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Fronteggiare l’incertezza e la precarietà che l’universo tecnologico reca con sè

Fronteggiare l’incertezza e la precarietà che l’universo tecnologico reca con sè

29 Settembre 2017 Interviste sulla tecnologia
Interviste sulla tecnologia
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Che le nuove frontiere della tecnologia possano offrire un aiuto è indubbio, ma tra i benefici psico-fisici che esse apportano e la crescita della persona in quanto tale resta un “salto” che va al di là della dimensione tecnica e scientifica in quanto tali.

Una intervista con fr Daniele Aucone, frate domenicano, teologo e Promotore dei Mezzi di Comunicazione per la Provincia Romana.

"Da più di un secolo la filosofia pone al centro della propria analisi la tecnologia: ne ha studiato le espressioni, gli effetti, gli aspetti morali, economici, psicologici, ma non ne ha tuttavia individuato la più intima identità. La tecnologia, per la filosofia, è rimasta un enorme punto interrogativo al centro della storia, che copre con la sua ombra tutto il reale, ma che non intende rivelare la sua essenza. Fino a qui ci ha condotto il vento filosofico. Da qui sono sopraggiunte le “folate” teologiche." Andrea Vaccaro

Sei filosofo, sociologo, piscologo, teologo,  studioso della tecnologia o semplice cittadino consapevole e vuoi partecipare alla nostra iniziativa con un contributo di pensiero? .

Tutti sembrano concordare sul fatto che viviamo tempi interessanti, complessi e ricchi di cambiamenti. Molti associano il cambiamento alla tecnologia. Pochi riflettono su quanto in profondità la tecnologia stia trasformando il mondo, la realtà oggettiva e fattuale delle persone, nelle loro vesti di consumatori, cittadini, elettori e credenti. Sulla velocità di fuga e sulla volontà di potenza della tecnologia, sulla sua forza e continua evoluzione, negli ultimi anni sono stati scritti numerosi libri che propongono nuovi strumenti concettuali e cognitivi per conoscere meglio la tecnologia e/o suggeriscono una riflessione critica utile per un utilizzo diverso e più consapevole della tecnologia e per comprenderne meglio i suoi effetti sull'evoluzione futura del genere umano.

Su questi temi SoloTablet sta sviluppando da tempo una riflessione ampia e aperta, contribuendo alla più ampia discussione in corso. L'approccio è coinvolgere e intervistare autori, specialisti e studiosi che stanno contribuendo con il loro lavoro speculativo, di ricerca, professionale e di scrittura a questa discussione. Dopo aver rivolto l'interesse verso la cultura d'ispirazione laica, vogliamo allargare il dibattito, sempre con le stesse modalità, anche alla parte d'ispirazione cattolica.

Intervista condotta da Carlo Mazzucchelli  e Edoardo Mattei con fr Daniele Aucone, frate domenicano, teologo e Promotore dei Mezzi di Comunicazione per la Provincia Romana.

 

 [1] Buongiorno. Può raccontarci qualcosa di lei, della sua attività attuale, del suo interesse per le nuove tecnologie e per una riflessione sull'era tecnologica e dell'informazione che viviamo?

Come filosofo e teologo sono interessato soprattutto agli aspetti ontologici (come cambia lo sguardo sul mondo) e antropologici (in che modo la visione dell’uomo è messa in questione) della rivoluzione tecnologica e digitale che stiamo vivendo.

La conoscenza dapprima di Andrea Vaccaro, uno dei teologi più attivo in Italia su questi temi e con cui ho collaborato per alcuni anni alla Scuola di Formazione teologica a Pistoia e poi di Edoardo Mattei, informatico di professione ma attento alle questioni di confine tra tecnologia e altri saperi, l’interesse per la questione del transumanismo e la frequentazione ordinaria con applicazioni tecnologiche di vario genere che ciascuno nella sua esperienza di utente può avere, ha accresciuto la sensibilità per un ambito a cui precedentemente avevo dedicato minore attenzione.

