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Relazioni tecnoliquide: amore e amicizia ai tempi della rivoluzione digitale

Relazioni tecnoliquide: amore e amicizia ai tempi della rivoluzione digitale

15 Settembre 2017 Interviste sulla tecnologia
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C’è la sensazione che la fine della società di massa e il transito nella tecnoliquidità postmoderna dovranno fare i conti con l’esasperazione della solitudine esistenziale dell’individuo. Forse non sarà Facebook, né Twitter e neppure ogni altra forma di “socializzazione virtuale” a placare l’irriducibile bisogno di “incontro con l’altro-da-sé” che è proprio dell’uomo e della donna di ogni epoca: il bisogno di “incontro con l’altro” di persona, senza la mediazione di uno schermo digitale, è così prepotente e vitale che oltrepasserà il mondo tecnoliquido e restituirà all’amicizia e all’amore la loro potenza trasformatrice dell’esperire umano.

Un articolo inviatoci dal Prof. Tonino Cantelmi Responsabile organizzativo ITCI - Istituto di Terapia Cognitivo Interpersonale

Il  testo sviluppa alcune considerazioni dell'autore esposte in diversi contributi scientifici e divulgativi prodotti negli ultimi anni.


Relazioni tecnoliquide: l’amore e l’amicizia ai tempi della rivoluzione digitale

La crisi dell’identità: la mutevolezza dell’esserci nell’orizzonte tecnoliquido

            Esserci, “esserci-con”, “esserci-per”: questa è quella che ho definito la “progressione magnifica”, che permette di partire da un Io (l’esserci), per passare ad un Tu (l’“esserci-con”) e infine giungere ad un Noi (l’“esserci-per”), dimensione ultima e sola che apre alla generatività, alla creatività ed all’oblatività. In questa progressione però irrompono le formidabili componenti della società tecnoliquida: il narcisismo e la sua forma virale su base digitale, la tecnomediazione della relazione, l’amicizia light, a portata di “click”, di Facebook, le relazioni virtuali nelle loro varie declinazioni ambigue, l’ipersessualizzazione dell’infanzia e il mostruoso incremento della cyberpornografia, la “gamizzazione” immersiva (ogni attesa è invasa da giochi digitali e intere generazioni crescono con i video games), la ricerca di emozioni forti, la velocità estrema.

            Il punto di partenza della “progressione magnifica” dunque sarebbe l’esserci, cioè l’identità. Ma cosa vuol dire “esserci” nella società tecnoliquida? Le osservazioni condotte all’alba del terzo millennio, in piena postmodernità tecnoliquida, ci inducono a ritenere che esserci vuol dire oggi rinunciare ad una identità stabile, per entrare nell’unica dimensione possibile: quella della liquidità, ovvero quella dell’identità mutevole, difforme, dissociata e continuamente ambigua di chi è e al tempo stesso non è.

            In fondo la tecnologia digitale consente all’uomo e alla donna del terzo millennio di essere senza vincoli, di tecnomediare la relazione senza essere in relazione, di connettersi e di costruire legami liquidi, mutevoli, cangianti e in ogni istante fragili, privi di sostanza e di verifica, pronti ad essere interrotti. Cosicché si è passati dall’uomo-senza-qualità di Musil[2] all’uomo-senza-legami di oggi in una sorta di continua sovrapposizione che viene a definire il nuovo orizzonte del tema identitario. Ed ecco che l’esserci è minato alla sua origine. La crisi dell’identità maschile e femminile, per esempio, ne è l’espressione più evidente. L’identità, cioè l’idea che ognuno di noi ha di se stesso e il sentirsi che ognuno di noi sente di se stesso, è dunque in profonda crisi, e il nuovo paradigma è l’ambiguità[3].

