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L’illusione della concentrazione nel mondo digitale

L’illusione della concentrazione nel mondo digitale

16 Ottobre 2018 Redazione SoloTablet
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L’attenzione costantemente regalata a un display e alle intermittenti ma persistenti interazioni tecnologiche ha reso impossibile l’arte della concentrazione. Non è un caso che anche Hollywood e la televisione stiano realizzando telenovele brevi, da 10-15 minuti. Un tempo ritenuto ormai associato al massimo di attenzione possibile che l’utente, modificato cognitivamente dalla frequentazione di YouTube è disposto a concedere. Anche per contenuti di qualità!

Si controlla il proprio smartphone almeno ogni 10 minuti, spesso anche prima di essersi alzati dal letto e completamente risvegliati. L’essere sempre connessi e sempre online è un comportamento diventato abituale ma che probabilmente non favorisce la salute e il benessere personale. La capacità di riconoscere e attivare il bottone della pausa sta diventando una necessità. Anche perché, oltre alla salute, a rischio è anche la capacità di concentrarsi e di evitare la frammentazione continua dell’attenzione.

Dispositivi mobili, APP, social media, e altre tecnologie sono diventate protesi fisiologiche (smartphone) e cognitive della vita di ogni giorno. Benefici e vantaggi sono percepiti come reali, probabilmente perché non si è più in grado di fare confronti con la realtà pre-tecnologica e prima dello smartphone. Nel frattempo un numero crescente di studiosi (uno tra i primi  a farlo è stato Nicholas Carr) , neurologi, psichiatri e psicologi stanno mettendo in guardia degli effetti derivanti dalle continue interruzioni e distrazioni causate dalla interazione con i dispositivi tecnologici. Il primo effetto profondo è la crescente difficoltà a concentrarsi (con effetti anche sul quoziente d’intelligenza individuale. Un calo collegato alla incapacità di rinunciare o rinviare una interazione a cui si è chiamati dall’arrivo di una email o di un messaggio.

Un altro effetto riconosciuto è la crescente difficoltà nella lettura. La narrazione solitamente capace, se un libro è bello, di catturare attenzione e tempo del lettore, oggi non riesce più a catturare l’attenzione e neppure a generare quel tipo di concentrazione che solitamente permette un isolamento dal mondo. Isolamento oggi reso impossibile dall’avere sempre uno smartphone nelle vicinanze e nel tenere il suo volume sempre alto a sufficienza per capire se è arrivato un nuovo cinguettio, messaggio o email.

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Altro effetto da interruzioni tecnologiche frequenti, è il calo di produttività nei luoghi di lavoro. Difficile  pensare che una interruzione ogni otto minuti e sessanta di media in otto ore lavorative, non possa incidere sui ritmi, sull’efficienza, sull’efficacia e sulla produttività. In particolare perché al tempo dedicato al motivo dell’interruzione è necessario aggiungere anche il tempo necessario per recuperare concentrazione e quanto serve per riprendere l’attività interrotta.

L’essere sempre online trasforma il cervello di ogni persona in una specie di cercapersone, sempre attivo in modo da ricevere eventuali chiamate in qualsiasi momento della giornata e nei posti più diversi. L’essere sempre in allerta per non perdere alcun segnale in arrivo, limita le capacità del cervello di prestare attenzione a qualcos’altro ma soprattutto genera uno stato di dipendenza da stimoli esterni con effetti psicologici importanti sul lungo termine e sul benessere della persona. Il problema è che il nostro cervello non è propriamente multitasking, è solo attrezzato e bravo nel passare rapidamente da una attività a un’altra ed eventualmente di ritornare alla prima. E non lo è neppure quando, grazie alla tecnologia, sembra che lo sia.