 

[2] Secondo il filosofo pop del momento, Slavoj Žižek, viviamo tempi alla fine dei tempi. Quella del filosofo sloveno è una riflessione sulla società e sull'economia del terzo millennio ma può essere estesa anche alla tecnologia e alla sua volontà di potenza (il technium di Kevin Kelly nel suo libro Cosa vuole la tecnologia) che stanno trasformando il mondo, l'uomo, la percezione della realtà e l'evoluzione futura del genere umano. La trasformazione in atto obbliga tutti a riflettere sul fenomeno della pervasività e dell'uso diffuso di strumenti tecnologici ma anche sugli effetti della tecnologia. Qual è la sua visione attuale dell'era tecnologica che viviamo e che tipo di riflessione dovrebbe essere fatta, da parte dei filosofi, dei teologi e degli scienziati ma anche delle singole persone?

Una caratteristica della società complessa in cui ci muoviamo è quella di richiedere molto spesso un approccio interdisciplinare per la trattazione di temi che precedentemente erano affrontati in modo piuttosto isolato. La diffusione e l’utilizzo della tecnologia è un campo che coinvolge discipline che vanno dall’informatica all’antropologia (filosofica e culturale) dalla sociologia all’economia e alla filosofia.

A un livello critico-riflessivo trovo interessante la produzione di autori come Galimberti o Natoli (specialmente quest’ultimo) che insistono sulla necessità di governare la tecnica, di fronteggiare l’incertezza e la precarietà che l’universo tecnologico reca con sé per l’imprevedibilità dei suoi mutamenti, attraverso pratiche come il governo di sé e il darsi uno stile, intese come percorsi di edificazione interiore mediante cui ciascuno può arrivare a vivere un’esistenza serena e realizzata, attenta all’altro e al mondo che ci accoglie.

In tal senso tale riflessione post-heideggeriana e post-foucaultiana recupera diversi aspetti anche dell’etica classica, in particolare l’importanza delle virtù, quali pratiche di costruzione del sé che consentono una gestione sapiente delle passioni e degli affetti, e che diventano anche il primo passo per un agire responsabile verso di sé e verso gli altri. Il punto è se questa “etica del finito” che rimane volontariamente (e rigorosamente) chiusa in una immanenza radicale (paganesimo post-cristiano), possa davvero realizzare con le sue sole forze le sue aspirazioni, o se i suoi stessi obiettivi non dicano già apertura a una dimensione ulteriore.

Come ha notato a tal riguardo Jean-Luc Marion, finito e infinito sono dimensioni essenzialmente correlative e non si può parlare dell’una senza accennare (almeno indirettamente) anche all’altra, sicché un progetto di finitezza radicale finisce per avere un esito in se stesso aporetico.

 

[3] Viviamo immersi in un processo evolutivo che ha assimilato la tecnologia e ne subisce la volontà di potenza e la velocità di fuga. La tecnologia è diventata parte integrante e necessaria della vita di tutti i giorni. Non ne possiamo fare a meno anche se scarsa è forse la consapevolezza sugli strumenti usati e sui loro effetti. La tecnologia non è neutrale ma neppure cattiva. Molto dipende dall'uso consapevole e critico che ne viene fatto per conoscere se stessi e soddisfare i propri bisogni. La tecnologia non deve essere demonizzata ma neppure trasformata in una nuova religione. Ma questo è quanto sembra stia accadendo, evidenziando una nuova fuga dalla realtà e verso l'irrazionalità. Lei cosa ne pensa?

Il rischio di trasformare un’opportunità singolare e utile quale quella della  rivoluzione tecnologica in un idolo senz’altro esiste, anche se non si può dire che sia conseguenza immediata dell’uso abituale che ciascuno fa delle tecnologie.

Il ruolo di una riflessione critica (filosofica e teologica) deve essere proprio quello di aiutare a una maggiore consapevolezza circa le opportunità e i limiti che il Tecno-Evo (per così dire) reca con sé. Molto può fare anche il sistema educativo, dalla famiglia alla scuola, all’associazionismo nelle sue varie forme.