            La crisi dell’esserci ha una prima conseguenza. Se all’uomo d’oggi è precluso il raggiungimento di una identità stabile, che si articola e si declina nelle varie dimensioni, come in quella psicoaffettiva e psicosessuale, la conseguenza prima è che l’“esserci-con” (per esempio la coppia) assume nuove e multiformi manifestazioni. L’“esserci-con” non è più il reciproco relazionarsi fra identità complementari (maschio-femmina per esempio), sul quale costruire dimensioni progettuali nelle quali si dispiegano legittime attese esistenziali, ma diviene l’occasionale incontro tra bisogni individuali che vanno reciprocamente a soddisfarsi, per un tempo minimo, al di là di impegni reciproci e di progetti che superino l’istante. L’“esserci-con” è in epoca postmoderna fatalmente legato alla soddisfazione di bisogni individuali che solo occasionalmente e per aspetti parziali corrispondono. In altri termini oggi l’incontro tra due persone sempre più spesso si basa è fondamentalmente sulla soddisfazione narcisistica, individuale e direi solipsistica di un bisogno che incontra un altro bisogno, altrettanto narcisistico, individuale e solipsistico. Questo incontro si dispiega per un tempo limitato alla soddisfazione dei bisogni individuali e l’emergere di nuovi e contrastanti bisogni determina inevitabilmente la rottura del legame e la ricerca di nuovi incontri che sempre più avvengono in Rete[4]. La fragilità dell’“essere-con” dei nostri tempi si evidenzia attraverso l’estrema debolezza dei legami affettivi, che manifestano un’ampia instabilità ed una straordinaria conflittualità.

            Se l’identità è liquida, anche il legame interpersonale diventa liquido, cangiante, mutevole, individualista e dunque fragile. L’uomo del terzo millennio sembra rinunciare alla possibilità di un futuro e sembra concentrasi sull’unica opzione possibile, quella del presente occasionale, del momento, dell’istante.

            Fatalmente, il trionfo dell’ambiguità identitaria, la rinuncia al ruolo e alla responsabilità che ne consegue, il ridursi dell’“esserci-con” all’istante e al bisogno momentaneo e individuale, mina nelle sue fondamenta l’“esserci-per”, cioè la dimensione generativa e oblativa dell’uomo e della donna. Per esempio, se decliniamo tutto ciò nell’ambito psicoaffettivo e psicosessuale, la rinuncia all’esserci (identità sessuale e relativi ruoli) non può non trasmettersi in una inevitabile mutazione critica della dimensione coniugale (“esserci-con”), che a sua volta fa precipitare in una crisi senza speranze la dimensione genitoriale (“esserci-per”). Infatti la transizione al ruolo genitoriale sembra divenire oggi una sorta di utopia: la rinuncia alla genitorialità o il suo semplice rimandarla nel tempo sono un fenomeno sociale tipico dei nostri tempi. Perciò identità liquide fanno coppie liquide, che a loro volta fanno genitori liquidi, dove per liquido possiamo intendere molte cose, ma una in particolare modo: la debolezza del legame.

            La “progressione magnifica”, di cui parlavo, diviene dunque una progressione “liquida”. Ma il punto di partenza è nell’esserci, ovvero nel tema dell’identità.

            Nell’epoca di Facebook, l’identità si virtualizza, come anche le emozioni, l’amore e l’amicizia. La virtualizzazione è la forma massima di ambiguità, perché consente il superamento di vincoli e di confronti, aprendo a dimensioni narcisistiche imperiose e prepotenti[5]. Eppure qualcosa non funziona. Lo avvertiamo dall’incremento del disagio psichico, dal sempre più pressante senso di smarrimento dell’uomo tecnoliquido, dalla ricerca affannosa di vie brevi e immediate per la felicità, dall’aumento del consumo di alcol e di stupefacenti negli stessi opulenti ragazzi della società di Facebook, dall’affermarsi di una cupa cultura della morte, dall’inquietante incremento dei suicidi, dal malessere diffuso. Qualcosa dunque non funziona sia a livello individuale che sociorelazionale: la liquidità dell’identità, con tutte le sue conseguenze, non aumenta il senso di felicità dell’uomo contemporaneo. Alcuni studi sul benessere fanno osservare che la felicità non è correlata con l’incremento delle possibilità di scelta[6]. Questi dati fanno saltare una convinzione che sembrava imbattibile. La felicità dunque non è correlata con l’incremento delle possibili scelte dell’uomo (una visione ovviamente molto legata al capitalismo), ma gli stessi studi correlano la felicità con il possedere invece un “criterio” per scegliere. Avere un criterio per scegliere rimanda ad altro: avere un progetto, delle idee, una identità. Ed ecco che il cerchio si chiude: il tema della liquidità è sostanzialmente il tema della rinuncia ad avere criteri (cioè dimensioni di senso ben definite). Ma questa rinuncia ha un prezzo: l’infelicità. Ecco perché la “magnifica progressione” dall’“esserci-con” all’“esserci-per” mantiene anche oggi, e direi soprattutto oggi, un alto valore di significato, proprio per il suo portato anti-liquidità. Costruire dimensioni identitarie e di senso stabili e non ambigue, instaurare relazioni solide e che si dispiegano lungo progetti esistenziali che consentono l’apertura alla generatività e all’oblatività, sono ancora, in ultima analisi, l’unico orizzonte di speranza che si apre per l’uomo del terzo millennio, immerso nel cupo e doloroso paradigma della tecnoliquidità[7].