L’adattamento in atto alle abitudini tecnologiche, costantemente convalidato da comportamenti diffusi e ripetuti, porta a una crescente difficoltà a gestire la capacità di attenzione e di concentrazione. Queste difficoltà sembrano all’apparenza gestibili con il semplice cambio di stili di vita e di comportamenti. In realtà il problema non è così facilmente gestibile per ciò che avviene a livello fisiologico, in termini di produzione di sostanze che creano effetti infiammatori, reazioni chimiche, ecc. che possono avere effetti negativi sulle cellule del cervello. Ne derivano situazioni di stress, ansiogene, depressive, di malessere e soprattutto di crescente dipendenza (nomofobia).

Essere capaci di concentrarsi migliora la vita e fa calare lo stress associato alle cose da fare. Per ritrovare la giusta concentrazione e vincere le continue, immotivate e persistenti interruzioni,  non è facile ma possibile. Basterebbe infatti introdurre tra lo stimolo della interruzione e la risposta, un breve attimo di riflessione su ciò che si sta facendo, sul gesto che si sta attivando e sul perché o valore dello stimolo ricevuto. Dalla riflessione critica può nascere il dubbio. Dal dubbio può nascere la scelta di boicottare l’interruzione e coltivare una disciplina comportamentale e mentale utile anche per future interruzioni.

Imparare a resistere a un cinguettio in arrivo o a un messaggio WhatsApp e poi a boicottarlo, significa adottare modalità comportamentali e stili di vita non conformistici. L’apprendimento non è rapido ma incrementale, richiede costanza e la capacità di negare l’urgenza che si associa a ogni chiamata. Un modo per aiutarsi è spegnere il dispositivo o disabilitare la segnalazione dei messaggi in arrivo, non installare alcune APP sullo smartphone, dimenticare il dispositivo in aree domestiche dalle quali non può filtrare alcuno squillo.

Alle numerose piccole scelte comportamentali possibili si possono aggiungere un’infinità di altri gesti, anch’essi frutto di scelte, utili a ritrovare la capacità di prestare attenzione a qualcosa di diverso dal display di uno smartphone e a sviluppare la capacità di concentrazione. Le scelte all’inizio possono sembrare complicate e dolorose, solo l’esercizio e l’assunzione di buone pratiche ripetitive possono servire a raggiungere risultati concreti. L’esercizio non è certamente solo quello di resistere a far scorrere le dita sulla superficie di un display. E’ soprattutto di tipo mentale, razionale, riflessivo e meditativo, perché bisogna imparare a praticarlo.

In rete sono numerose le fonti di informazione predisposte per suggerire il distacco intelligente e motivato dal mezzo tecnologico. Alcune fanno riferimento alle pratiche di Yoga e alla meditazione. Altre riportano semplicemente idee e suggerimenti strumentali a ritrovare la concentrazione perduta, prestando attenzione e concentrandosi su qualcosa di diverso e in grado di tenere occupata la mente. Tra le pratiche suggerite ci sono anche quelle fisiche, in particolare quelle che permettono livelli crescenti di concentrazione e che possono essere esercitate in zone liberate dalla tecnologia. Libere dalla tecnologia dovrebbero essere anche le camere da letto e altre aree domestiche, in particolare in nuclei familiari con bambini. Queste aree potrebbero essere attrezzate per la lettura, l’ascolto della musica e altre attività simili.

Adottare nuove buone pratiche non garantisce il recupero della capacità di concentrazione ma la scelta di provarci è il punto di partenza fondamentale per riuscirci. Poi a facilitare la trasformazione di semplici pratiche comportamentali in stili di vita saranno i benefici e i vantaggi percepiti. In termini di benessere psico-biologico, di capacità di concentrazione con i relativi effetti positivi in termini di produttività, interazione con la realtà non digitale, relazioni e rapporto con il proprio Sé. Naturalmente tutto questo avrebbe esiti ancora più positivi se a essere coinvolto fosse un numero grande di persone. Magari quelle che fanno parti delle proprie reti di contatti, reti sociali e ambienti di frequentazione a bituali.

 

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