 

[4] Secondo molti la pervasività degli strumenti tecnologici e il tempo crescente ad essi dedicato sta mettendo in crisi la pratica religiosa così come la spiritualità. La tecnologia sembra fare miracoli come quelli raccontati nei Vangeli (guarisce storpi, ciechi, mani paralizzate...) e di realizzare l'epoca messianica di felicità e benessere. La tecnologia è vista come un Sacramento, uno strumento che Dio offre all'uomo ma al contempo è anche un progresso totalmente umano (Techgnosis e New Age).  Se grazie alla tecnologia si possono realizzare le stesse opere divine perché continuare a credere?

Se si dà uno sguardo ai racconti di “guarigione” contenuti nei Vangeli, si nota che l’azione taumaturgica di Gesù non mira mai solo alla restituzione di un’integrità psico-fisica alla persona che egli incontra. Più profondamente il “malato” viene guarito da una condizione di esclusione e di emarginazione sociale (lebbra, handicap fisico, dominazione di potenze del male) e reintegrato pienamente nel suo ambiente di riferimento. La persona diviene in grado di riprendere in mano la propria esistenza e di diventarne non più “oggetto”, ma “soggetto”, protagonista attivo e consapevole. Si tratta in altre parole di una salvezza e di una guarigione integrali, e ciò in conformità al concetto biblico di salvezza, che non conosce riferimenti “settoriali” (salvezza solo dell’anima, guarigione solo del corpo,ecc.), ma abbraccia la totalità della persona.

Che l’utilizzo della tecnologia a scopo terapeutico riesca ad avere lo stesso tipo di impatto è alquanto dubbio: oltre ad essere ancora ad appannaggio di pochi per motivi economici, è soprattutto il riflesso sulla vita globale della persona che sembra essere diverso. Le guarigioni operate da Gesù creano  delle nuove capacità interne alla persona, una “nuova interiorità” che  apre al beneficiario una dimensione di maggiore pienezza dell’humanum: il guarito appare ora più consapevole dei propri limiti e della propria vulnerabilità; diviene in grado di ringraziare e di lodare per il beneficio ricevuto; è capace di relazioni di fiducia e di affidamento grazie al dono elargito. Che le nuove frontiere della tecnologia possano offrire un aiuto in tale direzione è indubbio, ma tra i benefici psico-fisici che esse apportano e la crescita della persona in quanto tale resta un “salto” che va al di là della dimensione tecnica e scientifica in quanto tali.

 

 

[5] Nell'evoluzione attuale gli esseri umani sembrano delegare alla tecnologia porzioni importanti delle loro vite o usarla come efficace farmaco antidepressivo. Alla ricerca di benessere, felicità e potere, gli umani sembrano impegnati in un continuo cambiamento che potrebbe determinare la sparizione della loro caratteristica umana. Grazie ai nostri dispositivi tecnologici ci sentiamo tutti un po' superuomini ma la percezione che la tecnologia stia prendendo il sopravvento genera ansia, panico e infelicità. Forse per questo si preferisce vivere nel presente continuo rinunciando a sondare il futuro.  Lei cosa ne pensa? la tecnologia sta cambiano il concetto di "legge di natura"? Siamo davanti ad un "reincanto tecnologico" come pensava il filosofo Michel Maffesoli?

Che la tecnologia sposti in avanti le frontiere di ciò che è possibile e realizzabile e che l’uomo provi giusto compiacimento per i traguardi raggiunti rientra nella natura stessa dell’essere umano quale creatura razionale e homo technologicus, capace di adattare l’ambiente ai propri bisogni.

Allo stesso tempo però la rincorsa degli standards più efficienti e competitivi dal punto di vista delle prestazioni, delle performances più adeguate dal punto di vista di parametri quantitativi, genera anche un effetto di frustrazione e di tristezza per chi non può raggiungere quegli obiettivi o resta ancora escluso dall’accesso ai benefici che la tecnoscienza mette a disposizione.

