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La comunicazione virtuale: significativi mezzi di possibile, quasi certa disconferma

La comunicazione virtuale: significativi mezzi di possibile, quasi certa disconferma

11 Agosto 2017 Redazione SoloTablet
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Da qualche anno, le interazioni umane sembrano affette da una sorta di male degli occhi bassi. Contesti sociali che un tempo, neanche troppo lontano, venivano sentiti, considerati e vissuti come momenti insieme, appunto, diventano sempre più una realtà strapazzata dalle modalità tipiche del virtuale.

Hai Facebook? No. ! WhatsApp? No. ! Instagram? No. Telegram? No niente, però se vuoi sono proprio qui di fronte a te. - Schulz

Proponiamo una intervista con Anna Maria Palma co-autrice insieme a Lorenzo Canuti, del libro La gentilezza che cambia le relazioni. Linfe vitali per arrivare al cuore pubblicato in Italia da FrancoAngeli Editore


 

Il libro di cui è co-autrice parla di comunicazione ma anche di macchine, velocità, educazione, buone maniere e gentilezza. Ci può illustrare in che modo essere gentili possa aiutare a stare meglio con sè stessi  e a comunicare meglio?

Lavorare allo sviluppo delle competenze comunicative significa ampliare la gamma di comportamenti disponibili ed esercitabili da una persona in un contesto sociale. Per far questo è auspicabile sviluppare un atteggiamento di gentilezza nei propri confronti così da accogliere tutto ciò che può essere percepito, a qualche livello, come errore e facilitarne il ricollocamento come apprendimento.

Entrare in un contesto sociale può facilitare la percezione dei propri gap, dei propri limiti ma anche delle proprie potenzialità, del proprio talento comunicativo. Un momento di imbarazzo in cui parlare diventa difficile, un passo in avanti che rivela tutta l’incertezza di un momento, una stretta di mano su cui si indugia, e così via in una ricchezza di panorami comportamentali, emotivi, relazionali che fanno delle interazioni umane un campo di preziose potenzialità evolutive personali, professionali e sociali.

 

Le nuove tecnologie hanno cambiato la comunicazione e le interazioni umane. Lei cosa ne pensa?

Da qualche anno, le interazioni umane sembrano affette da una sorta di male degli occhi bassi. Contesti sociali che un tempo, neanche troppo lontano, venivano sentiti, considerati e vissuti come momenti insieme, appunto, diventano sempre più una realtà strapazzata dalle modalità tipiche del virtuale.

La colazione della domenica con gli amici al bar, la riunione di staff con i propri collaboratori o l’attesa di un autobus di linea, sono istantanee di vita quotidiana in cui la comunicazione virtuale sembra aver letteralmente piegato alle sue modalità, la testa, gli occhi, la schiena e forse anche qualche pezzetto di cervello delle persone.

Sms, mail, WhatsApp, notifiche da Facebook e Twitter, una mole numericamente ingente di comunicazioni che, poco educatamente, entrano nella nostra vita, reclamano attenzione e ci trascinano in una dimensione, che, letteralmente, non è lì con noi.

A questo proposito, Manfred Spitzer, nel suo interessante e discusso libro Demenza digitale, evidenzia che lo sviluppo di skills sociali e delle regioni cerebrali corrispondenti segue l’esperienza reale della persona nel mondo. Così l’ispessimento della corteccia cerebrale, che, in un insieme di processi estremamente complessi, rappresentano il correlato biologico di un’acquisizione di competenze, non è sensibile, o almeno manifesta una minore sensibilità, alle interazioni virtuali. Su Facebook, per mail o tramite sms sembra proprio che non sia possibile acquisire competenze di natura sociale.

 

Se ho capito bene sta sostenendo che le nuove tecnologie stanno modificando non soltanto comportamenti e abitudini ma anche il nostro cervello?

Il cervello, nelle sue modalità naturali, sembra comportarsi con una cortesia e una gentilezza nei confronti della realtà che noi, umani digitali, abbiamo sostituito con un multitasking relazionale che tratta con poca attenzione le persone e ne danneggia conseguentemente qualsiasi forma di collaborazione.

La comunicazione online non considera fra le sue priorità di espressione le componenti più significative di una relazione, ovvero quelle che orbitano nella dimensione affettiva, che rispondono a bisogni e desideri tipicamente umani. Cortesia e gentilezza vengono troppo spesso considerate inutili orpelli o manierismi di forma che fanno perdere tempo.

