablet, ad esempio qualche suggerimento di lettura? Vuole suggerire dei temi che potrebbero essere approfonditi in attività future? Cosa suggerisce per condividere e far conoscere l'iniziativa nella quale anche lei è stato/a coinvolto/a?

Suggerisco, come letture per approfondire questa tematica, libri che non concernono questa tematica: spesso infatti guardare le cose troppo da vicino distorce la visione, specializzarsi troppo rende la mente meno agile e i suoi orizzonti più ristretti. Leggere Giobbe o Dostoevskij ci darà invece stimoli e spunti nuovi, diversi, che ci permetteranno di vedere meglio - cioè più da lontano, più in prospettiva - anche la questione della tecnologia.

 

Messaggio rivolto al lettore: non siamo nati per leggere, si impara nel tempo a farlo ricavandone gioia, intuizioni, dolore, saggezza e molto altro. Se sei arrivato fin qui significa che hai imparato a leggere e sai anche andare oltre il testo pensando con la tua testa. Perchè non ci dici cosa ne pensi condividendo un tuo commento?

 

* Tutte le immagini di questo articolo sono scatti di viaggio di Carlo Mazzucchelli (Mongolia, Tibet, USA, Bhutan, Cornovaglia)

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