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L’innocenza della tecnologia e l’ingenuità di chi la usa

L’innocenza della tecnologia e l’ingenuità di chi la usa

04 Febbraio 2016 Redazione SoloTablet
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La storia ha dell’incredibile ma è vera e verificabile in Rete. Racconta di una giovane neurologa ubriaca filmata da una videocamera mentre ha un violento alterco con un affiliato di Uber alla guida di un taxi che non aveva neppure richiesto. Il video realizzato dal passeggero del taxi Uber lè stato postato su YouTube ed è diventato rapidamente virale, permettendo al datore di lavoro della dottoressa di identificarla e di licenzarla.

La viralità del video è stato determinato sicuramente dal tipo di alterco, dal coinvolgimento di un marchio come Uber e dalla fragilità apparente fisica della neurologa non proprio coincidente con la forza messa nello scontro con il taxista e con la violenza delle parole usate. L’una e l’altra le hanno suggerito di chiedere immediatamente scusa, attraverso un cinguettio tecnologico, dopo avere scoperto la popolarità raggiunta online dalla sua performance. Scuse che non le hanno evitato l’espulsione da un programma di formazione medica e l’aspettativa dalla clinica in cui lavorava, in attesa che si concluda l’investigazione amministrativa fatta subito partire dalla direzione del personale.

Grazie alla tecnologia la neurologa è passata dalla invisibilità alla notorietà ma non ne ha guadagnato alcunchè, anzi ha pagato le conseguenze della pervasività della tecnologia. Una presenza così diffusa dal non essere neppure più percepita e di cui si pagano spesso le conseguenze.

Senza prodotti tecnologici (fotocamere, media sociali, smartphone, ecc.) la storia sarebbe stata diversa e avrebbe avuto probabilmente una lieta fine, fatta esclusione per il tassista e il suo passeggero. Internet ha fatto da perfetto testimone della sua irrazionalità e incapacità a controllare i nervi causando conseguenze importanti alla sua carriera professionale e reputazione pubblica.

Un semplice fatto di cronaca che ha fatto notizia sulla stampa americana offre lo spunto per riflettere sull’influenza che la tecnologia ha assunto nel determinare la perdita del posto di lavoro o danni importanti alla reputazione del lavoratore dipendente, anche per cause non strettamente legate al lavoro. La riflessione è riferita in particolare ai paesi anglosassoni nei quali i media giocano da sempre un ruolo pubblico fondamentale. A essere interessati sono tutti i dipendenti ma in particolare persone con ruoli nei quali è importante la reputazione e la responsabilità aziendale.

Non sono più tanto rari gli esempi di licenziamenti dovuti alla pubblicazione in Rete di comportamenti o azioni giudicate non appropriate. Ad esempio filmati sul comportamento di camerieri o infermieri sul posto di lavoro ma anche semplici testi o foto pubblicate sul muro delle facce di Facebook o messaggi inviati con l’account di Twitter.

Per licenziare una persona anche in paesi come gli Stati Uniti, poco sindacalizzati rispetto ad altri, serve una giusta causa. La definizione di cosa sia la giusta causa si perde però nelle nebbie della giurisprudenza. Se poi la causa è la scena ripresa dall’occhio curioso o malevolo di una videocamera la definizione diventa ancora più complicata.

La tecnologia non può essere colpevolizzata per l’uso che ne viene fatto emerge sempre più un suo ruolo attivo nel produrre effetti indesiderati, alcuni dei quali negativi per la vita lavorativa delle persone. La soluzione è semplice, evitare di agire in modo inadeguato. Facile a dirsi ma complicato a farsi perché molteplici sono gli occhi tecnologici puntati su ogni spazio e momento della vita quotidiana. Inutile perdere tempo a esprimere giudizi o dilungarsi in riflessioni. Meglio prendere atti che online e offline, in ufficio, a casa o al bar, tutti abitano un mondo nel quale molto di quanto viene detto o fatto è visto, osservato, filmato, analizzato ed eventualmente usato anche con effetti deleteri sul lavoro di ognuno.

 

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