 

I nuovi linguaggi dell’amicizia e dell’amore nell’epoca digitale

            Molte ricerche hanno evidenziato che l’era tecnoliquida è contrassegnata dalla più straordinaria ed epocale crisi della relazione interpersonale. Dovremmo interrogarci su cosa abbia determinato la crisi della relazione interpersonale. Risulta troppo riduttivo e semplicistico attribuire tutte le responsabilità di questa crisi dei rapporti interpersonali a Internet e alle tecnologie digitali e alla loro diffusione pervasiva nella vita di milioni di individui. La tecnologia digitale con le sue potenzialità social risulta forse la risposta più semplice, e di immediato consumo, ad una crisi così netta delle capacità di relazione dell’uomo e della donna di oggi, e forse ne è anche una delle concause, come se, in una sorta di causalità circolare, l’esplodere della rivoluzione digitale avesse intercettato una crisi della relazione in parte già esistente, e al tempo stesso ne avesse accelerato drammaticamente lo sviluppo. Tuttavia alla base della crisi della relazione interpersonale ci sono almeno tre fenomeni, essi stessi amplificati a dismisura dalla inarrestabile rivoluzione digitale. è in questo intreccio tra fenomeni psicosociali e potenza della tecnologia digitale che si genera la postmodernità tecnoliquida. I tre fenomeni identificabili sono[8]:

  • L’incremento del tema narcisistico[9] nelle società postmoderne (di cui gli innamoramenti in chat e le amicizie in Facebook sembrano essere i corrispettivi telematici), sostenuto da una civiltà dell’immagine senza precedenti nella storia dell’umanità;
  • il fenomeno del sensation seeking, caratterizzato da una sorta di ricerca di emozioni, anche estreme, capace di parcellizzare e scomporre l’esperienza interumana facendola coincidere con l’emozione stessa (è come se tutta la relazione interpersonale coincidesse con l’emozione);
  • il tema dell’ambiguità, cioè la rinuncia all’identità e al ruolo in favore di una assoluta fluidità dell’identità stessa e dei ruoli, con la conseguente rinuncia alla responsabilità della relazione e alle sue caratteristiche e potenzialità generative.

Il trionfo dell’ambiguità e della fluidità dell’identità impedisce una stabile assunzione di identità (esserci), che a sua volta si riflette nell’instabilità della relazione (“esserci-con”), la quale infine mina profondamente le possibilità generative e progettuali della relazione stessa (“esserci-per”). Questi fenomeni, unitamente al tema della “velocità”, sono alla base della profonda crisi della relazione interpersonale, che sempre più acquista modalità “liquide”[10], indefinite, instabili e provvisorie. In questo senso la tecnomediazione della relazione (chat, blog, sms, social network) offre all’uomo del III millennio una risposta formidabile e affascinante: alla relazione si sostituisce la “connessione”, che costituisce la nuova privilegiata forma di relazione interpersonale. è fluida, consente espressioni narcisistiche di sé, esalta l’“emotivismo”, è provvisoria, liquida e senza garanzie di durata, è ambigua e indefinita: la connessione (cioè l’insieme della tecnomediazione della relazione grazie alla tecnologia digitale) è dunque la più straordinaria ed efficace forma di relazione per l’uomo “liquido”.

 

            Quali sono dunque le caratteristiche dei linguaggi postmoderni nell’amore e nell’amicizia?  Innanzitutto assistiamo ad una perdita della narrativa personale: le persone, in modo particolare i bambini e gli adolescenti, sembrano aver perso la capacità di unificare in un percorso narrativo unitario il senso ed il significato delle molteplici esperienze. Questo consente alcuni paradossi, come per esempio la contemporanea contraddittorietà delle esperienze; è possibile vivere esperienze diverse per significato e senso e persino contraddittorie senza che questo possa essere percepito come un problema. Declinato nell’area amicale e sentimentale, questa modalità frammentata dell’esperire, rende fortemente light ed instabile la relazione. Tutto ciò va declinato con l’esplosione del tema narcisistico e con il dominio della ricerca dell’emozione forte, che sul piano affettivo rendono ancora più istantanea la relazione e soprattutto troppo legata ai bisogni personali, con un conseguente impoverimento dell’attenzione verso l’altra persona.