Horkheimer e Adorno hanno parlato di «dialettica dell’Illuminismo» per indicare questo paradossale epilogo di rovesciamento che il progetto moderno, pur nato come sogno di emancipazione e di libertà, produce a favore di nuove forme di assoggettamento e di schiavitù. Ed è una notazione che può valere anche per le conquiste della tecnologia e del digitale, che in fondo di quel progetto sono una prosecuzione. Il problema non sta nel progresso o nelle realizzazioni scientifiche in sé, ma nel fatto che non sempre queste conquiste sono accompagnate da una altrettale crescita dell’umanità dal punto di vista della responsabilità e della maturità etica.

Nell’enciclica Caritas in veritate del 2009 Benedetto XVI ha distinto molto adeguatamente il « progredire solo da un punto di vista economico e tecnologico» dallo «sviluppo umano integrale» (già la scelta di due diversi termini per designare i fenomeni è indicativa), che riguarda la persona nella sua globalità. Mentre nel primo caso si dà effettivamente un progresso continuo per accumulo di conoscenze, nel secondo si tratta piuttosto di un compito e una vocazione a cui rispondere continuamente in  maniera rinnovata nel corso della vicenda personale e collettiva.

 

[6] La tecnologia è diventata la nuova religione del XXI secolo e i Signori del Silicio (Google, Facebook, Amazon, Microsoft e Apple) ne sono i suoi profeti. Lo sostiene anche Noah Harari autore di Homo Deus quando scrive che "la tecnologia definisce lo scopo e i limiti delle nostre visioni religiose, come un cameriere stabilisce le opzioni di scelta dei nostri appetiti". Le nuove tecnologie stanno uccidendo i vecchi Dei facendone nascere di nuovi. Le religioni storiche, dal cristianesimo all'induismo, per anni hanno fornito risposte a domande importanti per l'essere umano. Oggi hanno difficoltà a rispondere alle numerose domande che la tecnologia pone: intelligenza artificiale e lavoro, politica e crescenti disuguaglianze, biotecnologie, ricerca dell'immortalità, ecc. La religione ha esaurito le proprie risposte o ha ancora un'antropologia per l'uomo tecnologico, disincantato e più istruito rispetto al passato?

Affrontare il tema di come ciascuna delle grandi tradizioni reliogiose stia affrontando la sfida tecnologica credo richiederebbe un discorso articolato, perché molto diversificato è il rapporto che ciascuna di essa intrattiene con la modernità, di cui il Tecno-Evo attuale può considerarsi un’appendice.

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In linea generale direi che l’individualismo postmoderno costituisce per ciascuna di esse da un lato un fattore di crisi perché indebolisce in generale gli organismi collettivi e i fenomeni sociali-istituzionali (partiti politici, sindacati, scuole, associazioni, ecc.) a favore di uno sbilanciamento sul singolo considerato quasi come una monade autoreferenziale e senza rapporti; dall’altro anche un’opportunità perché le religioni continuano a offrire delle “riserve” di orizzonte e di senso per i singoli e per le comunità in ordine al proprio agire individuale e comune, laddove la politica,spesso ridotta a mera amministrazione tecnica dell’esistente, non riesce a offrire altrettali motivazioni.

Per quanto riguarda il cristianesimo, mi sembra che esso stia rispondendo con tutte le sue confessioni (cattolica, luterana, riformata, ortodossa, anglicana) alla sfida tecnologica con una riflessione che riguarda sia l’uso della tecnica in generale, sia i temi etici legati all’utilizzo delle biotecnologie (fecondazione artificiale, etica del fine vita, utilizzo delle neuroscienze), sia la questione della cura dell’ambiente e del creato, dando anche una bella testimonianza ecumenica in tali ambiti (penso ad esempio all’enciclica Laudato sii di papa Francesco presentata tra gli altri dal teologo ortodosso e arcivescovo metropolita di Pergamo Zizioulas).

