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Internet, Mobile e pubblicità: una coesistenza sempre più difficile

Internet, Mobile e pubblicità: una coesistenza sempre più difficile

11 Febbraio 2016 Redazione SoloTablet
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C’era una volta il motore di ricerca che serviva a trovare l’introvabile e ad accedere a risorse nascoste, svelate dall’abilità dell’algoritmo di ricerca e dalla sua onestà. Oggi ciò che vale e dovrebbe essere trovato rimane nell’ombra, oscurato da contenuti e link di cui si potrebbe anche fare a meno perché puntano sempre agli stessi ambienti e contenuti che limitano l’esperienza utente e perché presentati all’interno di pagine o videate riempite all’inverosimile di spazi pubblicitari, link promozionali o immagini di prodotti.

La trasformazione del motore di ricerca dei tempi che furono era insopprimibile. Google, Yahoo e le altre aziende rese celebri dai loro motori di ricerca non sono aziende no-profit e sono giustamente alla ricerca di modelli di business capaci di tradurre i loro servizi e prodotti tecnologici o algoritmi in sonante denaro. Il modello è noto come monetizzazione, un neologismo che serve a descrivere il modo con cui, molte delle aziende tecnologiche che caratterizzano il panorama dell’offerta attuale, generano i loro fatturati e profitti.

Il fatto che Google, Twitter, Amazon, Facebook, ecc. abbiano definito modalità per monetizzare la visibilità che offrono online è del tutto normale e accettato dal pubblico della Rete. Quello che non sembra essere normale è quando tutto sembra essere governato solo e soltanto dalla ricerca di guadagni e da un’eccessiva rincorsa alla monetizziazione.

Il fenomeno è sotto gli occhi di tutti, soprattutto da quando il motore di ricerca è diventato la vera porta di accesso ai contenuti della rete. Gli utenti hanno dimenticato cosa sia usare un URL per visitare direttamente un sito Web o un Blog. Si affidano al motore di ricerca o ai link ricevuti da amici e conoscenti su piattaforme sociali come Facebook Instagram, Pinterest, WhatsApp o Twitter. 

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Consapevoli dei nuovi comportamenti i grandi protagonisti della scena tecnologica hanno via via trasformato i loro strumenti e algoritmi in potente macchine da soldi. L’obiettivo è quello di trarre il massimo vantaggio dalle ore passate davanti a un display da parte di utenti sempre connessi attraverso i loro dispositivi mobili. Non è un caso quindi che Alphabet, la nuova società fondata da Google, abbia superato Apple in capitalizzazione e che Twitter sta pensando, per superare la crisi attuale che la interessa, ad aumentare gli spazi e gli interventi di tipo pubblicitario.

La trasformazione è particolarmente evidente sulle pagine del motore di ricerca di Google. Qualsiasi ricerca produce almeno due o tre pagine di link e risultati che sembrano essere tutti, chi più chi meno, sponsorizzati o frutto di iniziative promozionali. Chi ama viaggiare sa quanto sia ormai diventato difficile, se non impossibile, costruire itinerari di viaggio diversi o lontani dai vari tripadvisors , bookings, ecc. ecc.

Per arrivare a trovare link o contenuti che sembrano essere il frutto di ricerche utili a soddisfare domande e bisogni bisogna ormai andare oltre la terza o quarta pagina e anche in queste pagine il motore di ricerca si porta comunque sempre appresso spazi pubblicitari e link promozionali o promossi da investimenti marketing e pubblicitari.

L’aumento della pubblicità sembra non urtare la maggioranza degli utenti ed anzi soddisfare, grazie alle analisi dei dati individuali raccolti nei Big Data e alla personalizzazione, molti dei loro bisogni. Probabilmente molti di questi utenti cliccano i link offerti sulla prima pagina dei risultati della ricerca e sono contenti così. Gli altri, quelli che vorrebbero invece disporre di un motore di ricerca vero e simile a quello dei tempi andati rischiano di non trovare quello che cercano o di dover dedicare molto più tempo per discernere tra link promozionali e contenuti o spazi web e blog cercati.

In modalità diverse anche altre società tecnologiche usano approcci simili. Lo fa Facebook che grazie all’immensa quantità di contenuti pubblicati online dispone di un veicolo potente per personalizzare il messaggio marketing e prmozionale e di farlo in modo molto più trasparente e subdolo di quanto non possa fare Google.

Google, Facebook, Twitter, ecc. alla ricerca di sempre nuovi e maggiori guadagni stanno però trascurando la frustrazione crescente di molti utenti che per trovare quello che cercano devono farsi largo, da perfetti slalomisti, tra i mille trabocchetti  promozionali. La mancata percezione del fastidio reale degli utenti rischia di mettere in difficoltà i modelli di monetizzazione attuali, di favorire l’emergere di alternative tecnologiche e soprattutto di nuovi stili di vita e comportamentali.

Molti osservatori e studiosi di marketing stanno da tempo mettendo in guardia contro la cecità che sembra cogliere ogni consumatore di fronte a un banner o a un messaggio promozionale online e/o mobile. Questa cecità di cui molte realtà tecnologiche, inserzionisti, grandi Marche e aziende sembrano non volere tenere conto è niente rispetto a quello che potrebbe diventare un rifiuto razionale e capace di motivare alla ricerca di nuove alternative.

Probabilmente è tardi per poter fare a meno del motore di ricerca ma l’evoluzione della tecnologia è continua e può facilitare l’emergere di nuove soluzioni e prodotti capaci di soddisfare meglio i bisogni dell’utente di quanto non facciano oggi Google. Facebook o Twitter. E di farlo senza o con meno pubblicità o messaggi promozionali.

 

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