            L’amicizia e l’amore si trasformano così sempre più in territori dove sperimentare se stessi, dove ricercare emozioni forti, dove soddisfare bisogni narcistici e sempre meno in ambiti dove incontrare l’altro nella sua autenticità. D’altro canto tutta la tecnologia digitale e tutti gli universi tecnologici abitati dall’uomo postmoderno pongono la questione fondamentale di cosa è autentico e cosa non lo è. è autentico o più autentico il profilo Facebook o la persona stessa? è autentico o più autentico uno spigliato dialogo in chat o un imbarazzante incontro al bar? Risulta interessante notare il cambiamento sul tema dell’intimità che costituisce un territorio delicato e ricco di sfumature, che attiene all’amicizia, all’amore e ad ogni altra forma di incontro interumano. La tecnologia ha drammaticamente scardinato il concetto di intimità: con velocità sorprendente e senza alcun pudore in pochi “click” si ottengono confessioni e aperture incredibili in chat di ogni tipo o nei social network più frequentati. Ovviamente le confessioni non sono sempre sincere, ma spesso sono intime, persino troppo intime. è alle varie forme di messaggeria, ai social network, alle chat cha affidiamo desideri, richieste, dichiarazioni di amore, parti di noi (come avviene ad esempio con il sexting: la pratica di inviare e scambiare per sms o in chat immagini intime di se stessi), imprecazioni, rabbie, minacce. L’intimità tecnomediata piace all’uomo postmoderno, al bambino e all’adolescente come all’adulto, tutti sempre più in difficoltà a gestire l’intimità reale. Certamente, la “ipersessualizzazione” precoce dei bambini e degli adolescenti rende ancora più arduo il nascere di una sana intimità: la relazione interpersonale quando transita dalla dimensione digitale a quella reale cortocircuita fatalmente in agiti, anche sessuali, persino in assenza di adeguate dimensioni di conoscenza intima reale, come se l’eventuale esperienza di conoscenza digitale surrogasse tutto quanto in genere antecede e accompagna la pienezza fisica dell’incontro. 

Il linguaggio estetico

            L’amicizia e l’amore sono indissolubilmente correlati al tema della bellezza. Ma qual è dunque l’estetica del mondo postmoderno tecnoliquido? Molti indicatori suggeriscono che la dimensione estetica prevalente, nella quale sembrerebbero crescere i nativi digitali, sia pervasa da tre elementi: il kitsch, il camp e il gusto horribilis.

            Nella seconda metà dell’Ottocento, quando i turisti americani volevano acquistare in Europa un quadro a poco prezzo, allora chiedevano uno sketch, uno schizzo. Da qui, secondo alcuni, sarebbe nato il termine kitsch, per indicare le esperienze estetiche di scarso valore, facili, celebrative, volte alla ricerca di un effetto rapido e appariscente. Il kitsch è in ultima analisi una sorta di mass cult del bello, a tratti anche trash, volto a soddisfare narcisistici impulsi pseudo estetici. La dimensione narcisistica, propria del mondo tecnoliquido, sembra trovare ampia soddisfazione nella risposta estetica kitsch.

            L’altro fenomeno estetico è quello del camp, che consiste nel trasformare il serio in frivolo, giocando sull’ambiguità, sull’esagerazione, sulla raffinata volgarità e sull’eccentrico. L’androgino è certo uno delle più significative immagini della sensibilità camp, che intercetta bene il bisogno di ambiguità della postmodernità liquida. Inoltre appare evidente come il mondo tecnoliquido sia anche attratto dalla bruttezza, dal gusto dell’orrido e del grottesco, nonché dall’estetica del cyberpunk, tutte manifestazioni di una nuova e celebrativa estetica della bruttezza, volta a soddisfare il bisogno di “emozioni forti” della società postmoderna tecnoliquida. Il kitsch, il camp e il gusto dell’horribilis rappresentano le prevalenti dimensioni estetiche che soddisfano alcuni dei bisogni dell’uomo postmoderno. è in questo contesto estetico, narcisistico (kitsch), ambiguo (camp) ed emotivo (horribilis) che crescono i bambini e gli adolescenti immersi nella tecnoliquidità.