Per quanto riguarda in particolare la Chiesa cattolica il suo rapporto con la tecnologia non si limita all’ambito riflessivo-scientifico, ma anche all’ambito di diffusione e conoscenza del suo contributo attraverso strumenti e media che hanno lo scopo di divulgare quanto prodotto a livello di produzione teologica e accademica. Penso ad esempio a un portale gratuito come la retesicomoro sostenuto da varie istituzioni e Facoltà teologiche della Chiesa italiana, e che mette a disposizione degli utenti contributi che vanno dal materiale biblico-omiletico ad approfondimenti su temi teologici ed ecclesiali, a presentazione di siti e luoghi di interesse nel campo della spiritualità cristiana, o a tanti altri siti che rendono più fruibile e conoscibile il patrimonio dottrinale-liturgico e spirituale della fede cristiana.

 

[7] Se la tecnologia promette di realizzare il regno di Dio sulla Terra e sembra trovare ogni giorno nuovi proseliti e fedeli, significa che si stanno realizzando le promesse del Regno di Dio sulla Terra? Al contrario, se la tecnologia fosse un dono prometeico? Qual è il rapporto fra tecnologia e provvidenza?

In quanto espressione della capacità tecnica e inventiva della ragione umana la tecnologia è senz’altro un elemento che rientra nel piano salvifico divino (Provvidenza) e nel suo governo ordinario del mondo, che, come ha illustrato magistralmente Tommaso d’Aquino otto secoli fa, non elimina il concorso delle cause naturali e seconde, ma al contrario lo promuove e lo sorregge.

Peraltro se la modernità ha trasformato (come ha ben mostrato Löwith nel suo saggio sulla filosofia della storia) la fede nella Provvidenza divina nella fiducia nel progresso e nell’avvenire, nello scenario attuale in cui la modernità si fa riflessiva e rivede tanti propri modelli, varrebbe forse anche la pena provare a imboccare il percorso inverso (dal progresso alla Provvidenza) per mostrare come una comprensione adeguata del governo divino del mondo sul piano teologico-riflessivo, non escluda affatto né una visione evolutiva dell’universo, né la contingenza e la fallibilità delle cause naturali e mondane coinvolte.

Ci ha pensato Emmanuel Durand, domenicano della Provincia di Francia attualmente docente all’Istituto domenicano di Ottawa, che ha posto al centro della sua attenzione più recente il tema della Provvidenza e dell’azione divina, con una riflessione ispirata a Tommaso e ai migliori contributi della filosofia dell’azione del secolo scorso (fenomenologia, esistenzialismo, personalismo) e dell’ermeneutica biblica contemporanea. Ma questo è in effetti un capitolo della mia Tesi di dottorato, che spero peraltro di discutere al più presto...  

 

[8] Grazie alla tecnologia gli esseri umani vedono la loro vita terrena facilitata, esentata dalle fatiche, semplificata, automatizzata, velocizzata, liberata ma anche potenziata (salute, economia, relazioni, ecc.). Una vita terrena percepita più felice sembra però allontanare dall'intimità e dalla profondità religiosa e spirituale, portando a privilegiare la superficialità e l'esteriorità. In che modo la tecnologia e/o una interazione diversa con essa potrebbero facilitare una vita più intima, più profonda, più spirituale e religiosa?  Può la tecnologia essere veicolo di nuove forme di fede e strumento di spiritualità per trascendere l'esistente e prepararsi mondo che verrà?

Il progresso tecnologico rende possibili sul piano tecnico-scientifico molti traguardi che solo pochi decenni fa sembravano irrealizzabili: si pensi al campo medico,a quello dei trasporti e comunicazioni, alle stesse scoperte sul piano biologico e astrofisico.

Certamente il rendere la vita continuamente più comoda e confortevole può favorire una fuga nella superficialità ed esteriorità e una minore attitudine ad atteggiamenti come il disinteresse, il dono di sé, la capacità di affrontare le avversità, che un tempo trovavano maggiore sostegno nell’assetto socio-culturale complessivo della società. Tuttavia le domande di senso profonde dell’essere umano restano immutate ed è illusorio pensare che possano ricevere risposta solo dalle acquisizioni umane.

