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IL PROFESSIONISTA INTELLETTUALE NELL’ ECONOMIA DELLA CONOSCENZA

IL PROFESSIONISTA INTELLETTUALE NELL’ ECONOMIA DELLA CONOSCENZA

21 Gennaio 2013 Andrea Pitasi
Andrea Pitasi
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Da quando si è iniziato a parlare di Economia e Società della Conoscenza si è creato l’equivoco che essa consistesse in un aumento diffuso dell’istruzione di massa e che quindi a qualche modo un valido indice di tale nuova economia fosse il numero di laureati. Tanti più laureati, tanta più economia della conoscenza. Fenomeni come il bumping effect e l’overeducation hanno ampiamente mostrato quanto questa credenza massificante fosse fallace e che l’aumento del numero di laureati in sé non costituisca un dato positivo (né negativo) tout court. Anche se tale numero, inevitabilmente, soggiace al principio dell’utilità marginale decrescente.

Il problema è la forma mentis di suddetti laureati. Il fallimento di “laureare l’esperienza” e, in tal senso, del D.M 509/99[1] (validissimo e appropriato per altri versi) è consistito nel poter anche solo ipotizzare che qualche nozione in più e la certificazione dell’esperienza lavorativa pregressa potessero  sfornare in sé laureati di qualità.

Si è ampiamente visto che senza un radicale cambio di forma mentis, l’aumento di laureati è solo un aumento della spesa pubblica (ad esempio in scatti di carriera e promozioni nell’apparato statale) senza avere un incremento né di competenze né di performance.

Di quale cambio di forma mentis stiamo parlando? L’istruzione universitaria con la legge 240/2010[2], di certo non esente da difetti ma in tal senso invece strategica, offre una grande opportunità, peraltro già abbozzata nella legge 382/80 - anche se quest’ultima, in tale prospettiva, è rimasta in buona misura inattuata. La nuova forma mentis è quella del professionista intellettuale in un’accezione ben più ampia di quella solitamente abbinata all' idea, ormai al tramonto, del semplice avvocato, architetto ecc. iscritto ad un albo, ad un ordine. In questo articolo proporrò una sorta di “sillogismo del professionista intellettuale” a partire da una rilettura del Codice Civile e da lì attraverso una sintetica disamina ad alcune norme-chiave già vigenti che esplicitano come la normativa italiana sia già assai avanti nel facilitare ed accelerare sinergie e convergenze tra università, impresa e professioni intellettuali.

Iniziamo questa sintetica disamina normativa dalla Legge 240/10, che all’art. 6 comma 9 recita:

“La posizione di professore e ricercatore è incompatibile con l'esercizio del commercio e dell'industria fatta salva la possibilità di costituire società con caratteristiche di spin off o di start up universitari, ai sensi degli articoli 2 e 3 del decreto legislativo 27 luglio 1999, n. 297, anche assumendo in tale ambito responsabilità formali, nei limiti temporali e secondo la disciplina in materia dell'ateneo di appartenenza, nel rispetto dei criteri definiti con regolamento adottato con decreto del Ministro ai sensi dell'articolo 17, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400. L'esercizio di attività libero-professionale è incompatibile con il regime di tempo pieno. Resta fermo quanto disposto dagli articoli 13, 14 e 15 del decreto del Presidente della Repubblica 11 luglio 1980, n. 382, fatto salvo quanto stabilito dalle convenzioni adottate ai sensi del comma 13 del presente articolo.”

Al successivo comma  12, tale articolo aggiunge:

“I professori e i ricercatori a tempo definito possono svolgere attività libero-professionali e di lavoro autonomo anche continuative, purché non determinino situazioni di conflitto di interesse rispetto all'ateneo di appartenenza. La condizione di professore a tempo definito è incompatibile con l'esercizio di cariche accademiche. Gli statuti di ateneo disciplinano il regime della predetta incompatibilità. Possono altresì svolgere attività didattica e di ricerca presso università o enti di ricerca esteri, previa autorizzazione del rettore che valuta la compatibilità con l'adempimento degli obblighi istituzionali. In tal caso, ai fini della valutazione delle attività di ricerca e delle politiche di reclutamento degli atenei, l'apporto dell'interessato è considerato in proporzione alla durata e alla quantità dell'impegno reso nell'ateneo di appartenenza.”