Le parole, in chat o in mail, sfrecciano rapide andando al sodo, trascurando ogni gentilezza che investe sul tu e sul noi, e rendendo così difficile l’edificazione di relazioni di autentica fiducia. Il perseguimento di obiettivi a lungo termine, e quindi anche la costruzione di relazioni solide, capaci di coinvolgere le persone e di creare “senso”, scivola così sul terreno della scortesia, dell’abitudine alla distrazione e della fretta che la comunicazione virtuale tende a stimolare e ad allenare nelle persone.

 

La pervasività dei nuovi strumenti tecnologici non è solo frutto della potenza della tecnologia ma anche della grande disponibilità ad accoglierli da parte di moltitudini di persone. Lei cosa ne pensa?

Caratterizzati dalla loro velocità, molti strumenti comunicativi digitali, promuovono modalità di interagire estremamente ricche di possibilità (immagini, audio, video, documenti…), ma povere di spessore relazionale.

La gentilezza, che si esplicita anche in comportamenti accoglienti che valorizzano l’altro e tutto ciò di cui è portatore (frasi, domande, video, documenti …) incontra in questi strumenti una modalità che non cerca la persona ma la notizia e la diffusione virale di contenuti ad alto livello di masticabilità e sputabilità. Tutto il resto così diviene accessorio, diventa noia.

 

Grazie alla tecnologia è aumentata in modo esponenziale la possibilità di connettersi, interagire e comunicare. Ma forse al tempo stesso si è persa la capacità di dialogare, conversare e relazionarsi. Lei cosa ne pensa?

La comunicazione virtuale è un’invenzione e come tale può anche essere reinventata nelle sue modalità ma occorre prenderne coscienza ed agire in modo risoluto. Quali atteggiamenti e comportamenti di interazione verso l’amico, il collega o il familiare stiamo allenando con la nostre comunicazioni virtuali?

Quali possono essere le accortezze capaci di fare la differenza, di far sì che il virtuale diventi un fattore potenziante della comunicazione e non un diluente artificiale che inquina la qualità della relazione fra due o più persone?

La possibilità di esistere con gentilezza può facilitare nel prendere una distanza dall’abitudine alla fretta, alla distrazione, alla superficialità come vera e propria attività di vita, e riportare all’accorgersi.

Accorgersi che il destinatario della mail è proprio quella persona.

Accorgersi che scriverle è entrare in un contesto sociale in cui l’altro non può essere toccato sulla spalla ma esiste, anche se al di là di uno schermo.

Accorgersi che la percezione della realtà virtuale ha bisogno di un’attenzione particolare, dedicata e più sottile di quella solitamente utilizzata nella realtà ordinaria, “toccabile”.

Accorgersi che l’ingente quantitativo di tempo investito in comunicazione virtuale trasforma prima di tutto noi stessi in quelle modalità gentili o meno gentili che pratichiamo ogni giorno, ad ogni messaggio in entrata e in uscita.

Accorgersi che la comunicazione è lo strumento con cui si costruiscono le relazioni e che una scarsa qualità comunicativa porterà con il tempo a relazioni della medesima qualità.

 

Qual è la possibile via di uscita? Ci sono prospettive nuove su cui le persone potrebbero impegnarsi per dare valore alla comunicazione, sia essa umana o virtuale?

Occorre: entrare in una prospettiva in cui allenarsi a sentire l’altro, anche e soprattutto quando l’altro non c’è, quando sembra essere solo una piccola foto su WhatsApp o un indirizzo di posta elettronica; considerarne i bisogni, i desideri, le parole, le loro sfumature percettive, il momento in cui si scrive o si risponde; tornare così alla sperimentazione dell’altro, alla considerazione che “di là” c’è una persona, alla pratica di una gentilezza capace di rimettere insieme soggetto e oggetto della comunicazione; lavorare a una pratica in cui esista a dosi crescenti un proprio io che comunica con un proprio tu.

Nel tentativo di rendere tutto questo possibile, si parla allora di Netiquette, il galateo in rete, per far sì che tutta la funzionalità e l’utilità che lo sviluppo della tecnologia ha portato nelle nostre vite, personali e professionali, non vengano inficiate dall’abuso o dal cattivo uso della stessa. Così che la persona possa ricordare e accorgersi che ogni strumento, dal più conosciuto telefono, seppure in forma di cellulare con tutti i rischi disconfermanti che esso porta con sé, alla mail, alla più moderna chat, sono e rimangono strumenti di comunicazione e di relazione fra persone e richiedono non la stessa cura di ogni altra forma di interazione, ma maggiore e deliberata attenzione per non farli diventare strumenti attivi di ogni tipo di disfunzionalità relazionale.

 

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