E’ interessante che un pensatore come Wittgenstein (che un po' di frequentazione con le scienze empiriche l’aveva avuta, lui che era stato ingegnere e logico di formazione…) sottolineasse volentieri che «Noi sentiamo che, persino nell’ipotesi che tutte le possibili domande scientifiche abbiano avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono neppure sfiorati», mentre Benedetto XVI dal canto suo ha ricordato che non è la scienza che redime l’uomo, ma l’amore.

Da questo punto di vista la tecnologia e la rivoluzione digitale mettono a disposizioni delle grandi tradizioni religiose tanti strumenti di cui esse stesse si servono per far conoscere se stesse e il proprio patrimonio spirituale e dottrinale. Pensiamo a tutti i testi sacri (Bibbia, Corano, Veda, insegnamenti di Buddha, Tao) disponibili gratis on-line o ai tanti siti di organizzazioni o enti che afferiscono a una di queste grandi tradizioni. Noi stessi come frati domenicani del Centro-Italia abbiamo un nostro sito web (www.dominicanes.it) in cui è possibile conoscere qualcosa della vita  domenicana e in cui condividiamo le iniziative e le attività che svolgiamo. Spesso i primi contatti per giovani anche interessati a un approfondimento della conoscenza del carisma di s. Domenico e del suo Ordine nascono proprio da lì.

 

 

[9] Miliardi di persone sono oggi dotate di smartphone usati come protesi tecnologiche, di display magnetici capaci di restringere la visuale dell'occhio umano rendendola falsamente aumentata, di applicazioni in grado di regalare esperienze virtuali e parallele di tipo digitale. In questa realtà ciò che manca è una riflessione su quanto la tecnologia stia cambiando la vita delle persone (High Tech High Touch di Naisbitt) ma soprattutto su quali siano gli effetti e quali possano esserne le conseguenze.  Il primo effetto è che stanno cambiando i concetti stessi con cui analizziamo e cerchiamo di comprendere la realtà. La tecnologia non è più neutrale, sta riscrivendo il mondo intero e il cervello stesso delle persone. Lo sta facendo attraverso il potere dei produttori tecnologici e la tacita complicità degli utenti/consumatori. Come stanno cambiando secondo lei i concetti che usiamo per interagire e comprendere la realtà tecnologica? Ritiene anche lei che la tecnologia non sia più neutrale?

L’ambito antropologico è senz’altro uno di quelli in cui le applicazioni tecnologiche stanno mettendo profondamente in questione il concetto stesso di humanum, spingendo così a una riflessione (filosofica e teologica) su cosa voglia dire e implichi “essere uomo”. Penso in modo particolare al progetto transumanista dello Human enhancement e di superare la specie umana in direzione di una Humanitas+ il cui prototipo è un organismo post-umano, un cyborg, misto di uomo e macchina.

Natasha Vita-More (nome d’arte di Nancie Clark, moglie del noto filosofo transumanista Max More) ha realizzato il disegno di questo “Primo Posthuman”, prototipo transumano, che prevede molte funzioni e capacità tipiche di una macchina (dalla rigenerabilità delle riserve energetiche alla possibilità di immaganizzare e smaltire le scorie organiche in maniera differenziata). Di fronte a tutto ciò non è possibile non domandarsi che cosa sia realmente l’umano e se esso non implichi anche dimensioni come quella della fallibilità, della vulnerabilità e della misericordia, che rischiano di restare escluse da tale visione scientista e iper-tecnicista.

 

[10] Secondo il filosofo francese Alain Badiou ciò che interessa non è tanto quel che è (chi siamo!) ma quel che viene. Con lo sguardo rivolto alla tecnologia e alla sua evoluzione, quali sono secondo lei quali indicazioni e quale riflessioni dovrebbe fare la Chiesa per sviluppare un Magistero capace di dare risposte di senso anche per il futuro?

Mi sembra che il Magistero della Chiesa sia molto attento alla questione antropologica, che è quella che coinvolge un po' tutti i temi che abbiamo discusso in questo dialogo (tutti infatti sono temi che interessano l’uomo) e in cui si colloca anche il rinnovato annuncio della fede come orizzonte capace di dischiudere un percorso di vita bella, buona e ricca di senso, secondo lo stile di Gesù e del Vangelo.