Pertanto i professori e ricercatori a tempo definito, entro i limiti di suddetti articoli possono esercitare attività di libera professione.

Orbene, l’art 2082  C.C.[3] offre una definizione d’imprenditore sufficientemente estensiva da includere sia gli industriali, sia i professionisti - intellettuali o meno.

A  rafforzare tale  tendenza ispirata dall’art  2082 C.C. si sono poi espresse due importanti leggi: la 287/90[4] e la 248/06[5], che ha trasformato in legge il D. L. 223/06[6]

I professori universitari (a tempo definito),  i ricercatori confermati a tempo indeterminato e probabilmente in prospettiva,  i ricercatori a tempo determinato possono svolgere attività di libera professione intellettuale la quale può liberamente prendere forma di impresa come puntualmente recita l’art 2238 del C.C.

Il cambio di forma mentis consiste in breve in questo: l’università trasformata in un incubatore di spin off e in un vivaio di top brain workers può vedere nel professore universitario a tempo definito e nei ricercatori, le figure cerniera tra la ricerca, di base ed applicata, le professioni intellettuali e le possibilità evolutive d’imprese intellettuali. Attivare questa logica di cerniera significa alimentare una società davvero ed autenticamente imprenditoriale, in senso ampio, soprattutto rifacendosi alle policy guidelines della World Knowledge and Information Society auspicata dall’Unione Europea che punta ad una visione imprenditoriale per scongiurare quanto ipotizzato da David Audretsch:

“L’Europa non manca né di idee né di imprenditori ma la storia europea ha due prospettive possibili, entrambe scoraggianti. Coloro che hanno idee incontreranno il filtro della conoscenza, di fronte al quale o rinunceranno e nulla uscirà dalle loro idee oppure troveranno opportunità fuori dall’Europa. In un modo o nell’altro, l’Europa perde.”[7]

Data la quanto mai modesta coesione organizzativa e procedurale della Pubblica Amministrazione al proprio interno, è probabile che si possano attivare ermeneutiche divergenti ed ostative all’applicazione del  “sillogismo”. A tale riguardo, la rimozione di tali ermeneutiche può essere condotta ai sensi dell’art. 1223 C.C.[8] e sulla scorta della successiva legge 89/2001[9] (“Legge Pinto”) ad esso ispirata che regola appunto il danno da perdita di chances.

E di chances offerte dall’emergente Economia della Conoscenza se ne stanno perdendo anche troppe in nome di un retorico populismo che rischia di rendere le università europee dei brutti ibridi tra licei scadenti e centri di formazione professionale per i saperi più operativi e a minor valore aggiunto.



[1] http://www.miur.it/0006Menu_C/0012Docume/0098Normat/2088Regola.htm

[2] http://www.camera.it/parlam/leggi/10240l.htm

[3] http://www.diritto24.ilsole24ore.com/guidaAlDiritto/codici/codiceCivile/indice/articolo.635.4.1.0.0.0.html

[4] http://www2.agcom.it/L_naz/L287_90.htm

[5] http://www.camera.it/parlam/leggi/06248l.htm

[6] http://www.camera.it/parlam/leggi/decreti/06223d.htm

[7] Audretsch D. B., La società imprenditoriale, Marsilio, Venezia 2009, p. 162

[8] http://www.diritto24.ilsole24ore.com/guidaAlDiritto/codici/codiceCivile/indice/articolo.635.3.0.2.5.html

[9] http://www.parlamento.it/parlam/leggi/01089l.htm

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