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La privacy come opzione di scelte sempre rinviate per pigrizia

La privacy come opzione di scelte sempre rinviate per pigrizia

19 Febbraio 2015 Redazione SoloTablet
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La maggior parte dei dispositivi tecnologici intelligenti si prendono cura dei dati degli utenti, condividendoli e usandoli per finalità non sempre consentite o approvate. Lo fanno perché hanno addossato all’utente la decisione di fare una scelta sulla privacy, contando sulla sua pigrizia.

I nuovi dispositivi intelligenti e indossabili sono stati pensati per automatizzare attività e processi e per farci risparmiare tempo ma l’introduzione di nuove tecnologie finalizzate all’uso di dati privati e l’uso che di essi viene fatto rischiano di far perdere molto tempo agli utenti e di disturbarli non poco.

In pratica i produttori hanno deciso di responsabilizzare l’utente sull’eventuale scelta di proteggersi sul tema della Privacy.

La responsabilizzazione dell’utente non è una scelta disinteressata ma calcolata che punta sulla pigrizia dell’individuo e sulla sua superficialità e scarsa conoscenza nella gestione del tema della sua privacy.

L’utente è chiamato pertanto a definire i parametri di configurazione necessari per comunicare al produttore che tipo di trattamento si aspetta dei suoi dati personali. Per farlo l’utente devo però perdere del tempo per scoprire come si fa e per cambiare le configurazione standard di base.

 

 

La decisione di lasciare all’utente la scelta (opt-out) è praticata da molti social network come YouTube e si basa sull’idea vincente che il consumatore è pigro e poco disposto a superare le difficoltà imposte per la ricerca di cosa si deve fare e dove lo si può fare, nel caso in cui si volesse difendere la propria privacy. Per rendere la vita più semplice i produttori potrebbero semplicemente usare l’approccio contrario. Non lo fanno, per ovvie e comprensibili ragioni marketing e commerciali!

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Il consumatore disattento e poco propenso ad affaticarsi nel processo di una scelta è però chiamato oggi a prestare sempre più attenzione all’uso di dati sensibili e informazioni che lo riguardano. L’attenzione non deve più essere rivolta solo al Web e ai media sociali ma anche alla Internet degli oggetti e a dispositivi come i televisori e grandi schermi di Samsung o LG, capaci di catturare una grande quantità di dati comportamentali sull’utente e condividerli con altre entità e terze parti interessate a conoscere stili di vita, abitudini, punti di debolezza, preferenze e scelte del consumatore.

Conoscere quello che può capitare è fonte di ironia e umorismo ma anche di conoscenza. Il braccialetto con tecnologie indossabili, destinato alla raccolta di dati fisiologici durante attività fisiche permette di settare un parametro per monitorare battiti cardiaci e altri parametri simili durante l’attività sessuale. Alcuni dei dati raccolti da Fitbit sulle attività di consumatori che indossavano il suo braccialetto sono finiti sui media ad indicazione del maggiore o minore vigore e durata dell’atto sessuale. I dati erano disponibili in rete e trovabili con semplici ricerche Google Search.  Solo dopo la pubblicazione gli utenti hanno compreso l’importanza della privacy e della necessità di intervenire per definirne l’uso e il rispetto.

La privacy come opzione di scelte sempre rinviate per pigrizia

 

L’attenzione deve essere rivolta ai dati che viaggiano in forma digitale ma anche a quelli audio. Samsung ad esempio è in grado con alcuni prodotti SmartTV, controllabili anche con la voce, di catturare la voce usata in chat o altre attività audio e condividerle con terze parti. Nel merito Samsung non ha nulla da commentare tranne che è lasciata libertà all’utente di intervenire per disabilitare la funzionalità Voce ed eventualmente per distaccare l’apparecchio TV dalla rete Wi-Fi di casa.

Sta al consumatore dimostrare di non essere pigro e sta a lui intervenire per proteggersi da produttori che nell’80% dei casi hanno deciso di ‘violare’ la privacy fino a quando l’utente non disponga diversamente.

La decisione del consumatore è utile e necessaria soprattutto in assenza di una legislazione adeguata sul tema. In altri paesi questa legislazione è in fase avanzata di definizione. Non è così in Italia, paese nel quale tra l’altro, l’esistenza di una legge non ne garantisce affatto la sua applicazione futura.

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