Collegata alla questione antropologica è anche la sfida educativa (Benedetto XVI in una splendida lettera al clero e alla città di Roma del 2008 parlò a tal proposito di «emergenza educativa») che rappresenta la vera cinghia di trasmissione della sua fede e del suo messaggio nella vita  delle persone del mondo di oggi (pensiamo alla catechesi ordinaria nelle famiglie, nelle parrocchie, nelle associazioni) e senza la quale molto della sua esperienza e del suo contenuto resterebbero confinati in ambiti troppo ristretti (e fondamentalmente clericali).

 

 

[11] Secondo alcuni, tecnofobi, tecno-pessimisti e tecno-luddisti, il futuro della tecnologia sarà distopico, dominato dalle macchine, dalla singolarità di Kurzweil (la via di fuga della tecnologia) e da un Matrix nel quale saranno introvabili persino le pillole rosse che hanno permesso a Neo di prendere coscienza della realtà artificiale nella quale era imprigionato. Per altri, tecnofili, tecno-entusiasti e tecno-maniaci, il futuro sarà ricco di opportunità e nuove utopie/etopie. A quali di queste categorie pensa di appartenere e qual è la sua visione del futuro tecnologico che ci aspetta? E se la posizione da assumere fosse semplicemente quelle tecno-critica o tecno-cinica? E se a contare davvero fosse solo una maggiore consapevolezza diffusa nell'utilizzo della tecnologia?

Il dibattito sulla tecnologia e sul suo utilizzo richiama quello sulla modernità in generale, in cui si fronteggiano la posizione dei detrattori, degli entusiasti e degli scettici. Si tratta soprattutto di ricordare che la tecnologia ha una missione essenzialmente di servizio dell’umano e della nostra casa comune per rendere la vita umana più conforme alla sua dignità e vocazione.

Se il progetto tecnologico diviene riedizione di uno dei tanti progetti utopici (già moderni) di realizzazione di un Regno di Dio terreno o di costruzione di una nuova specie “dopo” o “al di là” dell’humanum che è comune,  rischia di venir meno alla sua stessa vocazione e di trasformarsi in un’ennesima “gabbia d’acciaio” (per dirla con Weber), magari più sottile di quelle sperimentate nel secolo scorso, ma non meno invadente e oppressiva.

 

[12] Una delle studiose più attente al fenomeno della tecnologia è Sherry Turkle. Nei suoi libri Insieme ma soli e nell'ultimo La conversazione necessaria, la Turkle ha analizzato il fenomeno dei social network arrivando alla conclusione che, avendo sacrificato la conversazione umana alle tecnologie digitali, il dialogo stia perdendo la sua forza e si stia perdendo la capacità di sopportare solitudine e inquietudini ma anche di concentrarsi, riflettere e operare per il proprio benessere psichico e cognitivo. Lei come guarda al fenomeno dei social network e alle pratiche, anche compulsive, che in essi si manifestano? Se la fede è principalmente la relazione con una persona (Dio), come cambia nell'interazione con Dio e con gli uomini in questa realtà sempre più mediata da dispositivi tecnologici?

Dopo la globalizzazione economica, che a partire dalla caduta del Muro di Berlino nel 1989 ha avviato un processo di interdipendenza planetaria senza precedenti nella storia dell’umanità, la rivoluzione informatica e digitale ha favorito e accelerato ulteriormente questo percorso di abbattimento delle distanze, creando una possibilità di interconnessione che supera barriere etniche, culturali e politiche. Si tratta di un’opportunità unica di avvicinamento tra i popoli sul piano delle condizioni materiali, che va salutata senz’altro come un “segno dei tempi” dell’era che viviamo.