 

            Nonostante tutto ciò l’esperienza estetica rimane comunque una manifestazione dell’essere umano e proprio grazie ad essa la bellezza potrebbe essere, insieme alla spiritualità, vettore del superamento del paradigma della tecnoliquidità. Come è noto, Dostoevskij fa esclamare al protagonista dell’Idiota la famosa frase: «la bellezza salverà il mondo!»[11] e noi potremmo con lui augurarci che essa possa salvare i nativi digitali. Ma quale bellezza e soprattutto quale estetica? Quella kitsch, camp o quella horribilis sempre più diffuse nella tecnoliquidità? La bellezza è da sempre di per sé un concetto complesso e problematico, nel romanzo i Fratelli Karamàzov, uno dei protagonisti, Dmitrij, non può fare a meno di osservare che la «bellezza è una cosa spaventosa e terribile, spaventosa perché non è definita …», ed è proprio qui, nella bellezza terribile e paurosa, misteriosa e indecifrabile, «che il diavolo combatte con Dio e il campo di battaglia è il cuore dell’uomo»[12].

            L’estetica tecnoliquida esprime oggi a pieno il declino della bellezza, trasformata in spettacolo e consumata secondo modalità tecnocannibaliche, ridotta ad una esperienza autoreferenziale e ornamentale.

            In realtà esperire il bello richiede risorse: risorse emotive, cognitive, simboliche e persino spirituali. E allora quale bellezza salverà il mondo? A quale bellezza dobbiamo educare i nativi digitali? Ciò che è importante recuperare, dinanzi al mutismo spettrale delle forme artistiche tecnoliquide, è la dimensione etica e al tempo stesso enigmatica della bellezza, sia di quella naturale che di quella artistica. Le grottesche forme del kitsch, del camp e dell’horribilis possono essere superate dalla bellezza considerata come uno dei modi trascendentali in cui l’essere si esprime. Il compito della proposta spetta ad adulti coraggiosi, che siano in grado di recuperare l’immenso patrimonio di bellezza che il creato e l’arte hanno prodotto nei secoli. Ma soprattutto occorre ritrovare il coraggio di proporre alle generazioni digitali la “ricerca” della bellezza e di svelarne il tesoro simbolico, oltre che percettivo, in essa contenuto. Se alla digital mind dei bambini e degli adolescenti sarà concesso di “esperire” il bello, allora essa potrà “vedere l’invisibile”, come è stato detto in modo efficace a proposito dell’opera di Kandisky[13] e come potremmo dire noi a proposito di ogni autentica bellezza: cioè sarà possibile rimandare ad un “oltre” capace di restituire l’umanità ad ogni forma di digital mind.

In conclusione

            Molti sono stupiti dagli hikikomori, giovani giapponesi che si chiudono in una stanza e decidono di non uscirne più, catturati da una irresistibile tecnologia. Le forme di dipendenza dalla tecnologia forse sono la patologia più insidiosa della multimedialità: Internet, il computer, il tablet, lo smartphone, i video game, e nulla più, il resto non esiste per questi nuovi reclusi sociali, la cui esistenza si annulla nello schermo e nelle infinite cyberesperienze. Stiamo vorticosamente precipitando in una  “società incessante”, sempre attiva, sempre lì a digitare, a postare, a twittare, a condividere foto, parole e emozioni, senza differenze tra giorno e notte, tra feriale e festivo, tra casa e ufficio. Poco più di dieci anni fa presentai in un congresso di psichiatria a Roma i primi quattro casi italiani di dipendenza da Internet[14] nei quali amori e amicizie reali risultavano inesistenti, la vita di questi soggetti era stata assorbita in modo totale dal computer e da Internet. Queste prime osservazioni, arricchite da successivi contributi di molti ricercatori italiani, diedero vita a un vasto percorso di ricerca, che ha avuto come obiettivo l’esplorazione della mente umana proprio mentre iniziava una ineludibile e ancora imprevedibile mutazione antropologica, quella dei cosiddetti “nativi digitali”[15], i cittadini nati nel mondo tecnoliquido postmoderno.

