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Facebook e scandalo Cambridge Analytica: cosa c'è da meravigliarsi?

Facebook e scandalo Cambridge Analytica: cosa c'è da meravigliarsi?

20 Marzo 2018 Redazione SoloTablet
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Lo scandalo Cambridge Analytica che sta riempiendo le prime pagine di molti media e giornali sembra la scoperta dell'acqua calda. Per sapere che fine facciano dati e informazioni pubblicati su piattaforme sociali come Facebook non c'era certamente il bisogno di aspettare le rivelazioni di un tecnico pentito o l'esplodere mediatico di uno scandalo.

L'allarme sulla raccolta di dati online da parte delle principali piattaforme tecnologiche è stato lanciato da tempo, almeno da dieci anni a questa parte e ben prima che si coprisse l'esistenza dei Big Data e delle loro applicazioni analitiche.

Il fatto che Facebook abbia cancellato l'account di Cambridge Analytica non è che fumo negli occhi e un chiudere la porta quando i buoi sono scappati. Senza contare che di porte aperte ne esiste una infinità, tutte attive nel lasciar fluire dati e informazioni ma soprattutto permettere l'ingresso e l'attività di account fasulli o creati ad arte per finalità non propriamente sociali o relazionali. La chiusura dell'account di Cambridge Analytica è stato il primo effetto del lavoro di inchiesta condotta dai quotidiani The Guardian e dal New York Times che ha rivelato le attività non propriamente legali della società.

La scoperta giornalistica dei due giornali segue quelle che negli anni passato hanno portato a evidenziare i problemi legati alla raccolta di dati e di informazioni, al mancato rispetto della privacy delle persone e alla riservatezza dei loro dati personali, oltre che all'uso manipolatorio e politico del mezzo tecnologico e dei suoi dati.

L'oggetto del lavoro di inchiesta è noto da tempo ma è gestito da molti media in termini politicamente corretti e fermandosi alla superficie di quello che sta diventando un problema sempre più serio, sia per il numero elevato di persone (più di due miliardi solo su Facebook) che frequentano i social network sia per l'evoluzione continua della tecnologia dei Big Data, del Cloud Computing, degli algoritmi e degli strumenti software usati per analizzare dati producendo informazioni e conoscenze. Esattamente ciò a cui puntavano i tecnici di Cambridge Analytica per poi costruire i profili psicologici degli utenti di Facebook in modo da predisporre le opportune attività di disinformazione, misinformazione e manipolazione politica. I profili rubati sono stati usati per una comunicazione politica mirata e finalizzata a sondare e modificare le intenzioni di voto degli elettori.

Più che lo scandalo in sè, ciò che dovrebbe interessare dell'attuale esposizione mediatica di Facebook è la verità emergente su come operino ormai le piattaforme tecnologiche e su quale uso possano fare dei dati in esse contenuti (spesso generati attraverso applicazioni) i loro proprietari così come i loro clienti.

Ciò che continua a emergere ma sembra interessare molto poco gli utilizzatori di Facebook e altre applicazioni è quanto sia importante la configurazione delle opzioni legate alla privacy personale. Ogni applicazione (The Guardian ha pubblicato un elenco di 148 APP) chiede i permessi per poter accedere a dati personali, per accedere a foto e altre tipologie di contenuti, compresi contatti e loro informazioni.

Facebook ha ritoccato più volte le policy sulla privacy della sua piattaforma social senza mai riuscire a richiudere il vaso di pandora che essa è diventata. Queste policy non sembrano funzionare nè per prevenire e neppure per intervenire rapidamente a danno avvenuto. E' il caso dello scandalo recente che ha visto un ritardo di due anni nel gestire il furto di dati da parte di Cambridge Analytica. Due anni nei quali l'azienda ha potuto trarre tute le informazioni utili per generare benefici e vantaggi ai suoi clienti.

Questo scandalo recente forzerà Facebook a nuove iniziative restrittive sulla privacy dei dati e dei profili e sull'accesso ai dati ma è facile prevedere che anche questi interventi sono destinati al fallimento senza modifiche ai modelli di business (ad esempio quelli legati alle inserzioni pubblicitarie) e all'introduzione di approcci diversi per proteggere dati e informazioni.

Nel frattempo Facebook ha dovuto subire un tracollo borsistico che le è costato quasi 40 miliardi di capitalizzazione e soprattutto la critica di media e opinione pubblica su comportamenti ritenuti lesivi della privacy personale delle persone ma anche delle libertà dei cittadini e della democrazia. Gravissimo ad esempio va considerato il silenzio di Facebook nei confronti dei 50 milioni di americani i cui profili sono stati 'rubati' e le cui informazioni sono state usate per attività psicografiche e comunicazionali manipolatorie e di parte. Penose sono state le giustificazioni addotte dal management costruite sul fatto che i dati erano stati richiesti per finalità accademiche. Grave è anche il fatto che la fuga di informazioni sia avvenuta nel pieno rispetto di regole esistenti, naturalmente regole dettate dalle policy fissate dalla stessa Facebook. Il tutto senza che nessuno abbia chiesto a Facebook di assumersi le dovute responsabilità nei confronti di utenti e consumatori.

Lo scandalo di Cambridge Analytica, unitamente a quello legato al Russiungate e alla proliferazione di fake e post-news non sono che tanti esempi di cosa è diventato il 'grande fratello' di Facebook. Un social network che sembra ancora ben lontano dall'essere portatore delle libertà e di democrazia come pretende di essere ed è anche ben lontano dal possedere gli antidoti efficienti che invece servirebbero.

 

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