Tuttavia il desiderio di un incontro profondo, di un dialogo interpersonale che tocchi le corde più vitali dell’esistenza umana, di trovare un volto e uno sguardo in cui una persona sia accolta nel mistero della sua unicità, non sembra poter trovare risposta nella tecnologia e nei mezzi di connessione che essa rende disponibili. Non è un caso che il noto sociologo Zygmunt Bauman da poco scomparso, parlasse in uno dei suoi ultimi libri di «solitari interconnessi» per indicare questa condizione di solitudine condivisa dei cittadini globali nell’universo tecno-digitale e che Benedetto XVI nella Caritas in veritate sottolineasse che la società globalizzata «ci rende vicini ma non ci rende fratelli», espressione poi ripresa anche da papa Francesco nei suoi discorsi sull’educazione e sulla scuola.

A volte anche dal punto di vista dell’annuncio cristiano e della predicazione ordinaria, la presentazione di un Dio distante, lontano dalla quotidianità e dalla concretezza dell’esistenza delle sue creature, può aver contribuito a rafforzare l’idea (fondamentalmente gnostica) di una divinità eterea ed evanescente. A tal riguardo mi sembra che l’intuizione di Slavoj Žižek di far leva sulla dimensione realistica del cristianesimo e sulla sua attenzione per la materialità e la concretezza dell’esistenza umana (sia pure in un’ottica di materialismo e di non credenza dichiarate), sulla sua “verità ossuta” (per dirla con Isabella Guanzini) nei confronti della crescente smaterializzazione del reale ad opera del cyber-spazio,sia sostanzialmente feconda: per il cristiano il volto di Dio passa attraverso lo sguardo e le parole di Gesù di Nazaret, a partire dai suoi incontri e relazioni interpersonali, così come sono descritte nei Vangeli.

Solo questo Dio capace di coinvolgersi nella vicenda umana, di incontrare e di far spazio nella sua stessa carne alla sua creatura, può offrire una risposta adeguata al rischio di dissoluzione della realtà e di spersonalizzazione dell’universo tecno-digitale. Anche s. Domenico sarebbe d’accordo, lui che ha fondato il suo Ordine a contatto con l’eresia catara (una forma di gnosticismo medievale diffuso nel sud della  Francia) e in particolare dopo una notte di dialogo interpersonale e teologico con uno degli adepti di tale dottrina in un’osteria (sic) del Tolosano...

 

[13] Vuole aggiungere altro per i lettori di SoloTablet, ad esempio qualche suggerimento di lettura? Vuole suggerire dei temi che potrebbero essere approfonditi in attività future? Cosa suggerisce per condividere e far conoscere l'iniziativa nella quale anche lei è stato/a coinvolto/a?

Ringrazio SoloTablet per l’opportunità di condividere alcune riflessioni al confine tra filosofia,antropologia e teologia.

Trovo interessante che un sito di ambito essenzialmente tecnologico si allarghi a temi che si collocano all’intersezione tra varie discipline.

Del resto la complessità sociale in cui viviamo richiede necessariamente un approccio interdisciplinare su molti temi, come ha ben mostrato Edgar Morin nell’arco della sua ricerca.

Alcuni autori o testi che ho citato possono già costituire uno spunto per un primo approfondimento, magari speriamo di riprendere la conversazione con voi e con i lettori in qualche altra occasione.

 

[14] Cosa pensa del progetto SoloTablet e delle sue iniziative finalizzate  una riflessione condivisa sulla Tecnologia? Ci piacerebbe avere dei suggerimenti per migliorarlo e arricchirlo con nuove iniziative!

Coinvolgere persone di vari ambiti per raccogliere prospettive diverse sulla tecnologia e sul suo utilizzo potrebbe essere un bel servizio di informazione e di scambio, mostrando come nessuna questione sia “un’isola” e lasciando naturalmente ai lettori la libertà di cercare ulteriori approfondimenti e di maturare la propria idea riguardo ai temi trattati.

Messaggio rivolto al lettore: non siamo nati per leggere, si impara nel tempo a farlo ricavandone gioia, intuizioni, dolore, saggezza e molto altro. Se sei arrivato fin qui significa che hai imparato a leggere e sai anche andare oltre il testo pensando con la tua testa. Perchè non ci dici cosa ne pensi condividendo un tuo commento?

 

* Tutte le immagini di questo articolo sono scatti di viaggio di Carlo Mazzucchelli (Paesi Baltici)

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