            La “società incessante” è in fondo l’espressione della postmodernità tecnoliquida, che è caratterizzata, infatti dall’abbraccio ineludibile tra il mondo liquido, così come annunciato da Zygmunt Bauman[16], e la rivoluzione digitale, così come proposta da Steve Jobs e dai tanti profeti della rivoluzione digitale. In definitiva la rivoluzione digitale e la virtualizzazione della realtà intercettano, esaltano e plasmano alcune caratteristiche dell’uomo liquido: il narcisismo, la velocità, l’ambiguità, la ricerca di emozioni e il bisogno di infinite relazioni light. Tuttavia la caratteristica fondamentale della socialità tecnoliquida consiste nella pervasiva tecnomediazione della relazione. Queste osservazioni confermano che la virtualizzazione della relazione e la sua spiccata tecnomediazione eleggono una nuova forma di relazione: la connessione e tutto ciò non può non ricadere nei delicati ambiti dell’amicizia e dell’amore, definendo nuove forme dell’esperire e nuovi linguaggi dell’espressione sentimentale.

            Siamo già nella fase della “condivisione senza attrito”, che permetterà ai social network di inviare aggiornamenti di stato dell’utente ogni volta che guarderemo un video su YouTube o leggeremo notizie su un giornale on-line o scaricheremo una immagine, una canzone o altro: il nostro social network lo comunicherà automaticamente agli altri utenti, trasformati così in tanti amici, e questo senza mediazioni, senza elaborazioni introspettive dell’esperienza. I social network, abolendo ogni forma di distinzione tra privato e pubblico, hanno trasformato l’amicizia in una forma di “condivisione” aperta, dove siamo in costante e continua “rappresentazione” di noi stessi in una piattaforma globale.  

            In fondo, però, c’è la sensazione che la fine della società di massa e il transito nella tecnoliquidità postmoderna dovranno fare i conti con l’esasperazione della solitudine esistenziale dell’individuo e forse non sarà Facebook, né Twitter e neppure ogni altra forma di “socializzazione virtuale” a placare l’irriducibile bisogno di “incontro con l’altro-da-sé” che è proprio dell’uomo e della donna di ogni epoca: il bisogno di “incontro con l’altro” di persona, senza la mediazione di uno schermo digitale, è così prepotente e vitale che oltrepasserà il mondo tecnoliquido e restituirà all’amicizia e all’amore la loro potenza trasformatrice dell’esperire umano. C’è da chiedersi se non potrebbe essere proprio il recupero della dimensione spirituale ad accompagnare l’uomo postmoderno verso una nuova ultramodernità dell’umano, come ormai sostengono in molti. In piena epoca tecnoliquida l’amicizia e l’amore, nella loro autenticità, potranno sopravvivere ai “click” dei mouse e dei loro succedanei attraverso il recupero di dimensioni estetiche e spirituali rinnovate, capaci di restituire l’umanità all’essere umano.

 

*Tutte le immagini di questo articolo sono fotografie di viaggio di Carlo Mazzucchelli (Alaska, Mongolia)

 

 

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[1] Il testo qui presentato sviluppa alcune delle mie considerazioni esposte in diversi contributi scientifici e divulgativi prodotti negli ultimi anni, in particolare riprende le riflessioni contenute in Cantelmi 2012; Cantelmi 2013a; Cantelmi 2013b, e in particolare Cantelmi 2015 in “Linguaggi in rete conoscere, comprendere, comunicare nella web society”, F. Pagnotta (a cura di) Mondadori Education, Milano 2015.

[2] Vd. Musil 2013 (1930, 1933).

[3] Vd. Cantelmi-Barchiesi 2007.

[4] Vd. ad es. Cantelmi-Carpino 2005.

[5] Cfr. Cantelmi-Orlando 2005.

[6] Si tratta della problematica ampiamente studiata in ambito psicologico, sociologico ed economico del “sovraccarico di scelta”, choice overload, overchoice, espressione che indica un fenomeno proprio dei consumatori nella società postindustriale, introdotta da Alvin Toffler nel suo libro Future Shock (New York 1970).

[7] Vd. Bauman 2011; Cantelmi-Puggioni-Truzzi 2002.

[8] Vd. Cantelmi 2013a, 204-205. 

[9] Cfr. Cantelmi-Orlando 2005.

[10] Vd. Bauman 2006 (2003).

[11] Dostoevskij 2013 (1869), parte III, cap. 5.

[12] Dostoevskij 2014 (1880), libro III, cap. 3.

[13] Vd. Henry 1996 (1988).

[14] Vd. Cantemi-Del Miglio-Talli-D’Andrea 2000.

[15] Cfr. per la definizione di “nativi digitali” Prensky 2001, 1-6; Ferri 2011.

[16] Bauman 2011.

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